29 ottobre 1923. Dopo oltre sei secoli, l’impero ottomano sta realisticamente vedendo la propria fine definitiva. L’esperienza nefasta della Grande Guerra ha ridotto all’osso un sultanato già avviato da tempo verso la dissoluzione. Da sempre, gli armistizi post bellici favoriscono una parte piuttosto che l’altra, ma nel caso dell’impero ottomano le conseguenze di tale trattato sono state ben più deleterie rispetto a quanto posto su carta. Come concordato a Sèvres, quel raggiante e moderno apparato statale, che dalla Mesopotamia riuscì a estendersi fino all’Algeria, deve essere smembrato. Ufficialmente, non fu stabilito quale potenza dovesse farsi carico delle future sorti turche. Gli alleati dovettero soltanto unirsi ai Greci per trovare un pretesto sociopolitico utile, così da riuscire a occupare la Tracia, l’Anatolia e soprattutto Costantinopoli.

 

“Vi sono due centri dell’Ellenismo. Atene è la capitale del regno. Costantinopoli è la grande capitale, la Città, il sogno e la speranza di tutti i Greci”,

 

è la dichiarazione del primo ministro greco Ioannis Kolettis, emblematica per comprendere a fondo le motivazioni etniche dietro l’avvio del conflitto. Eppure, se ai giorni nostri tale disputa è meglio nota come Guerra d’indipendenza, significa che dall’altra parte del Mediterraneo il sentimento patriottico continuava a fremere negli animi della popolazione turca, mossa alla rivendicazione dalla caparbietà di un uomo, Mustafa Kemal Ataturk.

 

Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938)

 

Il fatto che adesso a Istanbul gli sia dedicato un aeroporto, uno stadio e un numero indecifrabile di statue e gigantografie, dimostra l’immensa portata di quest’eroe nazionale. Sarà proprio il generale a rovesciare gli schieramenti e avvicinare gli alleati, i cui interessi intorno all’Egeo restavano prioritari, e riprendersi l’antica terra che sembrava dover diventare luogo di depredazioni e saccheggi, seppure con pratiche non lontane dal genocidio. Le folte comunità greche e armene sono, senza mezzi termini, spazzate via dalla Turchia, Nazione che dall’autunno ’23 si affermerà come Repubblica sotto l’egida di Ataturk.

 

Il Presidente riforma a tutto tondo l’ordinamento, basandosi su un’ideologia di stampo laico e occidentalista, abolendo il califfato e riconoscendo la parità dei sessi. Inoltre, Ataturk tenta di sradicare l’islamismo radicale dalla società attraverso il divieto del burqa in pubblico e l’applicazione di un codice civile simile a quello svizzero, abrogando ogni intromissione della shari’a. Il kemalismo piacque, e raccolse consensi a macchia d’olio in tutto il Paese. Nonostante la popolarità, quest’innovativo orientamento politico si scontrò proprio con il suo cavallo di battaglia, il nazionalismo. La strategia amministrativa di proclamare Ankara capitale non ha in alcun modo colpito la seconda Roma, vittima e beneficiaria delle gesta di Ataturk.

 

Una splendida panoramica su Ankara

 

E’ paradossale che le poche roccaforti dell’opposizione al Padre dei Turchi si siano formate nella città che più l’ha amato, e il calcio ne è stato coinvolto. Ataturk ha lasciato la sua Istanbul con una bottiglia fra le mani, a simboleggiare i propositi europeisti per il Bosforo, nel bene e nel male, ma ad una municipalità da 15 milioni di abitanti e a quartieri così contrapposti fra loro non può seguire una singola voce. Il gioco si è inserito nella cultura delle anime di Istanbul, facendosi da portavoce delle cause dei cittadini, in qualsiasi forma possibile. Il futbol si è anche adeguato ai continui mutamenti delle fazioni bizantine, ritrovatesi spessi in ruoli differenti a seconda dei governi in carica. La certezza è una, ossia che la triade Besiktas, Fenerbahce, Galatasaray sia l’espressione più significativa delle varie maniere d’esser istanbulesi.

 

Chi riconosce la Torre di Galata come simbolo della città, avrà tante lire in tasca e un leone di nome Arslan nel cuore, distintivi indelebili del Galatasaray, la squadra che deve il suo nome allo storico Liceo locale in cui venne fondata. Esempio lampante dell’ala conservatrice, fedele ad Ataturk poiché non fa mai male, ma con un occhio di riguardo verso chi preferisce lo status quo alla rivolta. L’unica società turca a essersi imposta in Europa, in una stagione, la 1999-2000, nella quale l’Istanbul sportiva si è seriamente interrogata sul possibile riconoscimento di un secondo eterno condottiero, Fatih Terim. L’allenatore che è riuscito a fermare l’Arsenal di Henry, alzando al cielo una Coppa Uefa vergine del subcontinente eurasiatico, conquistata nel nome di uno di quei calciatori che ascendono direttamente dalla piazza Taksim: Hakan Sukur.

 

Il Galatasaray è campione d’Europa (foto Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

 

Sul campo l’attaccante passato per San Siro e Taffarel si sono guadagnati i meriti calcistici dell’impresa, l’imperatore Fatih ha vinto dove nessuno era mai riuscito, vale a dire nell’orgoglio dei tifosi di tutti i club di Istanbul, tant’è che cambierà spesso sponda senza intaccare la propria aurea sacrale. E’ ovvia la presenza di una falange che rispetta Terim senza dilungarsi in eccessivi complimenti, risultato di per sé vittorioso, considerata la realtà in questione. Istanbul, fra le sue innumerevoli caratteristiche, è celebre per trovarsi geograficamente a cavallo fra Europa e Asia, con il Bosforo e il più recente ponte a fungere da collegamento. I trasporti hanno avvicinato logisticamente Kadikoy a Galatasaray, non sul piano calcistico. La zona asiatica è prevalentemente popolare, non vi sono differenze paesaggistiche bensì una netta spaccatura sociale che nessuno vuole rimarginare.

 

E’ impressionante come, visitando Istanbul, si potrebbero sostituire i cartelli indicativi con i negozi delle squadre, marchi del luogo in cui ci si trova. Ma a Kadikoy non ce n’è bisogno, poiché gli stendardi del Fenerbahce sono gli unici colori a brillare sui grigi palazzoni che contornano la spartana urbanistica di una parte complicata di Istanbul. I Canarini Gialli, dominanti in ambito polisportivo ma meno nel pallone, malgrado possano vantare tre stelle sullo stemma in onore dei 25 campionati vinti. Nella mentalità di chi vive gli spalti del Saracoglu, l’unico imprescindibile obiettivo è trionfare nel Kitalar Arasi Derby, la stracittadina fra Galatasaray e Fenerbahce, una delle rivalità più accese del globo.

 

La placida atmosfera prima di Galatasaray v Chelsea del 1999 (foto Mandatory Credit: Ben Radford /Allsport)

 

La working class turca che compone la tifoseria del Fenerbahce ha una caratura intimamente passionale, in cui il vantaggio negli scontri sui borghesi del Gala è motivo di vanto perpetuo. L’odio reciproco si è inasprito nel 1996, quando il tecnico del Galatasaray, Graeme Souness, decise di festeggiare l’inaspettata vittoria piazzando al centro del terreno di gioco avversario una bandiera, atto vendicato in seguito dal capoultrà del Fener Rambo Okan in modalità speculari, con un coltello intimidatorio nei confronti di chi volesse contraddirlo. Ora il Fenerbahce versa in condizioni disastrose. Neppure Alex, il fantasista idolo carioca, da dirigente, sta colmando le lacune di una formazione agli ultimi posti in classifica e con uno stadio blindato giorno e notte per eventuali atti violenti allo stesso, in particolare dopo la fuga dell’ex proprietario Aziz Yildirim.

 

Attualmente, Istanbul riflette antropologicamente la controversa modernità turca, conforme a un personaggio ambiguo quale il leader Erdogan. Gli ingenti capitali giunti dopo le aperture economiche del governo sono stati sfruttati in primis dal Besiktas. Le aquile hanno costruito la propria casa nel cuore della città, nei pressi del sontuoso palazzo Dolmabahce. La compagine calcisticamente più british, che affonda le proprie radici agli inizi del novecento, avvalendosi del titolo di club più antico della Turchia e inoltre patria dimorale del leggendario pirata Barbarossa. Il BjK di successi ne ha vissuti relativamente pochi in passato. Il restyling societario ha funto da ago della bilancia quando l’intera comunità ne ha avuto bisogno. Il golpe del 2016 è stato forse l’unico momento in cui le tre grandi di Istanbul si sono affiancate spalla a spalla per sorreggere il peso dei 290 morti. Fu in quell’occasione che la curva bianconera promosse l’iniziativa di resistere alla chiusura governativa del Gezi, uno degli unici parchi della città in cui gli oppositori al regime sono soliti ritrovarsi. La storia del Besiktas muta in quel frangente, il gitano. Quaresma ritorna dai suoi tifosi dopo l’europeo francese perché vuole fermare l’esodo generale degli impauriti calciatori stranieri di tutte le società, elevando la sua numero 7 a reliquia del Vodafone Park.

 

All’entrata del vecchio stadio del Besiktas (foto Marcus Brandt/Bongarts/Getty Images)

 

Una società equilibratrice, che merita la recente posizione di primatista e che ha donato parte del premio inerente al titolo dell’ultima Superlig per dedicare ai martiri del 15 luglio uno dei ponti cittadini. Le considerazioni in merito a questa sorta di nuova solidarietà fra le società storiche sono ambivalenti, alcuni credono possa far nascere una concreta idea di ribellione politica, altri la vedono come una perdita d’ideali calcistici. Ciò che accomuna indubbiamente Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce è la poca considerazione del Basaksehir, squadra nata nel 2014 e direttamente finanziata da Recep Tayyip.

 

La fondazione di un quarto club e le sue conseguenti vittorie sul campo hanno indignato gli appassionati di calcio locali, colpiti nel profondo alla vista dell’Akp in occasione dell’inaugurazione del Basaksehir. Ancorati alle loro sanguinarie rivalità, i turchi vogliono continuare a vivere il pallone come caposaldo della propria identità, senza dover assistere al marciume politico anche di domenica.