Il settimo punto del Manifesto del Futurismo recita:

Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

Juventus-Atletico Madrid di ieri sera è sembrata quasi la concrezione di queste parole. Non c’è un solo giocatore della Juventus che, dopo la partita dell’andata, chiamato a rispondere della disfatta nell’inferno Colchonero, non vedesse già con lo sguardo, della tenacia e insieme della lucida visione poetica, il ritorno (trionfale) dello Stadium. Che, diciamocelo pure, ha persino surclassato l’inferno del Wanda. Avevano chiesto il supporto della gente, quelli della Juve. Da Allegri, che in conferenza smorzava con arguzia le pressioni della partita, ad Agnelli e a Ronaldo stesso, come se ne avesse bisogno davvero, lui; a Chiellini e Bonucci, autentici baluardi a difesa della porta difesa dal polacco Szczesny, mai davvero impegnato ieri sera. Il supporto c’è stato, il risultato pure. La Juventus è ai quarti di finale della Uefa Champions League.

 

Lo sguardo di Mr. Allegri, che ieri è stato tra i grandi protagonisti della remuntada (foto Tullio M. Puglia/Getty Images)

 

Dopo il sorteggio e dopo, soprattutto, l’andata del Wanda Metropolitano, davvero in pochi (compreso il malfidato sottoscritto) avrebbero scommesso sul passaggio del turno dei bianconeri. Possiamo dirlo senza timore, però: dall’andata, è cambiato TUTTO. Dall’atteggiamento della Juve, emozionante per 95 minuti, alla gamba della Juve, incalzante e ai limiti dell’inquietante fin dai primi secondi di gioco. Lo vedi, poi, negli occhi dei giocatori, quel sangue che all’andata era tutto dell’Atleti, e che al ritorno, invece, è tutto della Vecchia Signora. Lo ha detto Bonucci nel post-gara: “Allegri ci ha toccato nell’orgoglio“. E si è visto. La Juventus ha fatto una partita maschia, ma non solo questo. Ha fatto una partita perfetta, annullando il (già) nullo Morata (alla faccia di chi lo preferisce a Diego Costa), giocando un calcio spumeggiante per ritmo, tecnica, tatticamente impeccabile, pulito e verticale come mai si era visto nell’era Allegri, nemmeno contro il Barcellona, avversario assai più modesto (all’epoca…) di questo Atletico Madrid.

 

L’incredibile e momentaneo 2-0 di Cristiano, che svetta tra Gimenez e Godin (foto Tullio M. Puglia/Getty Images)

 

Infine, i singoli. Quelli che Allegri non smetterà mai di esaltare, da buon discepolo di Galeone. Sulla destra, la genialata di mettere Emre Can (insieme a Bernardeschi e CR7 il migliore in campo) ad impostare e scalare nei tre di difesa. Sempre a destra, Bernardeschi e Cancelo, due mostri. Del primo si può parlare, senza rischio di esagerazione, della partita della vita. Qualcuno (Condò) ha parlato della “nascita di una stella”: attendiamo fiduciosi, senza correre. In quello scatto all’85’ su Correa (entrato da poco), da cui scaturisce il rigore del 3-0, c’è tutta la Juventus di ieri sera. Spinazzola è da lacrime. Che gamba, che qualità, che giocatore.

 

E poi Cristiano. L’uomo della Champions, ma più precisamente l’incubo dell’Atletico Madrid, che dove si gira se lo ritrova, patendone le drammatiche conseguenze. Due volte in finale, svariate volte in Liga e in Copa del Rey, nel derby di Madrid. Ora, anche alla Juventus. Con la tripletta di ieri sera fanno 25 gol in 33 partite SOLO contro l’Atletico. E’ vero, sono solo numeri. Ma non sono normali. Due di testa (il secondo fa impressione), uno dal dischetto. Lanciamo un mazzo di fiori a Madama, con all’interno un biglietto: che si giochi sempre così, coraggiosamente e “spensieratamente”, senza aspettare il colpo dell’avversario per iniziare a danzare.