Riquelme è stato un artista del pallone. La sua fantasia e la sua classe erano, ci piace pensare, al di sopra della realtà. Se c’è una cosa di cui gli dèi non possono fare a meno è l’attenzione posta su di essi. Juan Roman Riquelme – soprattutto alla Bombonera e in quel folle Mondiale del 2006 in Germania – ha spesso usurpato la scena a chi indaga dall’alto la sorte umana. E se fino a qualche decennio fa le stelle erano in così gran numero da rendere difficile, a chi le osservava, l’individuazione di quelle più luminose, il cielo è adesso assai più nuvoloso. In mancanza di costellazioni, andiamo alla ricerca di nuovi pianeti. Riquelme, senza alcun dubbio, era tra le stelle una delle più luminose. Si fa spesso un torto a questo bel termine, ma con “el Mudo” di San Fernando è lecito parlare di genio. Il peccato più grande, per uno con quei piedi e quel temperamento, è stato quello di aver lasciato l’Europa quando questa lo stava accompagnando nell’Olimpo del calcio. Riquelme di questo non si è mai pentito: per lui la fama era secondaria. Suo unico fine era quello di divertirsi e, di conseguenza, far divertire chi aveva la fortuna di osservarlo da vicino. La sua eleganza non era volta all’alloro: essa era già l’alloro.

Riquelme sommerso dai colori del Boca Juniors

Riquelme sommerso dai colori del Boca Juniors

Nato in provincia di Buenos Aires, divide la fama del settore giovanile nel quale cresce (Argentinos Juniors) con Fernando Redondo e Diego Armando Maradona (non esattamente “due a caso”). E’ qui che, quando i primi allenatori lo vedono portare il pallone e accompagnarlo con quella calma – quasi disumana – che sarà poi il suo segno distintivo, gli appioppano il delicatissimo nomignolo di Nuovo Maradona. Se la cosa avvenne ingenuamente o meno, non lo sappiamo. Fatto sta che Riquelme lo rifiutò immediatamente. Non solo per il modo di giocare, ma anche e soprattutto per il carattere. Una cosa soltanto li ha legati davvero: l’immensa classe. Chi ha provato – come il Barcellona – a far vivere il mito di Diego nel corpo di Juan Roman, si è presto reso conto dell’errore che sta alla base di questo modo di pensare il calcio. Come per l’arte, l’artista è irripetibile. Così, per la prima volta dopo 25 anni, scomparve l’etichetta di Nuovo Maradona sopra il nome di Riquelme. Il Camp Nou ne vide la dissoluzione. Nella stagione 2002/03, quando il classe 1978 venne prelevato dal Boca Juniors per la cifra di £ 9 ml, iniziavano a circolare i primi video online (i calciofili più accaniti scoprirono nello strumento di Internet un grosso scatolone magico, pieno di esaltanti – o deludenti – sorprese). L’entusiasmo per l’arrivo di Riquelme in Catalogna era altissimo. Sfortunatamente per i tifosi blaugrana, e per il calcio Europeo, i contorni del genio uscivano fuori dalla figura del pratico. Troppi tocchi, troppi dribbling e mal di testa avversari; soprattutto, troppa lentezza.

Jorge Valdano ha saputo riassumere il concetto in poche righe:

“Chiunque, dovendo andare da un punto A ad un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi”.

Roman venne prelevato dall'Argentinos Jrs per £ 800.000

Roman venne prelevato dall’Argentinos Jrs per £ 800.000

Dopo aver fatto fuoco e fiamme al Boca Juniors (nella prima delle due esperienze dal 1996 al 2002, segnando 44 reti in 194 presenze), raccoglie appena 30 presenze alla corte di Luis Van Gaal, nel Barcellona. Inutile dire che il rapporto con l’allenatore olandese non è mai decollato. Nel destino di Riquelme, tuttavia, c’era ancora la Spagna. Al Villarreal, su volere di Benito Floro e Manuel Pellegrini, regalerà lampi di calcio sublime. Qui, con meno pressioni e più privilegi – si racconta che Pellegrini gli consentisse tutto, pur di vederlo sorridente ed ispirato il giorno della partita – si esprime ad un livello altissimo. Non conquista trofei, ma fa brillare la sua stella come ai tempi del Boca. Viene nominato “Giocatore più artistico del mondo” da Marca. Con il sottomarino giallo gioca dal 2003 al 2007 (in campionato 106 presenze e 36 gol), arrivando al Mondiale di Germania nel 2006 ad un livello calcistico spaventoso. Forse, in quel momento, Riquelme era il centrocampista più forte al mondo. La leggenda narra che scoprì a 10 anni di essere il figlio di un boss criminale. Quel numero, il 10, se lo porterà per tutta la carriera sulle spalle. I compagni di squadra ne conoscono perfettamente forze e debolezze. Quando vengono rispettate le seconde, emergono divinamente le prime. Lo sa Diego Forlan. Dopo averci giocato contro in Argentina ai tempi dell’Indipendiente, dividerà con lui l’idea offensiva del Villarreal (siamo buoni con Diego Forlan). A dire il vero, darà soltanto forma all’iperuranio riquelmiano. Del suo compagno, e amico, in maglia gialla, l’uruguaiano dirà:

“Noi non giocavamo a calcio per avere amici o per dare il cinque a chiunque. Noi giocavamo per vincere. Lui era molto introverso, ragazzo leale da una famiglia composta di nove o dieci bambini. Adorava i suoi fratelli e le sue sorelle. Era molto difficile entrare nella sua cerchia, ma, una volta dentro, avevi un amico fedele”.

Amici-nemici. Riquelme e Aimar: due simboli del Boca e del River

Amici-nemici. Riquelme e Aimar: due simboli del Boca e del River

L’esperienza europea durò finché l’età glielo permise. A 29 anni le idee correvano più velocemente di quanto il corpo richiedesse. La lezione di Platone era filosoficamente valida: l’anima di Riquelme era imprigionata in un corpo nemico. Così, nel 2007, vuoi per le condizioni instabili della madre o per il richiamo ardente della patria, Juan Roman ritorna in Argentina. Il cerchio si chiude alla perfezione. Aveva iniziato all’Argentinos per poi passare al Boca. Torna al Boca e finisce la carriera all’Argentinos. Dal 2007 al 2014, nella sua seconda esperienza con gli Xeneises, vince due titoli Apertura e una Copa Libertadores (ne aveva vinte due alla sua prima esperienza).

Negli ultimi anni della sua predicazione, Riquelme vive una miracolosa rinascita. Il suo fisico cede sempre più, ma dai suoi piedi continuano ad uscire sinfonie meravigliose. Le punizioni che calcia raccontano il disumano equilibrio tra la potenza e la volontà, tra l’eleganza e l’ira funesta. Alcuni passaggi – la maggior parte dei suoi assist – hanno la semplice parvenza di un pallone che rotola da un punto ad un altro del campo: altro non sono che lampi di genio. Il suo dribbling rende onore al movimento dell’oggetto che, più di ogni altro, ha mai amato: il pallone.

Juan Roman Riquelme è stato l’ultimo grande artista della nostra era.

“Il calcio mi ha dato tutto. Proprio come una bambina ama le sue bambole, il miglior giocattolo che ho mai avuto è stato il pallone. La persona che lo ha inventato è un vero eroe: nessuno lo può superare”.