Se siete degli ammiratori di Eric Cantona non avrete faticato a riconoscere, in questo titolo, la battuta cult del film di Ken Loach, Looking for Eric. Quando Eric Bishop, un postino tifoso del Manchester United caduto in depressione, chiede ad Eric Cantona, magicamente materializzatosi dai suoi sogni, quale sia stata la sua rete più significativa, l’ex calciatore mancuniano gli risponde:

 

Il mio goal più bello? È stato un passaggio!

 

L’affermazione del campione francese sintetizza uno dei momenti chiave nella storia del calcio: il passaggio del football da una fase aristocratico-elitaria con forte caratterizzazione individualista a una fase popolare improntata al passing game e al gioco di squadra. Questa evoluzione in senso collettivo definisce al meglio l’essenza del calcio ed è lo spunto da cui trae le mosse l’ultima “fatica” editoriale del filosofo e saggista Jean-Claude Michéa, Il goal più bello è stato un passaggio (Neri Pozza, 2017).

 

Si tratta della traduzione italiana di Le plus beau but était une passe (Flammarion, 2014), una vera e propria carrellata di scritti sul calcio dove l’intellettuale francese presenta un’originale sintesi culturale tra sport e politica degli ultimi trent’anni in grado di oltrepassare la ristretta cerchia di appassionati formulando, al tempo stesso, un’incisiva critica dell’attuale situazione economica.

 

email abbiati - foto -

Jean Claude Michéa, anti-capitalista da sempre che negli ultimi anni ha superato la divisione destra/sinistra, definita ”una mistificazione” portatrice di “inutili divisioni per la riunione delle classi popolari”

 

In questa forma arricchita e ampliata, il volume edito da Neri Pozza presenta i seguenti contributi: Siamo tutti mendicanti di buon calcio, intervista di Michéa del 2010 con il giornalista tunisino Faouzi Mahjoub; Esiste una “filosofia del calcio”?, intervento al laboratorio di filosofia dell’Accademia di Montpellier nel 2013; Appello per salvare lo stadio di calcio Pierre-Rouge a Montpellier, una petizione del 2013 per salvare la struttura da progetti immobiliari intentati dall’amministrazione comunale di sinistra; Gli intellettuali, il popolo e il pallone, prefazione scritta nel 1998 per il libro di Eduardo Galeano Splendori e miserie del gioco del calcio, rivista successivamente nel 2010.

 

Nelle pagine del libro, Michéa sviluppa una serie di riflessioni partendo da un quesito classico: il calcio è fonte di felicità per le persone oppure un nuovo oppio per i popoli?

 

A differenza delle vecchie forme di dominio politico, che generalmente lasciavano al di fuori di esse ampie sfere della vita individuale e sociale, il sistema capitalista cerca di mantenere salda la presa sui popoli soprattutto tramite gli stili di vita, le attività artistiche e le tradizioni popolari. Da questo punto di vista, sarebbe stato sorprendente se un fenomeno culturale così diffuso come il calcio potesse sfuggire a questo processo di “colonizzazione” e di progressiva vampirizzazione. E, in effetti, nel giro di pochi decenni, questo sport è diventato uno degli ingranaggi più importanti nel settore dell’entertainment globale, da un lato per i favolosi profitti che genera e, dall’altro, perché strumento efficace per l’industria dell’intrattenimento mondiale. La Sentenza Bosman del 1995, sbandierata come una vittoria antirazzista dalle organizzazioni di sinistra, ha in realtà consentito ai grandi club internazionali di trasformarsi in aziende quotate in Borsa e di potersi permettere i fuoriclasse del calcio a ingaggi elevatissimi, ha favorito il processo di trasformazione del football in showbiz e ha incentivato il fenomeno del giocatore-mercenario con sembianze professionistiche al posto delle popolari bandiere delle tifoserie.

 

Un sorridente Kylian Mbappé mostra la sua nuova maglia alle telecamere.

 

Le conclusioni di Michéa sono piuttosto chiare:

 

“Il paradosso è quindi che questa straordinaria riconciliazione di settori sempre più vasti del mondo intellettuale e delle nuove classi medie con lo sport più popolare del pianeta […] ha cominciato ad avvenire nel momento preciso in cui la pratica di tale sport ha iniziato a essere […] sempre più snaturata dalla sua stessa crescente subordinazione alla logica del mercato”.

 

Sempre nel secondo saggio, l’intellettuale francese affronta il tema delle origini del calcio popolare sulla scia della definizione che ne diede Eric Hobsbawm come “religione laica del proletariato inglese”. Come si arriva al calcio come people’s game e quando si arriva al passaggio del calcio da uno sport delle élite a sport popolare? Michéa ripercorre questo passaggio da uno stato propriamente ludico/pagano a una fase improntata alla ferrea razionalità. Questo transito avviene nel momento in cui, nei paesi anglosassoni, avviene una codificazione degli spazi di gioco e una regolamentazione precisa, eliminando qualsiasi fondamento religioso o trascendente. Viene così a crearsi un nuovo immaginario sportivo favorito dalla nascita del concetto di fair play, visto che le attività dilettantistiche erano ad appannaggio dei “gentiluomini” e delle classi aristocratiche.

 

In quest’ottica, le nuove élite vedevano nello sport non solo “il marchio di appartenenza alle nuove classi privilegiate ma esso rappresentava soprattutto uno dei segni più evidenti della modernità e del progresso”.

 

La situazione iniziò a mutare quando, contestualmente alla nascita del movimento operaio e del sindacato, il proletariato ottenne importanti successi in tema di diritti come la libertà del sabato pomeriggio e la fine del dilettantismo sportivo, ritenuto, all’epoca, marchio distintivo delle classe agiate. A suggello del mutamento in senso popolare del calcio, Michéa individua l’episodio chiave nella vittoria della squadra degli operai tessili del Blackburn Olympic sull’Old Etonians il 31 marzo 1883 che segna emblematicamente

 

“il progressivo passaggio di testimone tra il calcio elitario delle origini e quello che sarebbe diventato il calcio operaio e popolare del XX secolo”.

.

Questo mutamento di carattere sociale, certificato dalla nota frase di George Orwell secondo il quale “non si può giocare al pallone da soli”, avviene in coincidenza con un altro importante cambiamento, ossia il passaggio dal dribbling game al passing game dove, alla prodezza tutta individuale del singolo, si passa alla costruzione collettiva del gioco e all’arte di saper passare il pallone al compagno. Ed ecco così apparire sulla scena calcistica mondiale il Wunderteam austriaco degli anni ‘30 e la stella di Matthias Sindelaar, la Grande Ungheria di Puskas e Sebes, l’Olanda di Michels e Cruyff fino ad arrivare a Guardiola e al Barcellona dei giorni nostri.

 

La "squadra d'oro"unghere nel '53.

La “squadra d’oro” ungherese nel ’53.

 

La situazione comincia a evolversi nuovamente a metà degli anni ’90 quando – come abbiamo avuto modo di vedere accennando alla sentenza Bosman – si afferma il “calcio liberista” che, al contrario del calcio dei decenni passati, s’ispira sempre più alla filosofia del non perdere come male minore (questo perché uscire sconfitti dal terreno di gioco potrebbe significare un ingente danno economico per la propria società). Su questa linea di ragionamento Michéa mette nel suo mirino la figura di Raymond Domenech, ex CT della Francia, identificato come l’emblema di un calcio volto all’interdizione, alla difesa a oltranza e alla distruzione del gioco dell’avversario, risultando però totalmente privo di immaginazione e creatività sia individuale che collettiva.

 

Questo libro di Jean-Claude Michea, sulla scia degli scritti del grande giornalista uruguaiano Eduardo Galeano, rappresenta, in ultima analisi, una potente critica alla cosiddetta neutralità del mercato calcistico, a quelle regole che vengono sempre additate come sinonimo di equidistanza ma che fungono abilmente come strumenti di controllo rispetto alla sfera sociale e culturale del calcio. Non deve stupire, quindi, se non esiste quasi più fascino e romanticismo nel calcio odierno, caratterizzato, ormai, da una particolare voracità capitalista simile a quella che Michel Floquet denuncia nel suo libro Triste America. Soleva affermare il grande allenatore scozzese degli anni ’60 e ‘70 Bill Shankly:

 

“Ci sono persone che credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. È un atteggiamento che mi lascia perplesso. In realtà, il calcio è molto più di questo”.

 

E allora sarebbe il caso di tornare alle origini del calcio, a quelle discussioni del dopo partita fatte nei bar dello sport dai veri intenditori. Anch’esse sono, per l’intellettuale di Montpellier, argomenti che appartengono al genere filosofico. E, ci permettiamo di aggiungere, alla vera cultura popolare.