Le luci si spengono, si va in vacanza. Per la prima volta dalla promozione nella serie A di basket, Reggio Emilia e Dinamo Sassari non parteciperanno ai playoff scudetto. È una assenza che si sente chiara e forte visto che si tratta delle due società che fino a qui si sono distinte per innovazione, programmazione e capacità di cambiare la visione della pallacanestro sia dal lato sportivo che da quello del marketing. La loro sfida ha appassionato per tre anni gli appassionati di tutta Italia e unito tifosi di opposte fazioni.

Achille Polonara

Si è chiuso un ciclo. È come se quella finale scudetto del 2015 avesse tracciato una linea oltre il quale era consigliabile non andare. Fu un trionfo in tutti i sensi: negli ascolti televisivi, nella tattica e la tecnica mostrata in campo, nella competizione dura e pura. Di fronte due modi diversi di intendere il basket, dalla pragmaticità di Max Menetti ben supportata dalla solidità di Rimantas Kaukenas e Darius Lavrinovic alla sgregolatezza di Meo Sacchetti rappresentata dalla follia cestistica di Jerome Dyson e Shane Lawal. Questi due poli avevano consentito all’Italia intera di dimenticare i fasti di Siena e reso meno scontata l’egemonia dell’Olimpia Milano. La serie scudetto fu pazzesca: nessuna delle due lasciò che l’altra sovvertisse il fattore campo fino all’ultimo, la Reggiana con più facilità e la Dinamo con maggiore tenacia. Tremenda la gara 6 giocata a Sassari, con le due squadre che si spingono fino al terzo supplementare pur di non perdere una occasione d’oro. Poi l’ultimo atto, la gara 7 da punto a punto e a continui strappi, fino alle triple di Logan e alla freddezza di Dyson per i sardi che possono festeggiare uno storico triplete (scudetto-coppa italia-supercoppa).

 

Oggi quelle squadre non esistono più. Hanno cambiato forma, perso la forza ideale per essere competitive sia in Italia che in Europa. Si è smembrata prima la formazione sassarese, non senza polemiche. Meo Sacchetti aveva concluso con lo scudetto un percorso molto lungo e che negli ultimi tempi aveva logorato il rapporto con la società. Difficile far coesistere ancora due personalità forti così come sono state e sono il tecnico e il presidente Sardara. Difficile dividere i meriti, prendere a piene mani la coscienza che si è fatto qualcosa di importante assieme, con la complicità silenziosa del fido Federico Pasquini. Il lavoro infatti era tripartito: Sacchetti dava una indicazione sul roster, il general manager trovava gli atleti e il presidente dava il suo benestare. Poi durante la stagione queste tre anime dovevano convivere in poco spazio, spesso invadendo quello dell’altro con conseguenti frizioni. La vittoria del campionato non smorzò i dissapori, anzi le parole del coach a fine gara furono piuttosto eloquenti e anche inadatte al festeggiamento:

“Rimanere a Sassari? Vedremo, ci sono alcune cose da sistemare”.

La Dinamo Sassari festeggia lo scudetto.

Sacchetti rimase a Sassari col giocattolo rotto in mano ed un amore da recuperare. Il 21 novembre 2015 la luna di miele si concluse con una alta tensione tra le parti ed un esonero che fece gridare dalla sorpresa l’Italia intera. Da quel momento in poi, il Banco di Sardegna non troverà più pace: non riesce a cavarne nulla Marco Calvani, sostituto e sostituito a sua volta da Pasquini, nella doppia e inedita veste di tecnico e general manager. Il ferrarese torna all’antico tra le proteste dei tifosi sardi e viene tenuto in sella per due anni e mezzo, anche in questo caso in una altalenante sequenza di alti e bassi, dimissioni revocate, exploit inattesi (finale di Coppa Italia, quarti di finale di Champions League) e obiettivi mancati. In particolare quella appena terminata è stata la stagione delle disavventure e delle tensioni, con Zare Markovski chiamato in extremis nel tentativo di salvare il salvabile. Il recente annuncio di Vincenzo Esposito come nuovo coach sembra cambiare completamente le prospettive e consegnare alla Dinamo un nuovo ciclo sul quale lavorare.

 

E un nuovo ciclo dovrà iniziarlo pure la Reggiana, dato l’addio di Max Menetti. Il tecnico friulano ha saputo traghettare meglio la sua squadra avendo al suo fianco la fiducia necessaria per lavorare bene. Una squadra rinforzata ha raddoppiato la voglia di puntare nuovamente alla finale scudetto, grazie anche alla sorprendente vittoria della Supercoppa ai danni di una favoritissima Olimpia Milano. Si tratta del primo trofeo nazionale per la società diretta dal presidente Licia Ferrarini, un parziale riscatto rispetto alla tremenda delusione della finale persa contro la Dinamo Sassari. Quella 2015/2016 sembra la stagione giusta per rimpinguare il proprio palmares: la squadra si laurea campione d’inverno al termine del girone d’andata e per tutti gli addetti ai lavori è l’assoluta favorita per la vittoria del campionato. Nei mesi successivi qualcosa scricchiola date le eliminizioni precoci sia dalla Coppa Italia che dalla Eurocup, ma Menetti trascina i suoi in finale di playoff e raddrizza le opinioni sulla capacità dei suoi giocatori di giocarsi i momenti clou di una stagione. Milano però vince in gara 6 a Reggio Emilia, ed è curioso quanto il PalaBigi sia stato per due anni di fila protagonista dello scudetto di una compagine avversaria.

Max Menetti e la sua lavagnetta.

L’estate successiva è di quelle che rimescolano l’esistenza. Il braccio di ferro tra FIBA e Eurolega costringe la società a rinunciare all’Europa e a ridimensionare il proprio budget senza perdere di vista gli obiettivi nazionali. È l’inizio di un lento declino e di una nuova sfida con Avellino che si prende il gusto di eliminare i reggiani sia dalla Supercoppa che dal primo turno dei playoff. La società ritorna all’antico e prova a puntare su un nugolo di giovani interessanti e di prospettiva come accaduto in passato, convincendo il coach a lottare su vari fronti per consentire loro di crescere con pazienza e raggiungere qualche buon risultato: la semifinale di Eurocup è una parziale ricompensa di una stagione, quella 2017/2018, dove a livello nazionale non garantisce alcuna gioia, compreso il dodicesimo posto finale.

 

Dopo otto anni, le strade di Menetti e Reggio Emilia si sono divise. Nel mezzo si trova un ricco palmares: una promozione dalla Legadue, la vittoria dell’EuroChallenge, due finali scudetto, una semifinale di Eurocup e la conquista della Supercoppa Italiana. Al suo posto l’assistente Devis Cagnardi, una scelta che proseguirebbe la tradizione reggiana di far crescere tra le proprie mura non solo giocatori ma anche allenatori di buon livello in attesa di ottenere nuovi e felici risultati sportivi.