E’ la quinta tappa della “Volta a Algarve”, breve corsa a tappe che si corre in Portogallo nella regione che da il nome alla corsa.
Non è una gara di primissimo piano del calendario internazionale e non c’è un parterre eccezionale. Ma c’è lui, l’idolo da quasi un ventennio di tutti i portoghesi innamorati di ciclismo: Joaquim Agostinho. Il fenomeno trionfa nella prima tappa e veste i panni di leader della classifica quando si disputa la quinta. E’ una tappa interlocutoria con l’arrivo in volata a Loulè. I ciclisti stanno per disputarsi la vittoria lanciati ad oltre 60 km/ora. Agostinho non è certo uno sprinter e si disinteressa alla lotta per le posizioni d’avanguardia.

 

E’ a circa 300 metri dal finish quando nel rettilineo d’arrivo entrano due cani, probabilmente randagi, che si sono infilati tra il numeroso pubblico. Qualcuno riesce ad evitarli, altri non ce la fanno e sono diversi i ciclisti a finire a terra. Uno di questi è Agostinho. Investe in pieno uno dei due cani e cade sull’asfalto pesantemente. C’è la solita concitazione nel capire chi tra i tanti corridori a terra ha avuto la peggio. Quando ci si accorge che anche Agostinho è tra i ciclisti coinvolti nella caduta è su di lui che si concentrano istintivamente gli sguardi di tutti gli spettatori. L’asso portoghese è coperto di abrasioni. Riesce però a rialzarsi, anche se evidentemente intontito dalla caduta. Fa un segno ai tifosi come per dire che è tutto ok. I suoi compagni lo aiutano a risalire in sella e con loro percorrerà le poche centinaia di metri che lo dividono dalla linea di arrivo.

Tutto il carisma di Joaquim Agostinho

Da questo momento in poi si aprirà una delle pagine più assurde, vergognose e imbarazzanti della storia di questo sport e di questo meraviglioso paese che però, in seguito a quello che andremo a raccontarvi, un giornalista autoctono dell’epoca non esitò a definire “arretrato e incompetente”. Agostinho non viene soccorso, messo su un’ambulanza e portato in ospedale per accertamenti. Non c’è nessun medico di corsa a visitarlo. Viene medicato sommariamente e poi viene accompagnato in albergo. Gli viene data una borsa del ghiaccio e gli viene consigliato di riposare. Dopo due ore però i dolori alla testa diventano lancinanti, insopportabili. E’ solo a quel punto che lo staff dello Sporting, la sua squadra ciclistica, si decide ad accompagnarlo all’ospedale di Faro, il capoluogo della Regione. Gli vengono fatti i raggi X e la risposta è devastante. C’è una frattura dell’osso parietale del cranio. Solo che lì, nella città più importante della più importante zona turistica del Paese non esiste un reparto di neurochirurgia. Viene caricato su un ambulanza e portato a Lisbona, che dista qualcosa come 300 km. Durante il tragitto arriva una emorragia cerebrale.

 

Quando arriverà all’ospedale da CUF a Lisbona Agostinho sarà già in coma. Sono ore frenetiche dove si cerca disperatamente di porre rimedio ad una situazione ormai irrimediabilmente compromessa. Agostinho viene operato. La notizia delle sue condizioni di salute è ormai di dominio pubblico. Gli attestati, le telefonate e i telegrammi che arrivano per lui sono migliaia.
Il popolo portoghese si stringe intorno al suo amato campione così come tutto il mondo del ciclismo. Luis Ocana, il grande campione spagnolo e suo rivale in tanti Tour de France sarà tra i più assidui nel far sentire la sua vicinanza e il suo appoggio.
Agostinho è un uomo amabile, ben voluto da tutti nell’ambiente. Anzi, forse il suo limite è stato proprio questo. Una gentilezza d’animo, una correttezza e una sportività esemplari, anche se talvolta non accompagnate da quella rabbia agonistica che spesso può fare la differenza.

Joaquim Agostinho in compagnia di Eddy Merckx.

Tutti i tentativi sono vani. Si parla di 3 forse 4 operazioni ravvicinate ma senza risultato. A 48 ore da quella rovinosa caduta Joaquim Agostinho verrà dichiarato clinicamente morto. La sua tempra però è incredibile. Un uomo che da sempre ha lavorato la terra, che a 18 anni è stato mandato a combattere in Mozambico una assurda guerra coloniale che gli ha rubato due anni e mezzo della sua vita, che ha fatto della fatica in bicicletta la sua professione, non si arrende mica tanto facilmente. Questa incredibile forza farà si che Agostinho lotti contro la morte per più di 8 giorni da quella maledetta caduta, con il suo cuore che proprio non vuole saperne di fermarsi. Giorni nei quali la moglie Ana Maria insieme ai due figli e a tutti gli appassionati di ciclismo hanno continuato a sperare in un miracolo. Miracolo che non si compie. Anche se di miracoli non ce ne sarebbe stato bisogno se una serie incredibile e imperdonabile di errori non avessero condannato Joaquim alla sua sorte fatale.

 

Ma chi era l’amato campione lusitano? Joaquim Agostinho nasce il 7 aprile del 1943, in un piccolo villaggio rurale nei pressi di Torres Vedras. Nasce in una famiglia di contadini, dove le braccia sono l’unica risorsa. Ben presto inizia a lavorare nei campi con la famiglia e nel tempo libero gioca a calcio con gli amici del suo villaggio. E’ un tifoso accanito dello Sporting Lisbona e sogna un giorno di giocare per la famosa squadra a righe bianco-verdi orizzontali. Tutti i suoi sogni di adolescente paiono infrangersi quando al 18mo anno di età viene arruolato nell’esercito del suo Paese e spedito a combattere in Mozambico.
Vedrà la morte in faccia più volte. In una di queste occasioni, al passaggio della camionetta militare sulla quale si trova insieme ad altri commilitoni esplode una mina che uccide diversi suoi compagni e ne ferisce gravemente altri. Joaquim rimane praticamente illeso, ricordando poi negli anni che “dopo quel giorno ho pensato io comunque sarei sempre stato a credito con la fortuna. Proprio nell’esercito scopre una predisposizione fino ad allora sconosciuta: quella per la bicicletta.

Anima e corpo.

Lui una bicicletta non l’aveva mai avuta e impara a starci sopra proprio durante la sua permanenza in Mozambico.
Vengono organizzate delle gare fra i commilitoni e Joaquim primeggia praticamente sempre. E’ sgraziato in bici, e fa una fatica incredibile a rimanere in equilibrio e a guidarla (cosa che lo contraddistinguerà per tutta la carriera) ma ha una potenza incredibile e in pianura e in salita è superiore a tutti di una spanna. Quando, dopo quasi tre anni donati alla Patria e a quella stupida guerra, ritorna in Portogallo, è più che mai convinto che dalla vita vuole qualcosa di più che dei campi da arare o delle mucche da mungere. Si butta anima e corpo nel ciclismo.

 

Ma le ristrettezze economiche sono sempre le stesse di quando era partito per il fronte. Soldi non ce ne sono e alla sua primissima gara corsa dalle sue parti riuscirà ad iscriversi all’ultimo momento correndo su una bicicletta da donna prestatale da una amica della sorella. Agostinho vince quella gara praticamente “doppiando” tutti gli altri partecipanti. Ben presto questo strapotere nelle corse locali desta l’attenzione degli “addetti ai lavori”. Tra questi c’è Joao Roque, ex-cicilista portoghese capace in passato di vincere anche il Giro del Portogallo e che lo mette sotto contratto nel suo team, lo “Sporting Clube de Portugal”.
L’impatto di Agostinho è impressionante: vince il campionato portoghese in linea e arriva secondo al Giro del Portogallo.
I suoi risultati convincono Roque a portare Joaquim anche fuori dai confini ed è proprio durante il Giro della provincia di San Paolo in Brasile che Joaquim viene contatto dal patron della squadra professionistica francese Frimatic, il famoso Jean de Gribaldy.

 

Firma sul posto il suo primo contratto professionistico. Solo un anno prima era in Mozambico a fare il soldato. I suoi risultati sono subito eccellenti. Ha delle lacune importanti dovute in gran parte alla sua tardiva entrata nel mondo professionistico. E’ terrorizzato di stare nella pancia del gruppo, ha difficoltà a condurre la bici nelle curve e nelle discese e il uso stile potente ma goffo gli fanno prendere il soprannome di “Hulk” fra i colleghi ciclisti. Però va forte, va molto forte. Ha un fisico compatto e molto muscoloso. A vederlo ha tutte le caratteristiche dello sprinter solo che è tutto meno che veloce, mentre sul “passo” e in salita è un’autentica forza della natura.

idolo delle folle.

In una squadra professionistica francese è in Francia, in Belgio e in Olanda che bisogna correre e per Agostinho allontanarsi dal Portogallo, dove ormai non ha più rivali, è una scelta difficile. Sarà il mitico Rapheal Geminiani che gli darà la scossa decisiva. “Vuoi essere un grande campione in Portogallo o vuoi essere un grande campione a livello Mondiale ? La scelta è tua figliolo”
A questo punto la carriera di Agostinho decolla. Nel 1969 partecipa al suo primo Tour de France, la corsa più importante del calendario internazionale. I risultati che ottiene sorprendono anche i suoi più convinti estimatori. Agostinho vince due tappe e si classifica all’8° posto nella classifica generale. Uno degli esordi più straordinari nella storia della “Grande Boucle”.

 

Il Tour rimarrà sempre la “sua” corsa, quella per la quale Agostinho si prepara meticolosamente e mette tutto se stesso. Nel resto della stagione corre il meno possibile e spesso non con la determinazione che un professionista del suo livello e valore dovrebbe avere. Ma lui è fatto così. Correrà per ben 13 volte il Tour riuscendo in due occasione, nel 1978 e nel 1979 a salire sul podio. Proprio nel 1979 arriverà il trionfo più importante, acclamato e prestigioso della sua carriera. E’ il 15 luglio del 1979.
Il Tour arriva sulla già mitica vetta dell’Alpe d’Huez, inserita nel percorso per la prima volta nel 1952 ma che dal 1976 farà “tappa fissa” per i ciclisti della Grande Boucle.Prima di arrivare lì due gustosi “antipastini” come il Col de la Medeleine e il Galibier. Ai piedi della salita conclusiva c’è un gruppetto di comprimari in fuga fin dalle prime battute. Sembra che possano essere proprio Laurent, Wellens, Nillson e Alban a contendersi la vittoria finale. Ma fin dalla prime rampe della mitica ascesa “dei 21 tornanti” Agostinho attacca. Sa che se vuole la vittoria di tappa deve muoversi subito.

 

Il francese Bernard Hinault e Joop Zoetemelk, il forte scalatore olandese che duellano per la vittoria finale, decidono di non rispondere immediatamente agli attacchi di Agostinho. Lo fa però Bernardeau, il luogotenente di Hinault, che si accoda a Joaquim. Agostinho però non ne vuole sapere di trascinarsi dietro il francese braccio destro di Hinault. Continua a salire di potenza finché la resistenza di Bernardeau è vinta. Quando mancano ancora diversi chilometri di salita Agostinho raggiunge i 4 fuggitivi di giornata e li supera con estrema facilità. Arriverà solo al traguardo dell’Alpe d’Huez, con oltre tre minuti di vantaggio su Hinault, Zoetemelk, Kuiper e gli altri uomini di classifica. A Joaquim Agostinho è intitolato il 17mo tornante dell’Alpe d’Huez.

La statua di Agostinho nel suo paese natale.

In carriera sfiorerà una vittoria in una grande corsa a tappe. Accadrà al Giro di Spagna del 1974 dove chiuderà la corsa al secondo posto, a soli 11 secondi dal vincitore, il fenomenale scalatore spagnolo Josè Manuel Fuente, “El Tarangu” per tutti.
Agostinho non accetterà mai questo verdetto. Dopo una combattutissima Vuelta che vede come protagonisti lo stesso Fuente, Agostinho e l’altro grande campione spagnolo Luis Ocana, si arriva all’ultima tappa, una cronometro individuale di 35 km che si corre a San Sebastian, nei Paesi Baschi. Agostinho ha nei confronti di Fuente un ritardo di 2 minuti e 35 secondi. Sembrano un abisso incolmabile ma Agostinho a cronometro è un autentico fenomeno mentre per Fuente è il suo tallone d’Achille. Agostinho corre la crono della vita stracciando tutti gli avversari. L’unico che in qualche modo riesce ad avvicinarsi è Ocana, secondo a poco più di un minuto. Inizialmente ad Agostinho viene comunicata la vittoria finale, avendo recuperato per intero lo svantaggio che aveva in partenza salvo poi ritrattare il tutto pochi minuti dopo e festeggiare Fuente come vincitore della Vuelta con soli 11 secondi di vantaggio. Addirittura un secondo in meno di quelli che saranno necessari a Eddy Merckx per sconfiggere Giovan Battista Baronchelli al Giro d’Italia che si correrà il mese successivo!

 

Si arriva così al 1984 che Agostinho aveva già indicato come il suo ultimo anno da professionista, nonostante ci fossero per lui ancora richieste di squadre importanti. Correre il suo 14mo Tour de France e poi chiudere la carriera dedicandosi a scoprire nuovi talenti. Non sarà così purtroppo. Per colpa di un cane randagio si, ma anche e soprattutto per colpa di una gestione vergognosa e inconcepibile di quanto accaduto il 30 di aprile in quella corsa alla Volta a Algarve. Infine, una delle frasi più belle di Agostinho, nella quale racchiude il suo amore per la bici e il suo personale concetto di fatica e sacrificio. “Quando penso agli anni di guerra in Mozambico mi viene da ridere quando mi dicono che è una fatica sovrumana scalare il Mont Ventoux”.

 

Racconto in anteprima esclusiva tratto dal libro in uscita a Dicembre “Ruote Maledette” – Storie tragiche del ciclismo.