Madison Square Garden, il tempio dei grandi eventi sportivi americani. Tra gli spalti colletti alti, capelli cotonati, occhiali dalle grandi montature e corposi baffi colorano gli sguardi concentrati di diciottomila spettatori, mentre una lieve nebbia causata dal fumo di sigari contribuisce a creare l’atmosfera dei grandi eventi. Fuori è una fredda giornata del gennaio newyorkese del 1981; in campo, per la finale del Master di fine anno 1980, che all’epoca si giocava nel gennaio dell’anno successivo, l’esperto Vitas Gerulaitis sfida un appena ventenne Ivan Lendl. Gerulaitis conduce due set a zero, la partita sta andando nella direzione che lui le ha impartito e sembra che per Lendl non ci sia scampo. A metà terzo set, Gerulaitis approccia la rete con una volée indecisa e piuttosto corta, Lendl ha tutto il tempo per portare lentamente indietro il braccio, per poi repentinamente lasciare andare il diritto, come una scudisciata. Dopo l’impatto con la racchetta, la palla che esce dal piatto corde è un proiettile e colpisce in piena fronte il malcapitato Gerulaitis il quale, con un tonfo, stramazza stordito a terra, mentre la palla schizza via oltre la ventesima fila del Garden. È la svolta: Ivan recupera da due set e un match point contro, e vince il torneo. Il mondo assisteva alla manifestazione dionisiaca del gioco di Ivan Lendl: pragmatico, cinico, devastante.

 

Il diritto che affonda Gerulaitis

 

Ivan Lendl potrebbe benissimo essere un personaggio di un romanzo di John Le Carré. Nasce nel 1960 oltre quella che Churchill per primo aveva definito “cortina di ferro”, ad Ostrava, in Cecoslovacchia. È una città industriale in un paese di regime comunista, che ha ben poco da offrire ad un giovane, se non di seguire la professione dei genitori, che il caso volle entrambi tennisti. Ivan viene quindi iniziato al tennis in giovane età, e comincia subito a bruciare le tappe, tant’è che domina i circuiti juniores, nazionali ed internazionali, e debutta nel circuito professionistico a soli diciotto anni, nel 1978. Tuttavia, la sua vita non è affatto facile. Come ogni atleta di regime in piena guerra fredda, Lendl è sottoposto ad un controllo quasi totale. Non può scegliere i tornei a cui partecipare, il suo passaporto è trattenuto dalla federazione e deve chiedere permessi specifici per poter giocare tornei all’estero. La sua carriera procede però senza grossi intoppi e dal 1978 al 1983 fioccano decine di titoli, di cui due Masters, e quattro finali Slam, perse contro Borg, Connors e Wilander, oltre ad una Coppa Davis, vinta in finale contro l’Italia di Panatta, Barazzutti e Bertolucci. Con il suo gioco domina gli avversari, fisicamente e mentalmente. Gioca da fondocampo come Borg, ma a differenza dello svedese il suo non è un gioco di logoramento, di attesa dell’errore altrui, ma varia il ritmo a suo piacere per tirare potentissimi vincenti angolati da ogni posizione. I suoi colpi sono più carichi di effetto rispetto ai suoi colleghi, grazie anche all’uso ottimale di moderne racchette costruite con materiali compositi. È inoltre in grado di giocare passanti da qualunque posizione, avventandosi su ogni palla corta come uno squalo su di un incauto surfista.

Il famigerato diritto di Lendl

Il famigerato diritto di Lendl

È però il diritto la sua vera arma letale. Un colpo mai visto prima, che nessuno è in grado di eguagliare in potenza, come testimonierà sbalordito Arthur Ashe dopo un match di Coppa Davis. Nella preparazione, porta lentamente il braccio indietro, gira il polso in modo tale che il piatto corde sia parallelo al campo, per poi sollevarlo repentinamente, come una frustata che taglia la palla, lasciando l’avversario senza scampo. Oggi siamo abituati a questo tipo di colpo, perché portato quotidianamente all’estremo da gente come Rafa Nadal o Jack Sock, ma all’epoca era qualcosa di extraterrestre.
Ivan tuttavia non è tranquillo. Anche se nel 1983 è finalmente numero uno al mondo, sa che questo non basta. Nonostante la federazione cecoslovacca non voglia compiere gli stessi errori commessi con Martina Navratilova, che qualche anno prima tradì il regime chiedendo asilo agli USA, e adotti quindi un approccio più lassista, lasciando tenere a Lendl la maggior parte dei montepremi guadagnati, la Státní Bezpečnost, polizia segreta del regime, lo spia e Ivan è circondato da delatori. Forse è per questo che nel 1984 compra casa negli USA.

 

Un recente ritratto di Lendl. Foto di Paul Stuart

Un recente ritratto di Lendl. Foto di Paul Stuart

Il trasferimento dà a Lendl la serenità per giocare a mente libera, e proprio nel 1984 arriva la quinta finale Slam, a Parigi. Davanti a sé, sulla terra battuta della Court Central, c’è la leggenda John McEnroe, nell’anno in cui sembra imbattibile e lanciato da una striscia di 42 vittorie consecutive che sembra non voler terminare. I due hanno solo un anno di differenza, ma in campo avviene uno scontro generazionale: la forza bruta del moderno gioco di fondocampo contro il tradizionale serve and volley, apollinea espressione di un gioco basato su tocco, sensibilità e delicatezza. La terra rossa è la superficie di caccia ideale per i colpi carichi di spin di Lendl, ma McEnroe è in una delle annate di grazia più memorabili della storia del tennis: in poco tempo il ceco è sotto 3-6, 2-6. Il freddo e cinico gigante dell’Est sembra, ancora una volta, sopraffatto dai nervi e dall’emozione di giocare una finale slam, ma nel terzo set sul 2-4, qualcosa si rompe nel meccanismo perfetto di Mac, e il gioco di Lendl comincia a funzionare. Ivan riesce in una clamorosa rimonta e chiude 7-5 al quinto. McEnroe è sconfitto, Ivan Lendl alza le braccia, guarda il suo angolo: finalmente è un re con una corona.

McEnroe subisce la più bruciante sconfitta della sua carriera, che gli preclude ogni pretesa di essere il miglior tennista della storia, e non si avvicinerà mai più ad un simile risultato a Parigi.

Al Roland Garros ‘84 seguiranno altri sette Slam, quattro Masters e un record di 270 settimane come numero uno. Una sola cosa manca sullo scaffale dei trofei: Wimbledon, la Terra Santa dei tennisti, la cattedrale dove chi vince diventa eterno. Per tutta la vita Lendl lo inseguirà, ossessivamente, al punto di saltare due Roland Garros, nel 1990 e nel 1991, di facile vittoria sulla carta, per poter prepararsi al meglio e adattare il proprio gioco all’erba. Invano però, perché prima un diciottenne Boris Becker, poi lo specialista Pat Cash gli toglieranno la gioia di un trionfo a Church Road.  Si ritira nel 1994, tormentato dai dolori fisici, per dedicarsi alla moglie e alle cinque figlie, mentre nel tempo libero gioca a golf, sua grande passione.

Il passaggio del testimone a Andy Murray. Foto di Jordan Mansfield/Getty Images

Un metaforico passaggio del testimone a Andy Murray. Foto di Jordan Mansfield/Getty Images

All England Club, Wimbledon, 2013. Di Lendl non si è più sentito parlare fino a che, nel 2011, è diventato il coach dello scozzese Andy Murray, con lo scopo preciso di farlo diventare il primo britannico in pantaloncini a vincere lo slam londinese. Murray è un talento ma, come Ivan, ha perso le sue prime quattro finali slam. Sotto l’egida del ceco ha vinto lo US Open 2012 e ora cerca la consacrazione, ma prima deve battere il fenomeno degli ultimi anni, il serbo di gomma Novak Djokovic. La svolta avviene qualche giorno prima sui verdi prati del Queen’s Club. È un’esibizione di doppio che vede opposte le coppie Murray-Henman e Lendl-Berdych. Lendl tenta un attacco ma la sua volée è alta, la palla è lenta, Murray si avventa con il diritto, e colpisce in pieno il coach. Il piano è stabilito, il messaggio è stato trasmesso. È un nuovo giocatore, il Murray allievo, con la mentalità pragmatica e vincente del maestro. Batterà Djokovic e solleverà il trofeo, tra le ovazioni del pubblico di casa. Il cerchio è chiuso. Lendl conclude, da coach, quello che aveva lasciato incompiuto come giocatore.

 

Foto in copertina di Steve Powell/Getty Images