Il 19 maggio 1984, a Zurigo, con una votazione quasi plebiscitaria, il Comitato esecutivo della FIFA assegna all’Italia l’organizzazione della XIV edizione della fase finale del Campionato mondiale di calcio. Il principale artefice del successo della nostra candidatura, Artemio Franchi, presidente per anni della Federazione Calcio, poi presidente dell’UEFA e vicepresidente della FIFA, a cui si deve l’ideazione del Centro Tecnico di Coverciano, non riesce a vedere realizzato il suo sogno, vittima di un tragico incidente stradale il 12 agosto 1983. Per la seconda volta nella storia della manifestazione, dopo l’esperienza del lontano 1934, abbiamo l’onore e l’onere di ospitare la rassegna intercontinentale. Viene istituito il COL, comitato organizzatore di Italia 90, con Franco Carraro nella veste di presidente e Luca Cordero di Montezemolo, forte dell’esperienza maturata in Formula Uno, in quella di direttore generale.

23 ottobre 1960: tribuna d’onore a Firenze, da sinistra il presidente Befani con i fratelli Agnelli e il dirigente Artemio Franchi (Wikipedia)

Il COL ottiene un considerevole successo politico quando, a differenza di tutte le precedenti edizioni della Coppa del mondo, si assicura piena autonomia gestionale sull’avvenimento. In precedenza, infatti, i comitati organizzativi locali avevano sede in Svizzera, presso la FIFA, svolgendo nella nazione luogo dell’evento calcistico attività meramente promozionale. Un’altra significativa vittoria politica l’otteniamo sul delicato tema delle sponsorizzazioni legate all’evento.

 

Carraro e Montezemolo riescono a evitare che la ISL, società con sede a Lucerna e partner della FIFA, possa concedere ad aziende straniere concorrenziali con quelle italiane leader del settore la qualifica di sponsor ufficiali dell’evento, riuscendo a far inserire una nuova categoria di partner, i Fornitori ufficiali, che si affiancano agli sponsor internazionali come Coca Cola, Fuji Film, Canon e Gillette. I Fornitori ufficiali sono tutti italiani, e Alitalia, Stet, Olivetti, Fiat, Ferrovie dello Stato, Ina-Assitalia e Banca Nazionale del Lavoro versano al COL sessantaquattro miliardi cash flow, utili al comitato per iniziare l’attività senza contrarre debiti con istituti di credito. Tuttavia, nonostante gli sforzi organizzativi, il torneo sarà un’edizione tutto sommato noiosa, con la più bassa media goal della storia dei Mondiali e con una modesta affluenza di pubblico agli stadi, se si escludono quelli di “San Siro” dove si esibisce la Germania, e l’”Olimpico” di Roma dove giocano gli Azzurri.

Lucio Boscardin con la sua creazione, il “Ciao”. Foto di Domenico Ghiotto (Vice)

Il 12 dicembre 1987 si svolgono a Zurigo le operazioni di sorteggio per definire i gironi di qualificazione. Ornella Muti rappresenta l’Italia come madrina, mentre Luciano Pavarotti, in collegamento diretto da New York, interpreta superbamente Torna a Surriento. Si esibiscono anche Gianna Nannini ed Eduardo Bennato che, due anni dopo, al sorteggio di Roma, avrebbero cantato l’inno ufficiale dei Mondiali, composto da Giorgio Moroder.

 

Sul versante politico, nella penisola è in corso la X legislatura; il VI governo Andreotti presenta una coalizione pentapartitica formata da DC, PSI, PSDI, PRI, PLI. Il 10 marzo, al raduno della Bolognina, nasce il nuovo Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto.

Andreotti e Fellini nel 1990 (http://www.giulioandreotti.org)

Fuori dai confini nazionali si vive un’epoca di profondi cambiamenti. Nel 1989 si assiste a quello che viene definito l’Autunno delle Nazioni, che porta il rovesciamento di diversi regimi comunisti. In Polonia, il movimento sindacale di matrice cattolica Solidarność trionfa alle elezioni ottenendo una maggioranza schiacciante e insediando il primo governo non comunista nei paesi dell’Europa orientale. L’esempio polacco è seguito dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Cecoslovacchia, mentre in Romania la transizione è cruenta. Alla fine del 1989, al ritorno da un breve viaggio in Iran, Ceausescu ordina di reprimere le sommosse che si stanno diffondendo in tutta Bucarest; in un primo momento, l’esercito obbedisce sparando sulla folla ma, il 22 dicembre, le forze armate catturano il dittatore e la moglie e, dopo un processo sommario, li giustiziano in diretta televisiva il giorno di Natale.

 

Nella Germania Democratica il leader Erich Honecker è costretto alle dimissioni, e il 9 novembre 1989, in diretta televisiva, il ministro della propaganda Shabowski annuncia che ai berlinesi dell’est è concesso un permesso per attraversare il confine. Migliaia di persone si riversano oltre cortina, il muro è preso d’assalto e, dopo ventotto anni, distrutto dai famosi Mauerspechte, i picconatori del muro; il 3 ottobre 1990 si assisterà allo storico processo di riunificazione delle due Germanie.

Il muro non c’è più, e Berlino torna unita

Nell’Unione delle Repubbliche Sovietiche, nel mese di febbraio il Comitato centrale del Partito Comunista sovietico ha rinunciato al suo status di partito unico. La glasnost’ e la perestrojka di Gorbacev, dal 1985 Segretario del partito, se da un lato pongono lentamente fine all’isolamento sovietico, dall’altro acuiscono problemi di natura economica fino ad allora tenuti nascosti. I contrasti razziali e le spinte indipendentistiche aumentano. Nell’anno dei Mondiali italiani le quindici Repubbliche sovietiche indicono elezioni libere e cominciano a dichiarare la propria sovranità nazionale nei confronti del governo centrale di Mosca; fra le prime, Lituania, Estonia e Lettonia. L’ultima sarà l’Uzbekistan.

 

In Cina, nella primavera del 1989, un movimento di studenti, intellettuali e operai, improvvisa una marcia per le strade di Pechino per poi stabilizzarsi in piazza Tienanmen; chiedono libertà di stampa e un dialogo formale con i vertici del partito. Deng Xiaoping, l’uomo forte del Partito Comunista cinese, ancor più del Segretario Zhao Zijang, il 3 giugno ordina all’esercito di caricare i manifestanti. È un massacro. Nessuno riuscirà mai venire a conoscenza del numero ufficiale delle vittime. In Colombia viene assassinato Bernardo Jaramillo, candidato presidenziale della sinistra, e mentre in Panama gli Stati Uniti iniziano l’ennesima occupazione, in Nicaragua i sandinisti perdono le elezioni, sfiancati da dieci anni di lotta contro i controrivoluzionari contras armati e addestrati dalla superpotenza a stelle e strisce.

Deng Xiaoping con il presidente Ford (Reuters)

Nel mondo dello spettacolo, l’Oscar del cinema è vinto da “A spasso con Daisy”, di Bruce Beresford. In Italia i cinepanettoni stanno per conoscere la loro stagione d’oro e, puntuali come un’enciclopedia a rate, Le Vacanze di Natale di Christian De Sica, Massimo Boldi e company diventeranno un appuntamento imperdibile per milioni di italiani. Il Festival di Sanremo se lo aggiudicano i Pooh, con Uomini soli, mentre fra le tendenze musicali un posto di rilievo spetta al grunge, fenomeno sociale e stilistico (jeans strappati, camicia da lavoro logora) che, da Seattle, si irradia in tutto il mondo grazie al successo di band come Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains, urlando il disprezzo per il sistema valoriale vigente, con una musica ribelle, violenta e nichilista.

 

Il programma televisivo Galagoal, trasmesso dall’emittente monegasca Telemontecarlo, con il celebre sgabello di Alba Parietti in cui si dimostra che il “calcio è questione di gambe”, fa scuola. La RAI risponde con il collaudato Processo di Biscardi, con Gianni Brera ospite fisso. Di lì a poco la Legge Mammì obbligherà i circuiti televisivi all’uniformità dei programmi su tutto il territorio nazionale, concedendo l’estensione della programmazione alle ventiquattrore. Cominceranno le dirette Mediaset, e l’epoca dei telegiornali al di fuori dei confini di Mamma Rai, come il Tg 5 di Enrico Mentana. Stanno nascendo i ruggenti anni Novanta, e i talk show e i salotti televisivi, con il loro carico di trash e gossip, iniziano a innervare la deriva populista della programmazione, prequel inconsapevole di tanta tv spazzatura successiva, vera e propria arma di distrazione di massa.

L’indimenticabile semplicità di Gianni Brera

Il Nobel per la pace è assegnato a Michail Gorbačëv, per il suo impegno nel lento processo di riorganizzazione (perestrojka) e trasparenza (glasnost’) dell’Unione Sovietica. Partecipano alla fase finale ventiquattro squadre suddivise in sei gironi di qualificazione. Le prime due qualificate accedono agli ottavi di finale, per poi procedere con i quarti di finale e le semifinali, secondo la classica impostazione a eliminazione diretta. Nella competizione che si disputa dal 8 giugno al 8 luglio sono coinvolte dodici città: a Roma si disputano sei incontri, così come a Milano; cinque sono previsti a Torino, Bari e Napoli; quattro a Genova, Verona, Bologna e Firenze; tre a Udine, Cagliari e Palermo.

 

FRAMMENTI ITALIANI

L’Italia ci prova

L’Italia gioca la carta del Mondiale per tentare un rilancio in grande stile oltre che sul versante sportivo, anche su quello industriale. Nel passato, si è sciaguratamente persa un’occasione formidabile negli anni Sessanta, quando il nostro Paese vantava poli di eccellenze scientifico-tecnologici che il mondo ci invidiava. Pensiamo al settore informatico di Adriano Olivetti, un autentico genio rivoluzionario capace di creare una sorta di umanesimo imprenditoriale applicato all’ultraconservatore mondo del lavoro (il predecessore dell’attuale Personal Computer fu l’Elea 9003, primo calcolatore a transistor a uso commerciale, frutto dell’inventiva dell’ingegnere Mario Tchou e del design del giovane architetto e futura archistar Ettore Sotsass); o al settore chimico, che gravitava intorno al gruppo Montecatini; (Giulio Natta, inventore del polipropilene, ottenne il riconoscimento del premio Nobel).

 

Nel petrolchimico, l’Agip di Enrico Mattei sfidò apertamente il cartello delle Sette sorelle, le più ricche compagnie petrolifere del tempo; infine l’ambito fisico-nucleare, erede della grande scuola di via Panisperna degli anni Trenta, dei premi Nobel Enrico Fermi ed Emilio Segre, e che negli anni Cinquanta e Sessanta, grazie all’opera di Felice Ippolito e del CNRN, rappresentò un’eccellenza mondiale del settore. Tutte occasioni mancate, complice la miopia di una classe politica che non seppe avviare una seria progettazione industriale capace di sfruttare le eccellenze presenti nella penisola.

Il Nobel per la fisica Enrico Fermi

In occasione della vetrina del Mondiale ci riproviamo, cercando di rilanciare sia il settore turistico che quello della integrazione tecnologica, e ottenendo anche alcuni risultati apprezzabili che, però, una volta di più, rimangono contestualizzati all’avvenimento e non si tramutano in altrettanti piani strategici di investimento industriale sul territorio. Per la prima volta nella storia dei Mondiali, i giornalisti accreditati hanno a disposizione la Banca dati della Coppa del Mondo FIFA, consultabile in cinque lingue. Nata da una partnership strategica SEAT e Olivetti, la banca dati contiene i tabellini delle 2424 partite disputate dal 13 luglio 1930 (Francia-Messico 4-1) al 19 novembre 1989 (Tunisia-Camerun 0-1), ultima partita di qualificazione, oltre a tutti i numeri statistici di squadre e giocatori.

 

La Posta elettronica Italia 90 consente a ciascun accreditato in sala stampa di consultare qualsiasi terminale del sistema per leggere i messaggi pervenuti alla casella di posta a lui dedicata. I giornalisti possono accedere a banche dati con informazioni turistiche, contenenti le ultime news dal mondo (Ansatel); in tutti i centri stampa sono posizionate stampanti laser per ogni tre postazioni di lavoro. Più di 150 tecnici della Olivetti e della SEAT garantiscono assistenza informatica 24 ore su 24.

San Siro durante l’inaugurazione del Mondiale (cronologiafutbolistica)

Novità anche sul versante della tecnologia televisiva: ogni partita prevede uno standard minimo di 11 telecamere e 4 replay. La RAI, in collaborazione con l’azienda Telettra e il Politecnico di Madrid, mette a punto il sistema di compressione digitale HDTV, che permette la visione delle partite con lo standard dell’alta definizione in otto sale cinematografiche. Viene compresa l’importanza della compressione digitale, ma la mancanza in commercio di schermi televisivi di grandi dimensioni e la difficoltà del trasporto del segnale HDTV, affidato ancora a sistemi di compressione analogici, non permette al sogno RAI di avere seguito. Paradigmatico il caso dell’azienda del gruppo Fiat Telettra, acquistata dalla francese Alcatel che trasferirà nelle sue aziende americane il know-how derivato dallo studio della compressione digitale.

 

L’ex portiere

L’Irlanda ha una grande tradizione religiosa. Cattolica fino al midollo, più di ventimila tifosi stanno arrivando nella Città Eterna per assistere alla partita contro gli Azzurri. La maggioranza di loro è priva di biglietto; c’è una certa preoccupazione da parte del Comitato organizzatore. Intanto, il 27 giugno, l’intera delegazione irlandese è ricevuta da Papa Giovanni Paolo II. I giocatori apprenderanno con una certa meraviglia dei trascorsi calcistici del Pontefice: un ottimo portiere, anche nei racconti di chi lo vide all’opera.

La visita al Vaticano della nazionale irlandese (cronologiafutbolistica)

 

Il bisturi

Quello nascosto nei guanti del portiere cileno Roberto Rojas, nella gara decisiva del girone di qualificazione sudamericano, disputata a Rio de Janeiro contro il Brasile il 3 settembre 1989. Ai Verde-oro basta un pareggio, mentre alla Nazionale andina occorre la vittoria. Approfittando della confusione creata dal lancio di un petardo, Rojas estrae il bisturi e si ferisce di proposito alla fronte, crollando a terra, come tramortito. La gara è sospesa e il Cile abbandona il campo rifiutandosi di continuare l’incontro, sperando in una vittoria a tavolino. Le immagini del fotoreporter Ricardo Alfieri smascherano però il portiere cileno, che ammette di essersi tagliato di proposito e rivela l’esistenza di un piano architettato a tavolino per favorire la propria Nazionale. Squalificato a vita, otterrà la grazia nel 2001.

Rojas e il “quel” celebre taglio (foto www.thesefootballtimes.co)

 

L’altro Schillaci

Ad Alicudi, nelle isole Eolie, per seguire le imprese del celebre conterraneo un prete ha deciso di piazzare sul sagrato della chiesa un televisore a batteria con annessa antenna parabolica. I fedeli, fra una preghiera di penitenza e un’Ave Maria, possono tranquillamente seguire le partite dell’Italia e… sperare in qualche miracolo. Potere del tifo! Il prete si chiama Antonio Schillaci, ed è un lontano parente del Totò nazionale.

 

Ciao

Per scegliere la mascotte dei Mondiali viene lanciato un concorso che riscuote una partecipazione entusiastica. Giungono più di sessantamila proposte e una giuria che include, fra gli altri, Sergio Pininfarina e Armando Testa. Viene scelta come mascotte un burattino con mattoncini tricolore ideato da Lucio Boscardin. A questo punto occorre dargli un’identità, e il Totocalcio promuove una votazione fra cinque nomi preselezionati: Ciao, Amico, Bimbo, Beniamino e Dribbly. Giungono oltre trenta milioni di segnalazioni; la sera del 25 giugno, la mascotte viene ufficialmente battezzata Ciao, la parola italiana più diffusa nel mondo.

Maradona e il Ciao

 

La delusione

Tra tutte, l’Olanda rappresenta la sorpresa negativa del torneo. Dopo aver vinto in modo entusiasmante i Campionati Europei due anni prima, e dopo essersi qualificata agevolmente alla fase finale del Mondiale, nel gruppo F affronta Egitto, Inghilterra e Irlanda del nord non andando oltre a tre non esaltanti pareggi. Nell’ottavo di finale, disputato a Milano domenica 24 giugno, affronta la Germania Ovest in una sorta di derby milanese, vista la presenza nelle sue fila dei milanisti Rijkaard, Gullit e Van Basten, e dei tre interisti Brehme, Matthäus e Klinsmann in quelle della Germania. Gli Orange sono sconfitti ben al di la del risultato di 2-1, in un match cattivo nel quale vengono espulsi Völler e Rijkaard, venuti alle mani.

 

I tre giocatori olandesi sono fuoriclasse assoluti e, tre lustri dopo la generazione dei Cruijff, dei Neeskens e dei Krol, stanno dominando il panorama europeo con il Milan di Sacchi. Alti intorno al metro e novanta, rappresentano la versione extralarge di quei grandi campioni, dimostrazione plastica dell’evoluzione del calcio verso una ipertrofia dei corpi impensabile solo alcuni anni prima. Arduo trovare un simile concentrato di tecnica, forza fisica, rabbia agonistica, abbinate a personalità da maschio alfa dominante. Dal 1987 al 1992, compaiono di continuo nelle prime tre posizioni della classifica del Pallone d’Oro, collezionando 4 primi posti (tre volte Van Basten ed una Gullit),1 secondo posto (Gullit), e 2 terzi posti (Rijkaard). A volte il confronto con gli avversari risulta addirittura imbarazzante, tanto è il loro strapotere tecnico e agonistico.

Olanda-Germania Ovest (Marc Francotte/TempSport/Corbis)

 

Improvvisata

La nazionale del Costa Rica ha raggiunto la sua prima qualificazione a una fase finale del Campionato del mondo. Alla vigilia del torneo non si riesce a comunicare con il centro federale situato nella capitale San Josè. Non arrivano comunicazioni ufficiali che annuncino con esattezza la data dell’arrivo della delegazione del Centro-America. Finalmente il console del Costa Rica comunica la fatidica data: il 28 maggio. L’8 maggio arriva una telefonata alla sede organizzativa del COL di Roma, che avvisa che gli uomini del C.T. Bora Milutinovic si aggirano nell’aeroporto Leonardo Da Vinci.

 

Un’improvvisata organizzata con venti giorni d’anticipo, un tempo più che sufficiente per ammirare tutte le bellezze della Città Eterna. Il Costa Rica risulterà una delle più piacevoli sorprese del torneo, riuscendo a qualificarsi per gli ottavi di finale, dopo aver battuto Svezia, per 2-1, e Scozia, per 1-0. Perderà con la Cecoslovacchia 4-1, nell’ottavo disputato allo stadio “San Nicola” di Bari.

La formazione del Costa Rica a Italia 90, sorpresa del torneo

 

Milano e la moda

La moda colorata della cosiddetta “Milano da bere”, slogan della campagna pubblicitaria dell’amaro Ramazzotti e metafora edonistica dei rutilanti anni Ottanta, di cui la città meneghina simboleggia il centro nevralgico, si affaccia nell’enclave calcistica durante la cerimonia di inaugurazione. Le indossatrici introducono bellezza ed eleganza. Rosse come le rose, le ragazze dello stilista Valentino sono il simbolo dell’America; nere, le donne di Missoni, come l’Africa dei tam-tam; gialle, le ragazze di Mila Schön, esotiche come principesse indiane; verdi, come l’erba del prato dello stadio, le modelle di Ferrè, simbolo dell’Europa. Stanno per iniziare gli anni del brand, e il potere della marca di orientare le scelte dei clienti diventerà un’arma concorrenziale decisiva. Sono presenti all’inaugurazione quattro Capi di Stato: Francesco Cossiga, l’argentino Carlos Menem, il camerunense Paul Biya e il brasiliano Collor de Mello.

La celebre danza di Roger Milla (cronologiafutbolistica)

La danza

Quella improvvisata dal camerunense Roger Milla, dopo il suo goal contro la Romania. Milla balla a ritmi della Makossa, sorta di rumba africana molto popolare nel suo Paese. Davanti alla bandierina del calcio d’angolo, lo show dell’attaccante camerunese è un atto liberatorio, spontaneo, che allarga gli orizzonti mentali e trasmette a tutti un po’ di “mal d’Africa”.

 

Il calcio

La nazionale della Jugoslavia, per l’ultima volta unita prima della prossima frantumazione, si presenta ai Mondiali con una squadra molto forte. Robert Prosinečki, Dragan Stojković, Dejan Savićević e Darko Pančev, insieme ai giovani Vladimir Jugović e a Siniša Mihajlović, sono le stelle della Stella Rossa, vincitrice del campionato e squadra di club più rappresentativa. Dopo aver superato il proprio girone alle spalle della Germania, e aver eliminato negli ottavi la Spagna per 2-1, nei quarti la Jugoslavia affronta l’Argentina. È la sfida fra Maradona e Savićević. Al termine di una partita molto combattuta in cui nessuna delle due squadre riesce a segnare nei 120 minuti di gioco regolamentare, ai rigori, proprio le due stelle più attese falliscono il tiro dal dischetto. Poi Goycochea si erge a protagonista e riesce a parare gli ultimi due penalty calciati dagli slavi permettendo all’Albiceleste di accedere alle semifinali.

L’eroe inaspettato, Sergio Goycochea

In tutto ciò, gli jugoslavi si sono presentati al Mondiale senza la loro giovane stella, Zvonimir “Zorro” Boban. Un mese prima dell’inizio di Italia 90, il 13 maggio, in occasione della sfida di campionato fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado giocata al “Maksimir Stadium”, le due accese tifoserie, i Bad Blue Boys di Zagabria ed i Delijè di Belgrado, questi ultimi guidati da Zeljko Raznatovic (che a breve diventerà il famigerato Comandante Arkan), notoriamente divise da un’annosa rivalità, vengono in contatto prima dell’inizio del match.

 

Ne scaturisce una violenta guerriglia, con la polizia, a maggioranza serba, che carica i tifosi ospitanti. Sul campo, i giocatori della Stella Rossa riescono a raggiungere gli spogliatoi senza danni, mentre alcuni loro colleghi avversari rimangono feriti. Boban, capitano della Dinamo Zagabria, si attarda sul terreno di gioco; ripreso dalle telecamere, lo si vede difendere un giovane tifoso di casa aggredito dalla polizia e sferrare un calcio a un poliziotto serbo. Squalificato dalla Federazione jugoslava per nove mesi, il suo calcio dà simbolicamente inizio alla guerra di indipendenza. Deve rinunciare Mondiali, Boban, ma per il popolo croato assurge a eroe nazionale.

Il celebre calcio di Boban

 

Stadi: una vicenda italiana

Nel bilancio di previsione 2014 di Palazzo Chigi, un apposito capitolo di spesa riporta questa dicitura: “Mutui accesi per la costruzione di stadi in occasione dei Mondiali di Italia 90”; voce allocata, 61 milioni di euro. In vista del Campionato mondiale di calcio, per opere edilizie previste su tutto il territorio della penisola italiana, il Governo prevede investimenti per costruzione e ammodernamento degli stadi (legge n° 65 del 1987), per strutture alberghiere e altre opere strutturali, e infine per attrezzature e servizi tecnologi. I preventivi di spesa sono soggetti a continui incrementi fino a risultare aumentati di circa il 84% nel momento in cui saranno consuntivate le spese effettivamente sostenute.

 

Molte opere previste risulteranno incompiute: si pensi all’albergo a Ponte Lambro, in provincia di Milano, iniziato e mai terminato; oppure alla stazione ferroviaria romana di Farmeto, costo originario 15 milioni di lire, che viene utilizzata solo per quattro giorni. Ma l’esempio paradigmatico è lo stadio Delle Alpi di Torino; quasi 70.000 posti a sedere, con una pista di atletica che allontana molto la visibilità del terreno di gioco al pubblico; costato 226 miliardi di lire, sarà demolito diciotto anni dopo per costruire un nuovo stadio di proprietà della Juventus. Anche lo stadio “San Nicola” di Bari, la cosiddetta “Astronave”, progettato da Renzo Piano, si rivelerà un’opera sovradimensionata per le esigenze della città e le aspirazioni calcistiche della squadra locale. Pesante il tributo pagato in termine di vite umane nel corso delle opere edilizie di Italia 90: ventiquattro morti sul lavoro e circa settecento feriti.

La costruzione del Nuovo Comunale di Torino (Bongarts/Getty Images)

 

Etrusco

Il nome del pallone dell’Adidas con cui si giocano le partite del Mondiale. In onore della storia e dell’arte antica dell’Italia, tre teste di leone etrusche si aggiungono ai venti triangoli che formano il disegno del pallone composto da uno strato interno di schiuma di poliuretano.

 

IL CAMMINO DEGLI AZZURRI

L’Italia si presenta al Mondiale dopo la disastrosa prova dell’edizione messicana e dopo il discreto Campionato europeo disputato in Germania due anni prima, che ci ha visto approdare in semifinale, battuti dall’URSS. Dall’8 ottobre 1986 il Commissario Tecnico è Azeglio Vicini, passato attraverso la felice esperienza dell’Under 21, compagine che ha espresso sotto la sua guida un gioco di buona qualità. Alcuni di quegli interpreti ritrovano il loro allenatore nella squadra maggiore, espressione di un movimento calcistico che sta vivendo un momento d’oro a livello di club.

 

Gli stranieri sono tre per squadra: i russi Zavarov ed Alejnikov della Juventus; i tedeschi Brehme, Matthäus e Klinsmann dell’Inter; Maradona, Alemão e Careca del Napoli; Völler, della Roma; Sosa della Lazio e gli olandesi Gullit, Rijkaard e Van Basten del Milan, rappresentano il meglio del calcio internazionale dell’epoca. Proprio i rossoneri hanno vinto da poco la loro quarta Coppa dei Campioni, battendo nella finale di Vienna il Benfica per 1-0, e concedendo il bis dell’anno precedente, quando si erano imposti sui rumeni dello Steaua Bucarest con un netto 4-0. Il Campionato appena concluso è stato appannaggio del Napoli, al suo secondo tricolore, che, sul filo di lana, ha superato di due punti proprio i rossoneri al termine un appassionante duello.

La “Rosea” all’indomani dello scudetto napoletano

Gli Azzurri compongono un undici dal tasso tecnico leggermente inferiore rispetto ai Campioni del mondo di Spagna. Il portiere è Walter Zenga, dell’Inter. L’Uomo Ragno, questo il soprannome datogli dai tifosi interisti, continua la tradizione dei grandi numeri uno italiani. Combi a Ceresoli negli anni Trenta; Sentimenti IV e Bacigalupo nei Quaranta; Ghezzi a Buffon negli anni Cinquanta; Albertosi e Zoff negli anni Sessanta e Settanta. L’interista, subentrato a G. Galli, che aveva difeso la nostra porta durante i precedenti Mondiali messicani, non sfigura rispetto ai predecessori.

 

La difesa è composta dagli interisti Riccardo Ferri e Giuseppe Bergomi, quest’ultimo l’unico reduce dai Mondiali spagnoli e al suo terzo Campionato mondiale. Negli anni non ha del tutto mantenuto le promesse di inizio carriera, quando sembrava avviato a diventare uno dei più forti difensori del mondo. Ha ridotto le devastanti incursioni offensive degli esordi, limitandosi a interpretare, a buon livello, il tipico ruolo del difensore puro. Specialmente nel suo club, non è riuscito a diventare leader riconosciuto e indiscusso, anche a causa del carattere introverso.

Maradona e Bergomi divisi dal direttore di gara, durante l’Italia-Argentina di quel torneo

La linea difensiva è completata dalla coppia del Milan composta da Paolo Maldini e Franco Baresi. Il primo, figlio di Cesare, buon difensore negli anni Sessanta ed allenatore della Nazionale Under 21, è un destro naturale adattato con ottimi risultati sulla fascia opposta che, a soli ventidue anni, ha già disputato più di venti partite in Nazionale. La natura è stata generosa con lui: in possesso di un gran fisico e di ottima tecnica, abbina velocità e rapidità, e le sue incursioni offensive risultano spesso letali per le difese avversarie. Difficile trovare lacune in questo grandissimo campione, che farà la storia della Nazionale oltre che del suo club.

 

Franco Baresi, suo compagno nel Milan, è il leader difensivo della squadra. Fenomeno già dieci anni prima, il milanista è l’erede simbolico del povero Scirea, ricordandolo in certe movenze, nonché l’erede tecnico del tedesco Beckenbauer, per la disinvoltura e lo stile inimitabile con la quale appoggia l’azione dei centrocampisti, terminando non di rado la stessa con potenti conclusioni di destro. Dotato di un grandissimo senso della posizione e dell’anticipo, ha una impressionante rapidità nelle ripartenze palla al piede, spesso mettendo l’attaccante nelle migliori condizioni per battere a rete, dopo averlo servito con radenti passaggi di interno o di esterno piede. Il centrocampo prevede tre interpreti capaci all’occorrenza di scambiarsi la posizione.

Gli Azzurri

Il ruolo di mediano di fatica che, oltre a garantire corsa, deve essere in grado di operare spostamenti orizzontali di copertura sulle fasce in aiuto alla difesa, è ricoperto da Ferdinando De Napoli del Napoli. Il ruolo di perno centrale, che deve avere attitudini sia nella regia a “tutto campo” sia nell’appoggiare il gioco degli attaccanti, è ricoperto da Giuseppe Giannini, della Roma, ribattezzato il Principe dai tifosi giallorossi per l’eleganza nell’incedere. Dotato di ottima tecnica, bravo sia nelle triangolazioni veloci, spesso concluse con tiri precisi, che nei lanci di lunga gittata, Giannini disputa un buon Mondiale riuscendo a trovare una buona continuità di rendimento.

 

La mezzala di movimento, abile negli spostamenti verticali senza palla ma capace altresì di presidiare la zona centrale del campo fornendo una alternativa a Giannini, propone diverse alternative: Carlo Ancellotti, del Milan, ne offre un’interpretazione più statica, ma di grande esperienza e solidità; Luigi De Agostini, della Juventus, più lineare e schematico; infine Nicola Berti, dell’Inter, rappresenta una sorta di alternativa dinamica ed eclettica rispetto ai due compagni, garantendo corsa e senso dell’ incursione offensiva con e senza palla.

Franco Baresi e Alfred Hortnagl, Italia-Austria (cronologiafutbolistica)

A fianco dei tre centrocampisti agisce Roberto Donadoni, del Milan, ottima ala praticamente ambidestra, dotato di grande tecnica, rapido, e in possesso di un dribbling ubriacante condotto prevalentemente in senso verticale; il milanista è il tipico elemento in grado di sparigliare le retroguardie avversarie per la capacità di superare l’avversario in duelli “uno contro uno”, creando situazioni di superiorità numerica.

 

L’attacco degli azzurri si compone di due elementi. Il centravanti è Antonio “Totò” Schillaci, della Juventus. Ha esordito da poco in Nazionale e rappresenta la grande sorpresa del torneo. I suoi occhi spiritati, con quell’espressione di apparente sorpresa che trasmette il suo sguardo, rimarranno una sorta di istantanea iconografica del Mondiale. Un intero Paese adotta questo palermitano schivo e di poche parole, che ricorda da vicino il suo corregionale Pietro Anastasi. La rapidità d’esecuzione è la sua caratteristica principale, unita a una buona velocità, specie nei primi metri, grazie alla quale Schillaci riesce a mettere in difficoltà i difensori con rapidi movimenti del corpo, spostandosi la sfera sul piede preferito, il destro, e andando alla conclusione improvvisa con forti tiri che spesso colgono di sorpresa i portieri.

L’esultanza di Schillaci dopo il gol all’Irlanda (Billly Stickland/Allsport)

Segna sei reti, diventando capocannoniere e miglior giocatore del torneo, e proprio il Mondiale può essere considerato il suo periodo di massimo fulgore, in una carriera tutto sommato breve. Entra in uno di quegli stati di grazia che durano il breve arco di una manifestazione, non riuscendo più a ripetersi a quei livelli. Si pensi che delle sue sette reti complessive in Nazionale, sei sono segnate a Italia 90; a fine anno si classificherà addirittura al secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro, dopo Lothar Matthäus. A trentanni, dopo aver disputato due stagioni incolori nell’Inter, si trasferirà in Giappone, primo calciatore italiano a giocare nella Japan Soccer League, dove conoscerà una seconda giovinezza diventando un idolo dei tifosi nipponici. Nelle fila del club Jubilo Iwata, disputerà cinque buone stagioni.

 

Lo affianca in attacco Gianluca Vialli, reduce da una stagione non brillante nella Sampdoria, nella quale ha segnato 10 reti in 22 partite. Si è rifatto nella finale di Coppa delle Coppe, giocata a Goteborg il 9 maggio, dove due sue reti, segnate nel volgere di tre minuti nel secondo tempo supplementare, hanno permesso alla sua squadra di aggiudicarsi il primo storico successo continentale. Vialli è un attaccante di movimento, esuberante e forte fisicamente, in possesso di una buona velocità. Si fa apprezzare per i continui scambi di posizione con il compagno di reparto, a seconda delle circostanze R. Mancini, Schillaci, oppure Serena. La sua azione tipica è la progressione sull’out, con susseguente conversione per la conclusione in porta, specialmente col piede destro.

La rosa completa dell’Italia a Italia 90 (cronologiafutbolistica)

Alternative ai due titolari d’attacco sono l’interista Aldo Serena e il gigliato Roberto Baggio. Attaccante vecchia maniera il primo, piuttosto statico, in grado di farsi rispettare in area di rigore dove i suoi colpi di testa o le sue deviazioni volanti risultano spesso letali, mezza punta di grande classe il secondo, non ancora divin codino, ma già il talento più fulgido del panorama calcistico nostrano, ideale risposta italiana a Diego Maradona. Purtroppo, una serie di infortuni, fra cui la doppia rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, ne condizionerà in parte la carriera. Devoto buddista, appartenente alla corrente della Soka Gakkai, Baggio è un talento nato per giocare al calcio e per far divertire i tifosi.

 

Il suo è un gioco d’artista, che oltrepassa schemi e tattiche. Difficile trovare paragoni con altri calciatori italiani del passato: Baggio ha la classe di Rivera, l’abilità nelle punizioni di Corso, anche se calciate col piede destro, il dribbling verticale di Causio, ma quello che lo distanzia nettamente da questi giocatori, come da altri del passato, è la sua prolificità in zona goal, pari a quella di un grande centravanti; questo è l’elemento distintivo, che verrà ribadito nel proseguo della carriera e che lo porterà a terminare il campionato per dodici volte in doppia cifra realizzativa. In seguito Francesco Totti e Alessandro Del Piero lo eguaglieranno in capacità realizzatrici, ma Roberto Baggio è stato il primo fantasista, il primo numero 10, a segnare così tanto in Italia. A livello assoluto, la sua immensa classe lo avvicina ai migliori giocatori di sempre, forse con l’unico neo di un carattere non proprio da leader.


Sabato 9 giugno ore 21,00 Roma, stadio “Olimpico” / Italia-Austria 1-0 (79’ Schillaci)
Giovedì 14 giugno ore 21,00 Roma, stadio “Olimpico” / Italia Stati Uniti 1-0 (11’ Giannini)
Martedì 19 giugno ore 21,00 Roma, stadio “Olimpico” / Italia Cecoslovacchia 2-0 (9’ Schillaci, 78’Baggio R.)
Lunedì 25 giugno ore 21,00 Roma, stadio “Olimpico” / Italia-Uruguay 2-0 (65’ Schillaci, 83’ Serena)
Sabato 30 giugno ore 21,00 Roma, stadio “Olimpico” / Italia-Irlanda 1-0 (38’ Schillaci)
Martedì 3 luglio ore 20,00 Napoli, stadio “San Paolo”/  Italia- Argentina 3-5 d.t.s. e rigori (17’ Schillaci, 68’ Caniggia)

 

Esultanza italiana dopo un gol (cronologiafutbolistica)

 

La vendetta di Maradona

Partecipiamo per la quinta volta ad una semifinale di Campionato del Mondo. Le notti magiche stanno trascinando un’intera nazione. C’è la speranza che, otto anni dopo il trionfo di Madrid, gli Azzurri possano coronare con un successo il Mondiale. Schillaci e Roberto Baggio sembrano ripercorrere le gesta di Paolo Rossi e Tardelli, e a loro sono affidate le speranze di un intero Paese, visto che il protagonista annunciato del torneo, quello che doveva essere il trascinatore della squadra, Gianluca Vialli, anche a causa di un infortunio, non ha saputo recitare il ruolo di primattore. A lui, non senza una certa sorpresa, il C.T. Azeglio Vicini affida comunque il compito di affiancare Schillaci in attacco, rinunciando in partenza a R. Baggio.

 

Sorprendentemente sconfitti dal Camerun nella partita d’esordio, i nostri avversari sono giunti a Napoli dopo aver superato, come migliore terza, il gruppo di qualificazione e dopo aver fortunosamente sconfitto il Brasile nell’ottavo di finale disputato il 24 giugno a Torino, al termine di un incontro dominato dai Verdeoro, che hanno colpito due pali con Dunga e Alemão e mancato facili occasioni con Careca. La nazionale albiceleste è inferiore sia a quella Campione del mondo del 1978, sia alla squadra dell’edizione spagnola. Il portiere Sergio Goycochea, del Racing Club, il difensore Oscar Ruggeri, del Real Madrid, i centrocampisti Jorge Burruchaga, del Nantes e José Basualdo, dello Stoccarda, sono sì buoni giocatori, ma lontani parenti dei vari Passarella e Ardiles.

Claudio Caniggia, grande protagonista di quel mondiale (cronologiafutbolistica)

È piuttosto l’attacco a offrire gli elementi di maggiore caratura. Il ventitreenne Claudio Caniggia, dell’Atalanta, è la punta di diamante del complesso, anche se non saprà mantenere negli anni le promesse degli esordi, quando la sua straripante velocità – vanta un passato da velocista, in atletica -, unita a un’ottima tecnica, fanno intravedere per lui grandi scenari. Gustavo Dezotti, della Cremonese, e Abel Balbo, dell’Udinese, sono due buoni attaccanti non certo paragonabili però ai Kempes e Luque protagonisti del Mondiale del 1978. Infine c’è lui: Diego Armando Maradona. Un fuoriclasse unico, che non ha il tempo di allenarsi ma che una volta in campo sbaraglia tutti.

 

Dopo aver condotto l’Albiceleste alla vittoria nel Mondiale messicano quattro anni prima, determinando i risultati di una Nazionale come prima era riuscito al solo Pelé, nel Mondiale italiano il Pibe de Oro si vuole togliere la soddisfazione di impedire alla Nazionale del Paese che gli ha dato la gloria l’accesso alla finalissima di Roma. E ci riesce, pur malconcio fisicamente e proprio davanti a quei tifosi che, alla vigilia, ha cercato di accattivarsi, ma che rimangono per tutta la partita dalla parte dell’Italia, limitandosi a non fischiare l’inno argentino come invece è indegnamente accaduto in tutti gli altri stadi italiani. Sono i rigori a punirci, dopo un match coraggioso in cui paghiamo a caro prezzo l’unica disattenzione difensiva del torneo, permettendo a Caniggia di pareggiare l’iniziale vantaggio di Schillaci. Poi, dopo i supplementari, la lotteria dei rigori penalizza gli azzurri e il portiere argentino Goycochea si erge a protagonista parando gli ultimi due rigori calciati da Donadoni e Serena, e permettendo al suo capitano di calciare quello decisivo alle spalle di Zenga.

 

Le immagini di quella sfortunata partita

 

“Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare” è l’amaro epilogo del telecronista Bruno Pizzul. “Italia nooo!“, titolerà la Gazzetta dello Sport il giorno dopo. Con perfidia, Maradona ha compiuto la sua vendetta. Una vendetta attesa otto anni, da quel caldo pomeriggio allo stadio “Sarrià” di Barcellona, e perpetrata proprio davanti ai tifosi che ogni domenica lo acclamano. L’anno dopo sarà costretto a scappare, nottetempo, da Napoli, gravato dalle inchieste per uso di droga, presunti rapporti con la camorra ed evasione fiscale.

 

È finito il sogno delle notti magiche; rimane l’amaro in bocca per essere stati eliminati senza aver mai perso sul campo. È una Nazionale incompiuta, quella che esce mestamente dallo stadio napoletano, espressione di un Paese anch’esso atavicamente incompiuto che, da lì a poco, si risveglierà bruscamente dal sogno effimero indotto dal decennio che volge al tramonto. Crisi e scandali attendono la Prima Repubblica al varco della storia.

 

Sabato 7 luglio ore 20,00 Bari, stadio “san Nicola” / Italia–Inghilterra 2-1 (72’ R. Baggio, 82’ Platt, 86’rig. Schillaci)

 

L’Italia conclude il suo Mondiale al terzo posto superando l’Inghilterra (sconfitta in semifinale dalla Germania Ovest solo dopo la lotteria dei rigori), al termine di una partita piacevole giocata a viso aperto. Il terzo gradino del podio è una magra consolazione; è mancato quel pizzico di fortuna necessario ma anche il particolare climax del Mondiale del 1982, quella sorta di epica che aveva avvolto un gruppo di giocatori che in Spagna giocavano contro tutto e tutti.

 

LA PARTITA

Domenica primo luglio a Napoli si affrontano per i quarti di finale Inghilterra e Camerun. Gli inglesi sono imbattuti e hanno eliminato nei quarti di finale il Belgio, grazie ad un goal siglato da Platt al 119’. Sono una squadra solida senza un blocco base proveniente da un solo club. In quella Nazionale gioca un giovane del Tottenham che ha da poco compiuto ventitré anni: Paul Gazza Gascoigne. Talento assoluto, dotato di una forza fisica che gli permette di resistere ai più rudi interventi dei difensori, in possesso di un cambio di passo e di un’abilità unica nel proporre dribbling verticali palla al piede, conclusi con assist o conclusioni in prima persona, sarà acquistato dalla Lazio nel 1992 e lo vedremo militare nella nostra Serie A per tre anni.

I tifosi inglesi al Sant’Elia (cronologiafutbolistica)

Eccentrico, trasgressivo, indisciplinato, Gazza porta con sé sul terreno di gioco quell’aura di anarchia punk che gli permetterà di essere oggetto di una sorta di venerazione da parte della tifoseria. È una specie di rabdomante del calcio, Gazza, e come tale senza logica. Gli eccessi di una vita privata dissoluta, con ricorrenti problemi psichici e di alcolismo, impediranno all’inglese di raggiungere quei successi sportivi che il suo talento calcistico avrebbe meritato. Più volte arrestato, oggetto di frequenti ricoveri coattivi per episodi di violenza, Paul Gascoigne è tutt’ora impegnato nella partita più importante della sua vita: quella contro la dipendenza da alcool.

 

Gli africani del Camerun, guidati dal C.T. sovietico Valerij Nepomnjascij, rappresentano la rivelazione del torneo. Qualificatosi nella fase pre-mondiale ai danni della Nigeria, il Camerun ha battuto nella partita di esordio i Campioni del mondo uscenti per 1-0. Dopo aver sconfitto anche la Romania per 2-1, crollano nella terza partita contro l’URSS per 4-0, ma si qualificano ugualmente primi nel girone. Approdano ai quarti, dove incontrano la Colombia del portiere Jose Higuita e dell’eccentrico centrocampista del Montpellier Carlos Alberto Valderrama, giocatore statico ma in possesso di gran classe. Dopo i tempi regolamentari conclusi sullo 0-0, una doppietta di Milla rende vana la successiva segnatura di Redin, e porta per la prima volta una squadra africana ai quarti di finale di un Campionato del Mondo, e quello dei “Leoni Indomabili”, come sono chiamati i giocatori in maglia verde, resterà lo standard da emulare per ogni compagine africana.

Le immagini di Inghilterra-Camerun

 

Il gioco mostrato è infatti un ottimo mix di tecnica ed atletismo, con l’aggiunta di una disciplina tattica inconsueta per una compagine africana, grazie all’ottimo lavoro dell’allenatore Nepomnjascij. I verdi coprono il terreno di gioco in tutta la sua latitudine, spesso proponendo scambi di posizione sorprendenti e improvvisi. Purtroppo rimangono dei limiti di distrazione fatali a questi livelli. Dopo una buona carriera trascorsa nel campionato francese, soprattutto nelle fila del Saint-Etienne, Milla abbandona la nazionale dopo l’improvvisa morte della madre e in polemica con la sua federazione, rea di non averle assicurato le promesse cure mediche in strutture private. Poco prima dell’inizio dei Mondiali il Presidente del Camerun lo convince personalmente a far parte della spedizione.

 

Quel primo luglio tutto lo stadio tifa per i “Leoni Indomabili”, che lasciano prudentemente in panchina il “vecchietto terribile” Milla, fin lì autore di quattro reti. Gli inglesi si portano in vantaggio al 25’ con Platt, abile a schiacciare di testa un cross di Pierce. Nel secondo tempo entra Milla e in tre minuti gli africani ribaltano il risultato; prima con un rigore battuto dal difensore centrale Kunde, già autore due anni prima del rigore decisivo che fece vincere la Coppa d’Africa al Camerun ai danni della Nigeria, poi con EKele, su assist dello stesso Milla. Il sogno dei leoni si infrange contro un altro rigore, questa volta a favore dell’Inghilterra causato dal difensore Massing e realizzato da Lineker a 7’ minuti dalla fine. Nei tempi supplementari, un altro penalty, sempre causato da Massing, permette a Lineker di portare in semifinale gli inglesi.

Il fascino esotico della tifoseria camerunese (Bongarts/Getty Images)

 

I CAMPIONI

La Germania Ovest, dopo aver eliminato l’Olanda negli ottavi 2-1, la Cecoslovacchia nei quarti 1-0, si sbarazza ai rigori dell’Inghilterra in semifinale e giunge a disputare la sua sesta finale della storia dei Mondiali. L’8 luglio, allo stadio “Olimpico” di Roma, in una delle più grigie finali della storia, la Germania batte l’Argentina per 1-0. I sudamericani rimangono in inferiorità numerica a partire dal 65’ per l’espulsione di Monzon, primo giocatore a cui viene mostrato il cartellino rosso in una finale di Coppa del Mondo. La partita viene decisa da un rigore concesso dall’arbitro messicano Mendez per fallo non chiarissimo subito da Völler, e realizzato da Brehme quando mancano cinque minuti alla fine.

 

La Germania Ovest presenta al Mondiale una formazione molto competitiva. Da sette anni le compagini teutoniche non vincono la Coppa dei Campioni, da tredici la Coppa delle Coppe (ultima vincitrice, in entrambi i casi, l’Amburgo) e, con l’eccezione del Bayer Leverkusen, vincitore nel 1988, da undici la Coppa UEFA. Franz Beckenbauer propone uno schieramento tattico inconsueto, per quei tempi, una specie di riedizione del Metodo degli anni Trenta riproposto in versione dinamica e con alcuni accorgimenti aggiuntivi. In quella formazione, il poco acclamato Guido Buchwald, dello Stoccarda, funge da elemento di equilibrio, svolgendo il doppio ruolo di centromediano aggiunto a protezione della coppia difensiva centrale e di centrocampista di sostegno alla coppia formata da Matthäus, e Hassler.

La nazionale tedesca

Quella tattica, che viene comunemente letta come un 5-2-3, può assumere le sembianze del futuro 4-2-1-3. L’estremo difensore è Bodo Illgner, del Colonia, un buon portiere che prosegue la tradizione di Maier e Schumacker. In difesa giostrano i terzini Thomas Berthold, della Roma, a destra, e Andreas Brehme, dell’Inter, a sinistra. Più che terzini vecchio stampo, sono laterali pronti a coprire l’intera fascia di appartenenza. Brehme, soprattutto, è un grande laterale mancino ambidestro che sa svolgere con grande efficacia e disinvoltura il ruolo su entrambe le corsie laterali; proverbiali le sue scorribande offensive concluse con cross “a banana”, nella migliore tradizione dei laterali tedeschi del passato. Klaus Augenthaler e Jürgen Kohler, entrambi del del Bayern Monaco, sono una coppia di difensori centrali attenta e solida, priva di fronzoli e velleità stilistiche ma affidabile e affiatata.

 

A centrocampo troviamo Thomas Häßler, del Colonia, un piccolo fantasista molto agile, in grado di superare l’avversario con disinvoltura e di rendersi pericoloso con conclusioni velenose e spesso vincenti. Durante l’estate sarà acquistato dalla Juventus, andando a infoltire la schiera dei giocatori tedeschi che militano nella Serie A. Pierre Littbarski, del Colonia, è l’altro elemento di raccordo fra centrocampo e attacco. Col tempo ha in parte perso la rapidità e l’imprevedibilità che lo distingueva agli esordi, acquistando in compenso esperienza e sagacia tattica. In attacco giostrano Jürgen Klinsmann, dell’Inter, e Rudi Völler, della Roma. L’interista è un attaccante di movimento bravo ad aggredire spazi e profondità e a scambiarsi spesso di posizione con il compagno di reparto. Discreta tecnica, ottima progressione, Klinsmann ha anche una certa confidenza con la rete; giocatore molto generoso, spesso questa sua caratteristica lo porta a sprecare tesori di energie a discapito di una certa lucidità nelle conclusioni.

Brehme, autore del gol finale, sovrastato dai compagni

Il romanista è un attaccante di grande dinamismo, che fa da continuo pendolo orizzontale nell’area di rigore sapendo disimpegnarsi indifferentemente sia sull’out destro che su quello mancino. Forte fisicamente, riesce a coprire egregiamente col corpo la sfera rendendo la sua marcatura ostica per i difensori avversari. Molto tempestivo nei colpi di testa, ha come unica lacuna una velocità non eccelsa. Infine l’undici titolare è completato dalla stella della squadra: Lothar Matthäus, dell’Inter, l’uomo in più. Sì, perché prendete una Nazionale forte e quadrata come quella tedesca; fatela guidare da un tecnico intelligente e carismatico come Beckenbauer, e aggiungete un calciatore dalle caratteristiche di Matthäus al massimo della forma. Be’, è molto facile che quella squadra diventi Campione del mondo. Per un paio di stagioni abbondanti, i tifosi interisti hanno potuto ammirare una sorta di alieno correre con la velocità della folgore sul prato di “San Siro”. Temperamento, personalità, eclettismo, tecnica, potenza, dinamite nel piede destro e una prodigiosa accelerazione palla al piede: queste, in estrema sintesi, le soft skills calcistiche di Lothar Matthäus.

 

ISTANTANEE

Napoli, stadio “San Paolo”, domenica primo luglio. È da poco finita la partita. In lacrime, i giocatori del Camerun fanno il giro del campo sommersi da un uragano di applausi. Sono stati eliminati dall’Inghilterra, dopo aver disputato un grande match e un grande Mondiale. Fascino, spensieratezza e orgoglio di un popolo. Il calcio africano, fino a quel momento folcloristico sparring partner, è riuscito a spezzare le catene simboliche che, da sempre, lo hanno relegato al ruolo di semplice comprimario. Si è conquistato dignità e rispetto. Un’impresa che rimarrà nella storia dei Mondiali, quella dei “Leoni Indomabili”. Un gradino sotto la fantasia, un gradino sopra la realtà.


Copertina a cura di Breccia Vignettista