3 luglio 1999. Parigi valeva bene una messa, ma anche una finale degli Europei, in quella Francia che appena un anno prima era stata così amara. Gli azzurri del calcio ci avevano provato, ma i sogni di gloria si erano infranti su una traversa, con Gigi Di Biagio in lacrime. E tanti saluti alla possibilità di rimettere le mani sulla coppa. Ma lì dove il pallone non era rotolato, un anno più tardi iniziò a rimbalzare. E soprattutto a entrare nel canestro.

 

La finale contro la Spagna.

 

Diciannove anni oggi, qualcosa come una vita fa. A leggere le querelle Sacchetti-Gallinari, sembra così difficile ritrovare vicini i tempi dell’ultimo oro. Non il primo però, il secondo. Perché in Francia ci eravamo già stati, nell’83, e ci avevamo pure vinto. Solo che in campo c’era la generazione dei Meneghin e Marzorati, oltre che l’attuale Ct. Tredici primavere più tardi, rimaneva solo Super Dino, ormai passato dietro una scrivania e fedele Team Manager di una Nazionale alla quale aveva dato già una parte abbondante della propria vita cestistica. Erano cambiate le regole e buona parte di Mondo. Di immutata c’era però quell’alta reputazione di cui godevamo sotto canestro. Perché alle porte del nuovo millennio, in barba alla fredda e cruda attualità, avevamo vivai floridi e soldi da spendere. Facevamo paura a tutti, con i club e in Nazionale. Si competeva per vincere e buona parte delle volte ci riuscivamo pure. Era andata così anche nella lunga stagione che aveva portato a quegli Europei. Ad aprile, nella notte di Saragozza, la Benetton Treviso si era presa la Coppa Saporta, domando quel Pamesa Valencia che poco aveva potuto contro una squadra guidata da Željko Obradović in panca e dal compianto Henry Williams in campo. Oltre ai 14 del Folletto, in fondo, nella retina ci erano finiti anche i 6 di Rebrača, uno che di lì a poco sarebbe andato a dire la propria anche dell’altra parte dell’Oceano, tra Detroit, Atlanta e la sponda Clippers di Los Angeles. Di notti europee se ne intendevano anche a Bologna, anche se al piano superiore chiamato Eurolega. Lì la Virtus aveva vinto l’anno prima e ci sarebbe andata vicino anche in quel ’99, togliendosi per lo meno la soddisfazione di battere in semifinale l’altra metà del cielo felsineo, salvo poi andare a sbattere sullo Žalgiris Kaunas di Tyus Edny: un altro destinato a passare da lì a poco sui parquet italiani. Dove non eravamo Re, insomma, ci attestavamo ai piedi del trono. Lo stesso, d’altra parte, avevamo fatto anche in Nazionale, ma nel 1997. Europeo di Spagna, Ettore Messina con i galloni di coach dopo essersi preso tutto quel che c’era disponibile col bianconero bolognese. Ma anche in azzurro, l’aurea vincente del coach siciliano non si era esaurita. Anzi, in terra iberica la sua Italia arriva a un passo dall’alloro. Nel girone si mette addirittura alle spalle la Croazia e i padroni di casa, poi tra quarti e semifinali saltano prima la Turchia e poi la Russia. Si materializza l’atto conclusivo, ma sul parquet di Barcellona c’è la Jugoslavia. E anche se la politica ha cambiato tutto, quello è sempre l’avversario da battere. Qualcuno pensa possa essere l’occasione di rimettere in pari i conti, dopo l’esito di Roma ’91, ma le cose non vanno per il verso giusto. Neanche se la Jugo è un concentrato tra vecchie conoscenze e presenze ancora ingombranti del basket italiano. Sì, vero, Myers e Fučka sanno tutto dei loro avversari, ma questi ultimi sono troppo più forti. E si chiamando, Bodiroga, Savic, Danilovic e Djordjevic. Morale della favola, gli azzurri ci mettono addirittura sette giri d’orologio prima di smuovere per la prima volta la retina. Un canestro che è quasi un gol, solo che dall’altra parte le mani di Bodiroga sono già bollenti. Non resta che limitare i danni, restare aggrappati per quanto possibile a una partita che scappa decisamente via, tra talento slavo e nervosismo, con Sasha Djordjevic che si becca anche un pugno da Picchio Abbio, ma alla fine sarà lui ad alzare la Coppa.

 

La Yugoslavia d’oro.

Sarà argento, ma un punto abbastanza alto da dover ripartire. Non con Messina, tornato al club e nella sua Bologna, ma con Boscia Tanjević, che di italiano non ha né sangue né passaporto, e che nello stivale ci è sbarcato nel 1982, per intuizione di Giancarlo Sarti, direttore generale di una Caserta destinata a diventare grande con Franco Marcelletti, e grazie alle basi gettate da quello che neanche quarantenne aveva già guadagnato fama e copertine con quel KK Bosna portato sul tetto continentale. Tanjević in Italia ormai è un’istituzione. Dalla Reggia si è poi mosso verso Trieste. Di lì Milano. Quando il presidente della Federazione Gianni Petrucci lo chiama, Boscia è in Francia, a Limoges, ma risponde presente. Come primo scoglio, ecco il Mondiale. Stavolta si va in Grecia, nell’estate del ’98. Ma ripetere quanto fatto nell’impegno continentale, ora, è decisamente più difficile. E infatti l’Italia va fuori, con onore. Negli ottavi soccombe alla Russia, ma arriva un rivincita in salsa small contro quella solita Jugoslavia che, guarda un po’, alla fine sarà nuovamente d’oro. Per poco non arriva anche l’impresa contro Team Usa, anche se sulla sirena la sconfitta arriva. Non resta che la missione quinto posto: centrata. 76-71 alla Lituania e ora sì che si può puntare lo sguardo all’anno successivo. Perché il ’99 fa nuovamente rima con Europeo. Per Tanjević, oltretutto, il Mondiale è un laboratorio in cui sperimentare la propria Nazionale. Anche se il canovaccio è praticamente quello già cucito da Ettore Messina. La ricetta, in fin dei conti, non è che possa avere altri ingredienti. C’è Carlton Myers, ovviamente quel Gregor Fučka che proprio Boscia svezzato in Italia, nell’allora Trieste. Poi l’altro Meneghin, Andrea però, con il canestro presidiato da Denis Marconato e Roberto Chiacig. A dargli una mano anche un lungo atipico come Giacomo Galanda. Il resto va puntellato.

 

Stelle a confronto

 

Quando la Francia arriva, la stagione si è appena conclusa. In Europa ha brillato Treviso, ma s’è vista eccome la scia delle due bolognesi. Dentro in confini, invece, è stato l’anno di Varese. E quando dici Varese, dici Gianmarco Pozzecco. Quello che forse è anche un pagliaccio,ma sono il numero uno dei pagliacci. La Mosca che ha riportato lo scudo in quella parte di Lombardia dove si aspettava da 21 anni, insieme all’amico De Pol e Andrea Meneghin, riuscito nel nome del padre e diventare un giocatore non più figlio di. Ma gestire il Poz non è pane morbido. Carlo Recalcati ci è riuscito, ne ha spremuto fuori ogni migliore goccia di pallacanestro. Tanjević invece ci ha provato nella kermesse greca, ma con risultati opposti. Eppure immaginare una non convocazione è quasi fantascienza, perché Gianmarco è tra i volti più sorridenti di un basket conosciuto e rispettato. Ma soprattutto è il play campione d’Italia in carica. Tenerlo fuori è scelta difficile. Eppure Boscia lo fa, in nome di un gruppo che le sue stelle già le ha e necessita di coesione. Un tentativo, Tanjević lo gioca ugualmente. A metà giugno, il torneo dell’Acropolis serve per chiarire gli ultimi dubbi. Poz ci arriva con quei capelli tinti di rosso per festeggiare lo scudetto varesino e finirà per andarsene senza l’azzurro della canotta. Per il coach serve altro, non solo caratterialmente, ma anche per lavoro in cabina di regia. Meglio Abbio, meglio Bonora. Gli ultimi tagli, alla fine cementano il gruppo con Marcelo Damiao e Michele Mian. Sull’aereo per la Francia non c’è più posto per nessuno.

 

Alessandro De Pol e sulle sue spalle Andrea Meneghin

 

Gli Europei iniziano il 21 giugno e in salita, perché l’urna ha riservato Turchia, Croazia e Bosnia. Duro, come avvio. Infatti, chi all’esordio si incolla a Tele + bianco, vede gli azzurri 16 da Kukoč e 70 da tutta la Croazia. Dall’altra parte ne mette dentro 15 Galanda, ma è un cocente -2 all’ultima sirena. C’è da lottare, ma intanto il lavoro del ritiro sta iniziano a far scaldare i muscoli di Myers, che dalla partita successiva finalmente ingrana. Il 10 fortitudino sfonda il muro dei 20 prima con la Bosnia e poi contro la Turchia. Gli azzurri si accendono insieme al proprio maggior talento, strappano il pass per il girone successivo con due vinte e una persa, salendo sull’aereo che da Antibes vola a Le Mans. Anche nella Loira c’è da sudare, ma Germania e Repubblica Ceca sono i due successi decisivi, nonostante contro i tedeschi spicchi la chioma bionda e le manone di un giovane Dirk Nowitzki, al quale però Boscia incolla De Pol, che ne neutralizza tutta la potenza dall’arco. Lo stop contro la Lituania di Sabonis non guasta i piani, nonostante ora il tabellone degli ottavi riservi la Russia. E di lì in poi, se si perde si torna a casa. Ma da Parigi, l’Italia non ha intenzione di levare le tende. Il primo giorno di luglio è già palla a due, contro i russi. Ma sono grandissimi azzurri. Karasev ne mette 22, gli stessi di Myers, che però trova le sponde nei 19 di Fučka e negli 11 smazzati sia da Galanda che da Abbio: 102 a 79, avanti con la semifinale. E ecco quella vecchia conoscenza chiamata Jugoslavia. Stavolta sì che i conti si possono saldare. Il guru di Treviso, Željko Obradović, si ritrova contro quel Bonora allenato fino a pochi mesi prima. Ha la solita squadra da battere, ma stavolta senza Djordjevic e con in regia quel Bodiroga che conoscono bene sia Boscia che Fučka. E infatti è proprio Gregor a farsi carica della squadra, imbracciando il duello con l’ex compagno in canotta Trieste. Ne mettono 17 a testa, i duellanti, solo che 16 vengono anche da Andrea Meneghin e 11 da Myers. Dall’altra parte, il solito Danilovic tiene a galla i suoi nel secondo tempo, rimettendoli anche avanti. Ma dura poco, stavolta neanche lo Zar può tanto. Gli azzurri sono tutti nell’immagine di De Pol, che dopo quattro minuti vede il naso andargli in frantumi, ma rimane in campo dopo le precarie medicazioni. È questione di cuore e parecchie palle. Oltreché talento. Neanche il peso di Divac sposta il 71-62 finale. Avanti ci andiamo noi.

 

Myers con la palla della vittoria

 

Dall’altra parte, intanto, è passata la Spagna. È come a Nantes, ma sul legno di Parigi Bercy. E come allora, le furie sono azzurre. Solo che l’inizio è da film dell’orrore. Tanjević vuole correre, ma la Spagna lo fa con una marcia in più. Il parziale di 11-2 fa tremare, prima che Boscia si volti verso la panca e ne peschi la carta Gianluca Basile e la stampi su Alberto Herreros, capace fino a quel momento di condizionare la gara. Ma da quel momento, neanche la stella madrilena farà più male. Gli ultimi focolai spagnoli, sono nella zona di Lolo Sainz, ma nel secondo tempo l’Italia cambia passo. Myers ne stampa 18, di cui 5 di fila che scavano il break decisivo nel finale. Lo aiutano i 10 del solito Fučka, gli altrettanti di Abbio. Non basta neanche un antisportivo ad Andrea Meneghin a sporcare il finale. Carlton Myers muore con la palla in mano, nascondendosela sotto la canotta dopo l’ultima sirena: a diciannove anni di distanza, rimane l’istantanea più nitida di quel trionfo azzurro. Il 64-56 è oro europeo, dopo i ragazzi di Gamba ora tocca a quelli di Tanjević. È una medaglia al volere del gruppo, della coesione nel talento. Il 3 luglio ’99 eravamo di nuovo Re.