Tenetevi le macchine veloci, i «big like» sui social, le mogli/fidanzate svestite e sboccate, i tatuaggi, le scarpette di diversi colori, i capelli tagliati, pettinati e colorati da decorticati mentali, tenetevi le manie di protagonismo, l’apparire e l’avere, i titoloni sui giornali e le bizze da prime donne; tenetevi tutto questo, anzi prendetevi anche la barca di soldi che è stata catapultata all’interno del calcio moderno ed anche gli sponsor cinese ed arabi. Lasciateci un cosa semplice: la banalità del gol di Miro Klose.

 

Ai tempi del Kaiserslautern (Foto Lars Baron/Bongarts/Getty Images)

 

Nato polacco ad Opale 40 anni fa da padre calciatore professionista e madre giocatrice di pallamano è come minimo un predestinato al mondo dello sport e nello specifico del giuoco del calcio. Si trasferisce con la famiglia in Germania e comincia la sua epopea di calciatore e di uomo. Affianca l’attività agonistica con l’apprendistato di falegname, passione che lo accompagna tutt’oggi.

 

Da queste scelte semplici ma non banali viene delineandosi l’uomo Miro Klose. Un anti-divo vincente, un ragazzo umile in mezzo ad un lastricato di macchiette neanche umoristiche ma grottesche, o magari più semplicemente un uomo normale diventato leggenda malgrado il suo animo semplice e schivo.

Uno dei 16 gol mondiali di Miro Klose, qui in rete contro l’Australia (Foto Jamie McDonald/Getty Images)

 

Come ogni predestinato, macina da subito montagne di gol dalle giovanili alla Bundesliga, prima al Kaiserslautern, poi al Werder Brema e infine al Bayern di Monaco. Una normale carriera avrebbe visto l’apice nella corazzata bavarese, la nota piu’ alta nel crescendo rossiniano di un “corsus honorum” di un qualsiasi giocatore moderno (perlomeno tedesco).

 

Va esattamente all’opposto; se nelle esperienze di Brema e Kaiserslautern produce 123 gol in 250 partite, nella baviera ne realizza solamente 24 in 100. E’ vero che allora doveva spartire il reparto di attacco con Luca Toni, ma forse è la dimensione della grande squadra che non nobilita la semplicità e l’efficacia di Klose.

 

In coppia con Mario Gomez, ai tempi del Bayern Monaco (Foto Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

 

Sorprende tutti e dopo 4 stagioni al Bayern firma per la allora “piccola” Lazio di Lotito. Inchiostra un contratto da 2 milioni di Euro, cifra alta per i comuni mortali ma nulla rispetto ad altri professionisti del gol. Nella città eterna rinasce Miro Klose, che ama la Lazio ed è amato dai laziali (più tardi sarà addirittura venerato).

 

Compie prodezze quali il gol partita nel derby al 93′, o la cinquina contro il Bologna. Si fa esempio vivente di una correttezza e di una sportività sconosciute al calcio italiano (celebre l’episodio contro il Napoli). Preferisce incontrare Papa Benedetto XVI piuttosto che godere della bella vita romana. Vince, soprattutto, la Coppa Italia del 2013, nella storica finale tutta romana.

 

Come esordire bene al derby della capitale

 

Ma il gesto che renderà Klose eroe moderno fu il gran rifiuto al Barcellona nell’inverno del 2013, quando tutti davano per scontato il passaggio di Miro alla squadra spagnola al termine della stagione 2013-2014 (prego segnarsi 2014); lui rifiuta e rinnova con la Lazio, come direbbe un sempreverde Anthony Kiedis “Choose not a life of imitation”! Cosa potrebbe rendere ancora più grande un uomo come Klose? Una cosuccia da nulla, 16 gol ai mondiali, come lui nessuno mai.

 

Fa specie vedere la bacheca di un giocatore del calibro di Miro quasi vuota, soprattutto a livello internazionale, solo un secondo posto in CL e quasi nulla di altro. Fino al 2014, a quel magico Luglio del 2014. Klose era considerato senz’altro un grandissimo giocatore, grande ma perdente e di quelli brutali, delle finali mondiali consegnate ad altri per sventure del fato, per le semifinali perse contro le future vincitrici (Spagna ed Italia). Uno sforzo segnato da 14 gol in 3 edizioni, due volte capocannoniere, 1 argento e 2 bronzi. Fino a quel mondiale del 2014.

 

5 maggio 2013. Klose segna il suo quinto gol contro il Bologna (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

 

Nel 2014 non doveva esserci ai mondiali, un infortunio scomodo alla caviglia, la palla che proprio non vuole entrare e forse la consapevolezza che la carriera sta per finire Tutti i segnali indicano il tramonto del grande ma incompiuto goleador. Ma certe storie semplicemente finiscono come devono finire, nel migliore dei modi. Gomez non riesce a mettersi in forma per la spedizione mondiale ed il giovane Volland non dà troppe sicurezze. Perché non portare Klose anche solo come panchinaro?

Seconda partita del girone. Germania vs Ghana, 1-2 a favore degli africani, chi può raddrizzare la partita? Sempre e solo Klose. Dopo appena 120 secondi dall’entrata in campo segna il gol del pareggio. L’esultanza non è più la stessa; troppo pericoloso il salto mortale, meglio baciare la fede sul dito e correre come un bambino a braccia aperte e cercare come sempre con lo sguardo la famiglia in tribuna. Record di Ronaldo eguagliato, ma siamo ancora nella fase a gironi del mondiale.

 

La zampata vincente contro il Ghana (Photo by Francois Xavier Marit – Pool/Getty Images)

 

La Germania fatica, passa a stento gli ottavi e ai quarti c’è poco spazio per Miro. Arriva la semifinale contro i padroni di casa del Brasile. Tutti sappiamo come è andata a finire. In questa caporetto verde-oro si realizza l’evento nell’evento, il 2-0 di Miro, e gol numero 16 nella storia mondiale. Primo di sempre in questa classifica.

 

La gioia, com’è ovvio, è quella del ragazzino. Il sorriso è quello del primo gol nei campi di provincia. Si vola in finale, di diritto è lui il titolare. Ci vuole la sua esperienza per scardinare la difesa argentina, ma neanche Klose questa volta riesce nell’impresa. Viene sostituito da Mario Gotze. Gol al 113′ e quarto mondiale per i tedeschi.

 

La freddezza del destino (Foto Laurence Griffiths/Getty Images)

 

C’ è ancora spazio per l’ ultimo tocco di classe per il bomber dei bomber (e non nell’accezione vieriana e mediocre del termine). Alla festa in Germania per festeggiare il titolo mondiale prende commiato alle 23 di sera e lascia spazio ai giovani almeno nei festeggiamenti, il giorno dopo deve svegliarsi presto per andare a pescare e passare la giornata con i figli e la moglie.

 

Del resto ha appena vinto una Coppa del Mondo, oltre ad aver fatto suo il record di gol al Mondiale. Ma lui non ha bisogno di altro: di «big like», di macchine veloci, di social, di fidanzate svestite e sboccate, di tatuaggi, di scarpette di diversi colori, di capelli tagliati, pettinati e colorati da decorticati mentali. Tenetevi le manie di protagonismo, l’apparire e l’avere, i titoloni sui giornali e le bizze da prime donne. Ma lasciateci Miro Klose.


Foto di copertina: Paolo Bruno/Getty Images