C’è un’immagine del GP di Abu Dhabi che racconta meglio di mille parole cosa sia stata la Formula 1 negli ultimi dieci anni: è lo spontaneo abbraccio che Lewis Hamilton e Sebastian Vettel hanno regalato a Fernando Alonso, accompagnandolo e invitandolo nel giro d’onore “a fare i tondi” (da notare la gioia genuina di questo gesto anche se fatto da professionisti) di fine campionato assieme a loro. Se ne sono resi conto in primis i due protagonisti della stagione appena conclusa che in quel momento non si celebrava solo un (altro) titolo per l’inglese, non solo la fine di una stagione combattuta tra Ferrari e Mercedes, ma anche l’addio di uno dei più grandi gladiatori di questo sport. Tutti e tre negli anni si sono scontrati duramente sia in pista che fuori, ma alla fine, quello che conta, è la storia scritta assieme, e tra campioni esiste solo il rispetto personale reciproco, la riconoscenza del valore altrui e l’onore delle armi alla fine della guerra. Chissà cosa riserverà il futuro allo spagnolo delle Asturie, se una Tripla Corona o un altro Petrov a fargli da tappo. Una cosa è certa: la sua garra barricadera e i suoi team radio mancheranno molto.

 

Archiviata la stagione sportiva 2018, c’è stata un’altra immagine ad Abu Dhabi, significativa più sul piano umano che su quello sportivo, che rappresenta il motorsport moderno: è quella di Robert Kubica in conferenza stampa mentre annuncia il suo rientro in gara nella prossima stagione con la Williams. Nessuna eccessiva commozione, ma molta serenità. Certo, il mezzo non sarà il più competitivo, certo, potrà contare su un braccio (il sinistro) e mezzo (il destro), ma lui ci sarà. E conoscendo il suo livello di fame agonistica non sarà certo lì per mettersi in vetrina o fare stories su Instagram. Non ha comprato il team Williams, ma è il team Williams che l’ha voluto per ridare smalto ad una squadra in crisi di identità prima che di risultati.

 

Due campioni.

 

Vorrà dimostrare e dimostrarsi che quando lo paragonavano a Lewis o a Fernando, non si sbagliavano. Vuole confermare a se stesso che quando si era assicurato un sedile sulla Ferrari ed un destino beffardo gliel’ha tolto, il suo valore era quello lì, ed è ancora quello lì, niente di meno. Non bastasse un titolo WRC-2 vinto con una sola mano durante la riabilitazione, non bastasse esser stato a livelli altissimi nella massima serie del WRC contro i vari Ogier, Tanak e Neuville, non bastasse aver fatto segnare tempi importanti ovunque abbia gareggiato negli ultimi 8 anni compreso il Rally di Monza. Robert non si è convinto, non è soddisfatto. La sua casa è la monoposto di F1. Una storia tutta da scrivere, allora, per un pilota che per tecnica, mentalità, attitudine e doti velocistiche è tra i migliori di sempre.

 

“Ho le licenze scadute da un pezzo, quella poetica da rinnovare o levare di mezzo” dice il giovane talento musicale Anastasio. Non è difficile credere che fosse lo stesso pensiero di Kubica fino a qualche tempo fa: continuare a lavorare duramente per tornare ad avere la licenza da pilota, o ritirarsi e commentare le gare alla Genè? Non ci sono mai stati dubbi per il polacco, quando il sogno corrisponde all’obiettivo non c’è nessuna opinione che possa distogliere lo sguardo. Già dalla primissima riabilitazione, dalle innumerevoli ore trascorse ai videogiochi in casa ad allenarsi, fino all’esperienza dei rally, intimamente inseguiva ancora la competizione più importante al mondo. Nell’era in cui la F1 è sempre più show ed intrattenimento, in cui spesso gli ospiti in circuito si accorgono solo tra un selfie e l’altro che c’è una competizione a 300km/h in corso, in cui ci si addormenta guardando le gare alla TV, un pilota della caratura di Robert Kubica è ossigeno puro.

 

Due storie umane e di sport fuori dall’ordinario, due amici che si incrociano e vanno per la loro strada. Due libri che si concludono e un altro paio che stanno per essere scritti.

 

Arrivederci Fernando, bentornato Robert.