Il Luigi Ferraris di Genova rappresenta il decano dei grandi stadi del nostro Stivale e la sua storia ultracentenaria, foriera di grande fascino, lo rende una delle arene più suggestive nel panorama del calcio continentale e non solo. Il suo colore così acceso, che risalta tra i bianchi caseggiati del quartiere di Marassi, l’aspetto regolare e squadrato, nonché le quattro torri che si stagliano al cielo come bastioni sono alcuni dei caratteri che gli conferiscono l’aspetto di una fortezza difficilmente conquistabile per i nemici calcistici della Superba, un fortino espugnabile soltanto dagli avversari più audaci. Insieme alla Lanterna, alla Fontana di Piazza De Ferrari ed alla Cattedrale di San Lorenzo è uno dei simboli più significativi della città, sin dalla sua inaugurazione nel 1911. Infatti, agli albori del Novecento, il Grifone era già una realtà affermata del movimento calcistico italiano ed era alla ricerca di una degna sistemazione.

Il Genoa del nono e ultimo Scudetto, nel 1924

Il Genoa del nono e ultimo Scudetto, nel 1924

 

I primi calci sotto la Lanterna

Fondato il 7 settembre 1893 presso l’ambasciata inglese come Genoa Cricket and Athletic Club, inizialmente svolge le sue attività nel campo di Piazza d’Armi del Campasso, nella zona di Sampierdarena. E’ qui che James Richardson Spensley, considerato il fondatore del calcio nostrano, prima organizza incontri tra marinai ed operai britannici delle acciaierie Bruzzo, poi apre le porte del club ai soci italiani, dando il via all’epidemia del pallone in città nel 1897. Contestualmente è necessario il trasferimento presso il nuovo campo a Ponte Carrega nel quartiere Staglieno, all’interno della pista velocipedistica della Società Ginnastica Colombo. Passato nemmeno un anno, il Genoa conquista il primo campionato ufficiale, allestito dalla Federazione Italiana del Football presso il velodromo Umberto I di Torino, in occasione dell’Expo per i cinquantanni dello Statuto Albertino. La formula prevede due semifinali “secche” per conquistare la finale e coinvolge altre tre squadre locali oltre il club ligure; dopo aver superato la Sezione Calcio della Società Ginnastica, il Genoa affronta la vincitrice del derby tra International Football Club e Football Club Torinese. Il decisivo golden goal consegna al Genoa, sceso in campo in camicia bianca, il primo tricolore della storia, dopo l’1-1 dei novanta minuti regolamentari. Successivamente nel 1907, il Zena, divenuto definitivamente rossoblu dal 1904, vanta già cinque titoli nazionali ed è costretto ad un nuovo trasferimento, dato che sul terreno di Ponte Carrega dovrà sorgere un enorme gasometro. Perciò, a tempo di record, è inaugurato il Campo di San Gottardo, che tuttavia si rivela presto troppo scomodo e piccolo per le esigenze del ribattezzato Cricket and Football Club. Così, il presidente Pasteur accetta la proposta del socio Musso Piantelli di utilizzare il terreno compreso nel galoppatoio, adiacente alla sua villa nel quartiere di Marassi, per realizzare un nuovo impianto.

 

Casa dolce casa

Il 22 gennaio 1911, Genoa – Inter 2-0 inaugura il Campo di Via del Piano, ma il rettangolo verde, orientato sull’asse est-ovest, risulta perpendicolare all’attiguo torrente Bisagno; urge, quindi, un’ulteriore modifica, che va concludendosi cinque mesi dopo con la seconda e definitiva apertura. La nuova sistemazione rappresenta sicuramente lo stadio più accogliente ed avveniristico del panorama italiano, vantando due tribune coperte in legno ed una capienza di almeno ventimila posti. Proprio qui costruisce quindici anni di gloria William Garbutt, primo trainer professionista del calcio italiano, salutato rispettosamente come “Mister Garbutt”. Ex ala di Reading, Arsenal e Blackburn Rovers, lascerà questo appellativo in eredità agli allenatori venturi, insieme a nuovi ed evoluti sistemi d’allenamento, importati direttamente dai maestri d’Oltremanica. Sotto la sua guida tecnica i rossoblu conquistano il titolo del 1914/15, assegnato in seguito alla sospensione per la guerra, del 1922/23 e del 1923/24.

"Il calcio illustrato", novembre 1926. Chiaro, al centro della maglia, lo stemma fascista dei due giocatori della Sampierdarenese.

“Il calcio illustrato”, novembre 1926. Lo stemma fascista sulla maglietta dei padroni di casa è un intrigante dettaglio storico; è per volere del governo che la Sampierdarenese si unirà all’Andrea Doria (col nome di La Dominante)

Dopo l’ultimo tricolore, è tempo di un nuovo ampliamento ed a farne le spese è il campo della Cajenna (sede del famigerato bagno penale della Guyana Francese), che sorgeva proprio dove oggi si erge la gradinata nord ed era separato dall’impianto del Grifone soltanto da una staccionata. All’epoca vi disputava gli incontri casalinghi l’Andrea Doria e l’assenza di tribune, con la conseguente vicinanza del pubblico alle linee laterali, creava un clima infernale per i giocatori ospiti. Tuttavia, nel 1926 il campo è dichiarato inagibile dalle autorità fasciste e mentre l’Andrea Doria è costretta a fondersi con la Sampierdarenese, dando origine per un breve periodo a “La Dominante”, il Genoa si aggiudica il terreno ed il giovane portiere Manlio Bacigalupo per ventimila lire. I lavori di ammodernamento, che incrementano la capienza a trentamila unità, si concludono per la celebrazione dei quarantanni dalla fondazione del club. Proprio in questa occasione, il primo gennaio 1933, lo stadio è riaperto e dedicato a Luigi Ferraris, centromediano rossoblu degli anni ’10, caduto sotto il fuoco degli Austro-Ungarici sul Monte Maggio. Sebbene lo scudetto del 1923/24 sia stato l’ultimo della sua storia, il Grifone conquista in seguito anche una Coppa Italia, una Coppa della Alpi ed una Coppa Anglo-italiana e, nonostante diverse “ascensori” dalle serie minori, sarà in grado di scrivere alcune delle pagine più romantiche del nostro calcio, come testimonia l’epopea di Franco Scoglio. Ogni anno, sugli spalti del Ferraris, schiere di bambini sognanti si innamorano nuovamente di questa maglia, proprio come accadde al poeta Fabrizio De André, genovese e fervente genoano.

 

Il Ferraris a tinte blucerchiate

Tuttavia, se da un lato il destino ha garantito tradizione e longevità alla compagine rossoblu, dall’altro ha imposto al Genoa un terribile tributo: dal 1946 la condivisione della sua tana con l’altra squadra della città, ovvero la Sampdoria. Infatti durante l’estate di quell’anno, la Ginnastica Andrea Doria e la Ginnastica Comunale Sampierdarenese si fondono, dando i natali all’Unione Calcio Samp-Doria. Dopo alcuni decenni di risultati altalenanti, conditi di retrocessioni e pronte risalite in massima serie, nel luglio del 1979 il club del Baciccia è acquistato dal petroliere Paolo Mantovani, che inaugura il periodo aureo del calcio blucerchiato.

Il Marassi si tinge dei colori doriani per lo Scudetto della stagione 90/91

Acquistando numerosi talenti e campioni come Mancini, Vialli e Vierchowod la Samp alza al cielo quattro Coppe Italia, una Supercoppa italiana, una Coppa delle Coppe e lo scudetto 90/91, sfiorando anche la Coppa dei Campioni del 1992. Passata di mano alla famiglia Garrone nel 2002, il Doria ritorna prontamente in serie A, dove negli ultimi quindici anni si è attestato a metà classifica, riuscendo a rivivere exploit europei, ma anche uno scivolone in cadetteria. Come per la controparte genoana, il Luigi Ferraris è la cattedrale dove è vissuto (e vive) il culto per la maglia più bella d’Italia. La gradinata Nord è l’altare dove si celebra appassionatamente l’unione tra tifosi e giocatori.

 

Ai giorni nostri

Ovviamente, al di là degli allori nazionali e continentali, la supremazia nel derby rappresenta l’obiettivo a cui anelano i tifosi di entrambi le parti e le stracittadine rappresentano l’apice degli sfottò quotidiani, che caratterizzano l’esistenza degli appassionati di calcio all’ombra della Lanterna. Un famoso esempio ci è offerto dalla scalinata di Montaldo, che conduce proprio allo stadio, i cui scalini vengono ridipinti dalle due fazioni, in modo da rimarcare l’egemonia territoriale. Inoltre, quando sul campo si affrontano Genoa e Samp, il Grifone contro il Baciccia, rivolgere lo sguardo esclusivamente al rettangolo verde è senza dubbio riduttivo. Mentre i ventidue in campo cercano di gonfiare la rete avversaria, le due gradinate si sfidano a suon di cori e coreografie, rendendo questo derby ed il suo stadio un prezioso patrimonio del nostro campionato. Nonostante le ristrutturazioni in occasione di Italia ’90 abbiano profondamente modificato il profilo del Luigi Ferraris, si può affermare che la nuova estetica, decisamente “anglofila”, conservi intatti il fascino e la tradizione, che si protraggono dal 1911. Chi scrive può confermarlo. Ripensando alle trasferte nella Superba ricordo che, varcati i cancelli del settore ospiti, ho sempre affrontato con particolare impazienza i successivi controlli, per non parlare della fretta nel salire le tortuose scale, desideroso di affacciarmi quanto prima sugli spalti e godermi lo spettacolo dello stadio più antico d’Italia.