Scacco matto al re, stavolta per davvero. Nella piovosa Manchester, dove tutto era iniziato con una rapace quanto mai decisiva ribattuta di Costinha quattordici anni fa, Mourinho è solo e si trova spalle al muro di fronte ad una congiura silenziosa. “Ho perso io”, dirà. E stavolta ne è consapevole egli stesso. Quelle voci di corridoio, che smentiva categoricamente, si stanno rivelando più veritiere di quanto previsto. I menestrelli continueranno a parlare di un regno, quello da lui governato, che è ancora fedele al suo re, perché si sa che nelle congiure mai nessuno si prende responsabilità. Funziona sempre così. Il re in questo momento è, come detto, solo, nella sua stanza, alla porta qualche guardia rimastagli fedele che gli permette di riflettere senza ansie. Il popolo, nelle strade, mormora.

Il Re è solo (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

Eppure la storia calcistica di Josè Mourinho è stata sempre caratterizzata dalla disarmonia ma allo stesso tempo dall’efficacia, fedele riproduzione di quella ribattuta che sarà metafora della sua intera carriera. Il suo calcio è uno di quelli da far vedere ai bambini che aspirano a diventare futuri difensori, più o meno professionisti. Ai fantasisti, forse meglio far vedere un altro tipo di gioco, che si pratica sempre nella piovosa Manchester ma dall’altra parte del fiume, dove vive un altro re che gode dell’amore della sua gente. Una città agli antipodi, con due realtà completamente differenti: da una parte l’esplosività, la ricerca maniacale della perfezione, la filosofia del bello, dall’altra la noiosa ma sempre desiderata voglia di vincere, senza badare al come ed al perché. Mourinho ha sempre machiavellicamente anteposto il fine al mezzo. Andatelo a chiamare fallito uno che in questo modo ha conquistato per due volte e mezzo l’Europa (anche se quell’EL non gli è mai interessata più di tanto, “se la vincessi sarebbe una grandissima delusione per me”, sempre per una questione di mentalità) e qualche territorio sparso del Vecchio continente (Portogallo, Inghilterra, Italia, Spagna). Adesso però non basta più. Attualmente, alla contea che gli è stata affidata due anni fa vogliono qualcosa in più. Fare conquiste può essere considerata qui, nel nord dell’Inghilterra, come condizione necessaria ma non sufficiente per rimanere sul trono. Non lo era neanche nella capitale dell’isola, a dire il vero, ma quel “Boring, Boring Chelsea”, cantato goliardicamente e con sfacciataggine dal suo popolo quando si affacciava alla finestra, racchiudeva un’altra idea, un altro tipo di attitudine. Forse di chi non è abituato a vincere spesso e, soprattutto, forse di chi rimane sempre grato al miglior re che li abbia mai governati. Ma al nord è un’altra storia, lì a fare terre di conquiste ci sono abituati e, attenzione, il miglior re che abbiano mai avuto non è stato né cacciato per rivoluzione popolare né deposto. Ha abdicato qualche anno fa, lasciando un’eredità importante non ancora processata da chi gli è succeduto ed adesso osserva, ogni tanto sentenzia. Ciò consegue che se Re Josè non farà ciò che il popolo vuole, una testa tagliata – parlando per metafora –  non farà piangere nessuno. Arrivederci e grazie, è uso dire da queste parti.

 

Azzittirà tutti stavolta?

 

Necessario che ci si focalizzi su un qualcosa di concreto. Il re, venuto da Setubal, non potrà mai uscire da questo periodo buio utilizzando le armi che dall’altra parte della città vengono adoperate per vincere le battaglie. No, non è nelle sue corde. Un vassallo italiano, più precisamente da Catania, chiamato Lo Monaco, è tornato a rincarare la dose della loro famosa rivalità definendolo un asino sotto il punto di vista del gioco, ma allo stesso tempo uno dei migliori motivatori al mondo, andando ancora una volta a tracciare la linea che divide chi lo sostenga o meglio. Amarlo vuol dire accettare tutto di lui, dalla pesantezza nell’osservare il suo esercito combattere alla gioia di vederlo, spesso e volentieri, trionfare. Il problema è che se viene a mancare l’elemento caratteriale, psicologico, che ha contraddistinto le vittorie sul campo di battaglia, crolla giù tutto il castello. Se l’esercito non segue più gli ordini, la guerra si perde. E questo vale in qualsiasi tipo di esercito ma, attenzione, specialmente in quelli dove si cerca di vincere sempre e solo con l’astuzia. Quando non arriva la strategia, i soldati perdono fiducia nel loro comandante e succede quello che è successo su un campo di battaglia dove, non troppi anni fa, sono iniziate le sue gesta. Mourinho in questo momento è più solo che mai. Il re sta seduto sulla poltrona regia ad osservare in silenzio lo scoppiettare del fuoco. Dove, e come, sta perdendo consensi?  Stando ad ascoltare le critiche che gli vengono riferite dai suoi fedeli vassalli, sembra che ormai il suo modo di amministrare il regno sia antico e superato. Ma accettare questo tipo di ipotesi vorrebbe anche dire, automaticamente, che prima di questa crisi esisteva una gestione armoniosa e gradevole che veniva adottata dal re portoghese. Così non è. La bellezza nel vedere combattere i suoi eserciti risiedeva in quella voglia spasmodica di arrivare alla conquista del feudo, del territorio altrui, attuando gli indottrinamenti che gli venivano insegnati paternamente del loro re. Egli ha sempre fatto del rapporto con i suoi uomini la sua pietra miliare, facendosi talmente tanto idolatrale che essi stessi sarebbero morti in battaglia in nome del loro re.

 

L’empatia è la prima cosa che cerca con la squadra, la condizione che considera assolutamente necessaria per iniziare la costruzione di un gruppo forte, unito, senza crepe. Quello che poi porta a combattere contro tutto e contro tutti”

Marco Materazzi

 

È possibile allora che non riesca ad entrare in contatto con gli attuali uomini che ha a disposizione, pur circondandosi di soldati fedeli alla linea che non riescono, però, a dimostrare solo la bruttezza e non l’efficacia. Il re si alza dalla poltrona. Gira per la stanza e si ferma davanti allo specchio. Si osserva. Sul suo volto si notano gli anni – specie da quando siede sul trono di Manchester -, logorato dalle mille battagliate. L’esperienza a quanto pare serve a poco, urge inventarsi qualcosa di nuovo e, forse, questa è la battaglia più ardua che abbia mai devuto affrontare. Continua a fissare quel vetro che riflette se stesso. “Io, io, io…”, quando Mourinho parla difficilmente lo fa senza mettersi in mezzo. E perché vuole proteggere i suoi soldati dalle voci popolane, che porterebbero solo ulteriori difficoltà, e perché gode quando sente il rumore dei nemici. Quegli stessi nemici che potrebbe avere all’interno del castello e che adesso gli remano contro. Una Fronda, sembrerebbe, ma a differenza del cardinal Giulio Mazzarino che abbandonò Parigi nel 1648, Re José rimane saldo al suo posto. E lo fa attraverso un monologo di dodici minuti lasciato in eredità alla popolazione, nel quale ribadisce la grandezza della sua figura riportando alla memoria le recenti conquiste riportate sotto il suo regno.

 

 

Un monologo egomane

 

 

Va a rivendicare con prepotenza quella vittoria (che mai si sarebbe immaginato dover citare in sua difesa) contro gli olandesi dello scorso anno in terra svedese, dimostrando tutta la sua insicurezza. Un re debole e questo si palesa anche in quella che era l’arma migliore del re: la dialettica. Quando parla, sembra essere ripetitivo, inconcludente, evasivo. Appare tutto, tranne che sicuro di sé.  Se non ha più l’appoggio dei suoi, se non viene più ascoltato questo lo vedremo con il passare dei giorni. Quello che è certo è che ci troviamo di fronte ad un fallimento gestionale. Il Re lo sa e, conoscendolo, forse questa situazione lo stimolerà anche. Dovrà parlare con i suoi uomini, faccia a faccia, cercando di entrare nuovamente nelle loro teste che attualmente sembrano svuotate. E sperare che ancora una volta, questo giochino funzionerà. Ma oltre alla crisi nelle mura, deve difendersi anche dalla critiche che piovono dalle altre contee. L’ultima, in ordine di tempo, è stata rispedita immediatamente al mittente con una piccata quanto mai annichilente risposta data ad un altro piccolo re, Frank De Boer, che pur essendo stato eletto peggior allenatore d’Inghilterra ha voluto alzarsi dalla sua posizione.

 

Non può piovere per sempre.

 

Il vero problema giungerà a corte nel momento in cui busseranno alla porta altri sovrani, magari accompagnati da chi su quel trono ci è stato per quasi un trentennio. Lì, il re dovrà aver già pensato alla soluzione da adottare e dimostrarsi forte e certo nel far vedere che ha riconquistato il suo popolo. Con la psicologia o con qualunque altro tipo di arma. Siamo nell’era del decadentismo mourinhano. Epoca abbastanza insolita se si guarda al passato, che verrà decantata dai menestrelli, i primi avversari del reame, come il momento iniziale della caduta del re. Intanto egli continua a pensare nella sua stanza, di fronte a quel camino che accoglie un fuoco sempre più fioco al suo interno. Prende la corona, la gira tra le sue mani e la infila sopra il capo. “Mi dona sempre di più”, sussurra a se stesso. La spocchia non lo abbandonerà neanche nel momento della sconfitta definitiva. Allora attenzione, popolani, perché Re José è caduto ma, si badi, che a rialzarsi ci impiega poco. E lo farà con le proprie armi, senza dubbio alcuno.