L’inesorabile declino del post-moderno ha colpito il mondo del calcio. Da diversi anni a questa parte lo sport per “eccellenza”, venerato incessantemente da qualsiasi generazione, sta subendo una brusca inversione di rotta: la passione è sopraffatta dal business, dagli aspetti finanziari e dalle televisioni che si confermano sempre più padrone del settore. Ciò non toglie che il pallone sia da sempre un fenomeno socio-economico rilevante e permeabile alle logiche commerciali. La novità dell’ultimo ventennio è la seguente: l’interesse economico del club non si accompagna a quello (immotivato) del tifoso, ma lo assorbe completamente, riducendo quest’ultimo a materia seconda. E così cambia lo sport in sé. L’agonismo, la competizione e il sentimento non riescono più ad avere un peso decisivo rispetto alla struttura fondante, quella dell’aspetto economico.

«La passione autentica resiste nella fedeltà dei tifosi di ogni squadra. “Puoi tradire tua moglie, ma mai la tua squadra del cuore”».

Contro questa sporca routine assistiamo però, al contempo, al diffondersi del cosiddetto “calcio popolare” o “calcio dell’azionariato popolare”. Si tratta di cooperative o associazioni di tifosi organizzate per dar vita, formalmente, ad un soggetto giuridicamente conosciuto, che si pone come obiettivo quello di instaurare un dialogo costruttivo con il club di riferimento. Ciò che ha un valore inestimabile è però la possibilità di promuovere la partecipazione diretta dei supporters nella governance delle società sportive e delle istituzioni, in un percorso culturale che porta a condividere scelte e responsabilità nei meandri di una serie molto ampia di attività, da quelle più manageriali a quelle “di prodotto”. Questa pratica piuttosto diffusa sembra intercettare il bisogno dei fan di essere parte attiva del club, per prendersi carico della propria squadra del cuore, sino a diventarne parte integrante. Niente più deleghe, ma decisioni assunte da rappresentanti qualificati ed eletti democraticamente.

La protesta dei tifosi del Liverpool sui prezzi dei biglietti è nota. I tifosi Reds, tra i primi in Inghilterra ad aver alzato la voce contro le istituzioni, hanno dato il via ad una protesta divenuta ormai globale nel panorama del tifo inglese (foto Jay McKenna & Spirit of Shankly)

 

Azionato popolare: si può

«Siamo stanchi di questo calcio e di ciò che è diventato: denaro, arroganza, mancanza di collegamento tra i giocatori e i tifosi, il modo in cui noi tifosi siamo trattati, il clima di Gestapo che ci circonda. Non possiamo accettare il fatto che si debbano pagare 36 sterline per entrare in un luogo privo di atmosfera, in cui non è possibile stare in piedi o stare seduti vicino ai tuoi amici».

 

Nella stragrande maggioranza dei casi la scintilla dell’azionariato popolare scatta come reazione d’orgoglio dei fans più devoti che, per esempio dopo un fallimento, tentano di riappropriarsi della loro squadra. E’ il caso del F.C. United of Manchester. Questa incredibile storia radica le sue origini a metà degli anni duemila, quando lo United subisce la scalata di Malcom Glazer, magnate americano che con un’offerta pubblica di acquisto da oltre 300 milioni riesce a rilevare i Red Devils, inondandoli di debiti.

La protesta dei tifosi del Manchester United

I tifosi protestano, non vogliono la scalata, temono che quella sia l’acquisizione di una società dal valore miliardario piuttosto che di una squadra di calcio, preludio di una degradazione da cuore pulsante di una città a semplice squadra di Premier. Ecco che allora la stragrande maggioranza di essi si attiva, reagendo di conseguenza. Il luogo di ritrovo è un piccolo pub di periferia, dove nasce la pazza idea: fondare una nuova squadra. Uno United del popolo, simbolo di un ritorno ad un calcio genuino, in cui l’unica cosa che abbia realmente valore sia il divertimento e non il conto in banca. Alla chiamata a raccolta, si spera nell’arrivo di almeno 1000 persone per discutere della questione. Se ne presentano circa 2000. Oltre 900 di queste sottoscrivono attivamente il progetto.

«Fratelli e sorelle, lo vedete? Il futuro è nelle nostre mani».

È appena nato l’F.C. United of Manchester. L’intento dei padri fondatori è, fin da subito, molto chiaro: il club appartiene ai tifosi che hanno creduto nel progetto investendo la quota stabilita dallo statuto, appena dodici sterline all’anno. Ad ogni sostenitore spetta un’identica quota e ognuno di essi ha la facoltà di esprimere decisioni sul club. Nessuna possibilità di acquisto dell’organizzazione da parte di un singolo individuo ne tantomeno stipulazioni di accordi commerciali con aziende terze per un eventuale sponsor sulle divise da gioco, perché il club non è una società ma una comunità sociale: agli stessi calciatori è infatti concesso partecipare al potere decisionale, che ha come prima sede il pub. Cosa c’è di meglio piuttosto che discutere davanti ad una pinta di ogni aspetto della vita della squadra tutti assieme? Non una rottura con il calcio moderno, ma il modo giusto di intendere il calcio stesso.

 

Cenni di positività nel calcio italiano

Sull’ondata dello spirito innovativo proveniente dalla penisola britannica, il fenomeno del finanziamento collettivo sta lentamente prendendo piede all’interno del nostro panorama calcistico, troppo spesso restio al cambiamento. Siamo nel 2015 quando Gianluca Vialli, ex calciatore di Sampdoria e Juventus, decide, assieme a Fausto Zanetton, noto banchiere specializzato in investimenti nel mondo dei media e dello sport, di lanciare la prima piattaforma autorizzata di raccolta fondi online dedicata allo sport professionistico: Tifosy. L’idea è di rivoluzionare a fondo il sistema di finanziamento dei club, oggi in parte “schiavi” del modello delle sponsorizzazioni, convogliando le nuove tecnologie con le quali i tifosi hanno cominciato ad entrare quotidianamente in contatto con le proprie squadre del cuore, in possibilità più concrete di supporto ad esse.

Il nuovo stadio del Frosinone, il Benito Stirpe (foto Francesco Pecoraro/Getty Images)

Non è un caso che dalla fondazione la piattaforma ha contribuito a raccogliere svariati milioni per vari club europei ed anche alcune squadre italiane hanno deciso di ricorrervi: il Parma, per esempio, ha raccolto 171mila euro da più di 1200 partecipanti. Il progetto più interessante all’interno di Tifosy, però, è stato messo in piedi da una squadra di provincia della capitale, il Frosinone: la campagna, denominata Frosinone Bond, si proponeva di raccogliere, attraverso un mini-bond, un milione di euro per la realizzazione di opere accessorie al nuovo stadio “Benito Stirpe” fra cui un complesso polifunzionale situato proprio nei pressi della struttura principale, lo store ufficiale della società, una palestra, un centro medico per la diagnostica ed un punto di ristoro nel settore ospiti.

 

Il risultato: un milione e cinquecentomila euro raccolti ed aspettative di gran lunga superate. Un risultato che deve necessariamente portare alla riflessione altre società, magari di Serie A, nell’auspicio della costituzione di un modello proprietario in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze del nuovo tifoso, che stanco delle continue restrizioni ha finalmente deciso di passare all’azione.