Ci sono autobiografie che riescono a creare una tensione capace di annullare distanze di luogo e di tempo. Un po’ come se l’autore prendesse per mano il lettore e lo accompagnasse in un viaggio della memoria capace di provocare un continuo mutamento di emozioni, un turbinio quasi zen. Quando poi la lettura termina, è come congedarsi da un mondo che si è imparato ad amare con un senso di smarrimento che risulta un anticipo di nostalgia.

 

“Sulle Spalle dei Giganti”, scritto dall’icona del basket Kareem Abdul Jabbar insieme allo scrittore Raymond Obstfeld, fa parte di questa categoria. È una sorta di educazione sentimentale, quella raccontata dal famoso pivot statunitense, in cui l’uomo prima del campione riesce a declinare le sue passioni – la musica, il basket e la storia (“se non fossi diventato un giocatore di basket avrei fatto il professore di storia”, racconta Jabbar) – narrando dell’incredibile eredità che per tutto il popolo afroamericano ha rappresentato l’Harlem Renaissance, quel periodo fra il 1920 e il 1940 in cui nel quartiere newyorkese di Harlem alcuni fra i più grandi artisti, musicisti, scrittori e attori statunitensi ridefiniscono un’intera cultura producendo alcune delle opere più influenti della storia americana.

 

Unico ed inimitabile.

Stiamo parlando di Ferdinand Lewis Alcindor Jr. (il nome di Jabbar prima della sua conversione all’Islam, avvenuta nel 1968), giocatore simbolo dei Milwaukee Bucks e poi dei Los Angeles Lakers, colui che detiene il record dei punti segnati nella NBA (38.387), inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, il massimo riconoscimento della pallacanestro internazionale. E allora è inevitabile che il basket sia il file rouge che attraversa la narrazione, una narrazione che ci permette di familiarizzare con una squadra che ancora oggi fa parte dell’immaginario iconografico di Harlem. Già: il basket. Il gioco nato a fine Ottocento da un’idea di James Naismith, un oscuro professore di ginnastica di Springfield, nel Massachusetts. Lo sport che, insieme al baseball e al football, ha contribuito a edificare il mito dello sport statunitense, dove il cesto in cui la palla termina il proprio percorso è un simbolo della cultura popolare, come i rodei ed Elvis Presley, e permea l’immaginario collettivo dalle metropoli ai più reconditi villaggi rurali del Midwest. Un gioco che ha visto a lungo gli atleti di colore relegati nella Negro League, come dei paria a cui non è concesso di misurarsi con i giocatori di razza bianca.

 

Fondata nel 1925, l’American Basketball Association bandisce infatti i giocatori neri applicando quella segregazione razziale nello sport già utilizzata nel baseball e nel football. L’emarginazione prosegue fino al 1950, quando i Boston Celtics ingaggiano Chuck Cooper, primo afroamericano della neonata National Basketball Association. Ma facciamo un passo indietro; siamo nel 1918, e “Smilin’ Bob” Douglas, un immigrato di origini caraibiche, fonda gli Spartan Braves, che in breve tempo diventano una delle migliori squadre dilettantesche di New York. Quando gli Spartan di Douglas incontrano, perdendo, i professionisti dei Loendi Big Five di Cumberland Posey, figura leggendaria della Negro League sia nel baseball che nel basket, fra le due squadre inizia una rivalità che dura negli anni, alzando il livello qualitativo del basket, che diventa lo sport sovrano fra la gente di colore di Harlem.

 

Negli anni Venti, le sfide di basket si trasformano spesso in eventi sociali, e molti incontri si disputano nei casinò e nei night club, con orchestre e gruppi jazz a esibirsi prima e dopo le partite. Mentre nella comunità nera l’interesse intorno al basket continua a crescere, Douglas cerca uno spazio per allenarsi e giocare e lo trova nell’edificio del Renaissance Casino and Ballroom; a quel punto decide di cambiare il nome alla squadra denominandola Renaissance Big Five, e trova il modo di accordarsi per girare una parte degli incassi delle partite al titolare dell’immobiliare proprietaria dell’edificio. È questo il momento in cui nascono ufficialmente i Rens, la prima squadra di pallacanestro professionistica composta, posseduta e stipendiata da neri. Presentata con grande enfasi dal famoso giornalista Romeo Dougherty sul quotidiano black only “New York Amsterdam News”, la prima partita dei Rens è disputata nella sala da ballo del Renaissance Casino il 3 novembre 1923. Con due canestri mobili piazzati ai lati, i Rens sconfiggono la squadra di soli bianchi dei Collegiate Five per 28 – 22. A fine match i canestri sono rimossi, la Theatre Orchestra inizia a suonare e i tifosi ballano fino al mattino seguente.

 

Chi erano i Rens.

 

È un successo, per Douglas, che continua a organizzare incontri interrazziali che incuriosiscono il pubblico, che partecipa sempre più numeroso. Inizia un duello a distanza con l’altra squadra di Harlem, i Commonwealth Five, di proprietà dei fratelli bianchi McMahon, già famosi organizzatori di eventi pugilistici, una rivalità che però dura poco, perché i McMahon decidono di sciogliere la squadra nel 1926 dedicandosi alla più redditizia boxe e, in seguito, al catch. Stessa sorte capita ai Loendi di Cumberlan Pasey, per cui i Rens rimangono l’unico team sulla scena di Harlem. A bordo di un vecchio pulmino, l’Old Blue Goose, i Rens iniziano una serie di tournée percorrendo migliaia di chilometri lungo gli stati del Sud e del Midwest, per affrontare squadre universitarie e professionistiche, diventando i migliori portavoce nella battaglia per la parità di diritti civili, al punto che la strepitosa serie di vittorie permette loro di infrangere ataviche barriere razziali, come quando, dopo un record di 88 vittorie consecutive, vengono invitati a trascorrere la serata al New York Athletic Club, locale per soli bianchi.

 

Ma non va sempre così: nel loro peregrinare, i Rens incontrano infatti il peggior razzismo, venendo respinti da ristoranti e alberghi, e spesso sono costretti a cibarsi di panini dormendo nelle prigioni o stipati nel loro pulmino. Senza contare le intemperanze del pubblico durante gli incontri, quando, oltre al lancio di bottigliette e oggetti vari, l’ostilità di alcuni facinorosi si spinge fino al punto di pungere i giocatori con degli spilloni. Con le loro divise blu e oro, anno dopo anno i Rens accumulano vittorie su vittorie, come nella stagione 1932-33, quando riportano 120 successi e 8 sconfitte. Durante i loro viaggi incontrano spesso la più forte squadra di professionisti bianchi dell’epoca, gli Original Celtics, dando vita a sfide memorabili che vedono prevalere ora l’una ora l’altra squadra. Molto spesso le partite vittoriose dei Rens provocano scontri razziali, ma la loro battaglia contro il razzismo trova proprio nei fieri avversari un inaspettato alleato, se è vero che prima di ogni sfida il famoso centro dei Celtics Joe Lapchick abbraccia “Tarzan” Cooper, gloria dei Rens. Sono ormai considerati i principi di Harlem, i Rens, ma, come spesso accade, qualcuno vuole insidiare la loro supremazia.

 

Nel 1926, a Chicago, Abe Saperstein, un bianco ambizioso con la passione per il basket, crea la squadra di giocatori neri dei Savoy Big Five, nome mutuato dalla Savoy Ballroom, un locale al 4733 di South Parkway dove si esibiscono i migliori jazzisti dell’epoca, da Count Basie a Earl Hines, nome che poi cambia prima in New York Globetrotters e poi in Harlem Globetrotters, pensando che inserire “Harlem” possa evidenziare che la squadra è composta da soli giocatori di colore. Sì, perché Harlem è sinonimo di America nera. A partire dai primi del Novecento, il quartiere viene infatti abitato in grande prevalenza dagli afro-americani di New York, che sono raggiunti dai neri provenienti dalle zone rurali degli Stati del sud (in cui all’inizio del secolo vive il 90% della gente di colore) e dai Caraibi, in quella che fu denominata “The Great Migration”, uno spostamento che, tra il 1915 e il 1930, interessa più di due milioni di neri (in precedenza il gruppo etnico più influente era rappresentato dagli ebrei di origine tedesca).

 

Harlem dopo la Great Migration.

 

Ad Harlem si trovano ottime case a prezzi abbordabili, e il mercato immobiliare è quasi tutto nelle mani di Philipp A. Payton, un afro-americano che si è costruito da solo e che sarà descritto come il “padre della Harlem nera”, perché è lui il primo ad affittare un appartamento a gente di colore nel 1904. L’arrivo della ferrovia sopraelevata negli anni ’80 del 1800, che rende agevole per i residenti raggiungere le zone commerciali localizzate a Lower e Midtown Manhattan, favorisce il successo di Payton, che non si fa scrupoli nello sfruttare il razzismo dilagante all’epoca fondando la Afro-American Realty Company, nata per comprare e affittare abitazioni da dare in locazione ai neri, con conseguente uscita dei bianchi dal quartiere, con destinazione le zone di Manhattan o i quartieri del Bronx e di Brooklyn.

 

Come i Rens, anche gli Harlem Globetrotters cominciano ad andare in trasferta stipati in una vecchia Ford Model T, costruendosi nel tempo una reputazione che eguaglia quasi quella dei rivali. Abe Saperstein, abile stratega, ha l’idea di presentare un team più docile, meno minaccioso rispetto ai rivali, e per far ciò i Globetrotters introducono durante le partite scherzi e numeri comici, rappresentando alla perfezione l’immagine di una squadra composta da neri così come deve apparire agli occhi dell’America bianca, perché se i giocatori si comportano come buffoni (nello stesso periodo, nel baseball, il medesimo approccio è adottato dagli Zulu Cannibal Giants, un team composto da neri che si presentano scalzi, con i volti dipinti da colori tribali, e vestiti con gonnellini di paglia), non permettendosi di eguagliare se non addirittura superare i bianchi in furbizia, allora è permesso loro di riscuotere successo.

 

L’approccio degli Harlem Globetrotters può paragonarsi a una sorta di minstrel show (la prima forma teatrale statunitense, un mix di sketch comici, varietà, danza e musica interpretati da attori bianchi con il volto dipinto di nero), niente di più lontano dal messaggio che l’Harlem Renaissance vuole veicolare, quella di un Nuovo Nero, colto, professionale e orgoglioso della sua razza, lontano dagli stereotipi a esclusivo uso dei bianchi. Già: l’Harlem Renaissance. Quella fioritura di cultura afroamericana che, dalle arti visive, musicali, teatrali a quelle letterarie, per circa un ventennio, dal 1920 al 1940, ha ridefinito il rapporto del popolo nero con la propria eredità rimodellando una figura di “Nuovo Negro”, lontano dagli stereotipi del popolo bianco, gettando le basi per tutta la letteratura afroamericana e facendo di Harlem la capitale simbolica di questo risveglio culturale.

 

Gli Harlem Globetrotters in posa.

 

Da W.E.B. Du Bois, che nel suo saggio “Striving of the Negro People” espone il messaggio spirituale della battaglia del popolo nero: 1 – Africa come fonte di orgoglio; 2 – eroi americani neri; 3 – propaganda politica a sfondo razziale; 4 – tradizione popolare nera; 5 – spontanea espressione di sé, a James Weldom Johnson, giovane direttore del primo quotidiano rivolto ai neri, il “Daily American”, e primo nero nell’ordine degli avvocati in Florida; da Claude McKay, poeta nato in Giamaica che, dopo aver sperimentato sulla propria pelle il razzismo in Alabama, si trasferisce ad Harlem abbracciando il comunismo e fondando il gruppo rivoluzionario African Blood Brotherhood, dando così voce e carne alla rabbia dei neri, a Langston Hughes, forse l’autore più popolare della Harlem Renaissance, che dopo una giovinezza trascorsa a viaggiare fra l’Europa e l’Africa a bordo di navi cargo, una volta tornato ad Harlem pubblica sul quotidiano “The Nation” il suo famoso manifesto artistico “The Negro Artist and the Racial Mountain”, in cui definisce il jazz uno strumento espressivo innato nella vita dei neri americani,

 

“l’eterno tam-tam che batte nella loro anima, il tam-tam della rivolta contro la stanchezza di un mondo bianco, un tam-tam della gioia e delle risate, e della sofferenza mandata giù con un sorriso”.

 

Harlem diventa il cuore pulsante dell’orgoglio nero, sintetizzato nel detto popolare che recita: “Meglio essere un lampione di Harlem che il Governatore della Georgia”. È una sorta di set cinematografico, l’Harlem degli anni Venti e Trenta, che ospita un musical eccentrico ballato sulle note del jazz, che fornisce il ritmo sincopato di fondo che permette a uomini e donne di talento di attuare una vera rivoluzione culturale e politica, perché come dirà Miles Davis “Il jazz è il fratello maggiore della rivoluzione, la segue ovunque va”. Il jazz: la musica che ha fatto ballare la gente su ritmi diversi, facendo sì che l’America bianca apprezzasse gli artisti neri come mai prima di allora.

 

Quel jazz che agli inizi viene visto con sospetto dalla vecchia guardia dell’intellighenzia di Harlem, ma che poi porterà Langston Hughes a scrivere: “lasciate che le trombe dei jazzisti neri e la voce di tonante di Bessie Smith che canta il blue penetrino nelle orecchie chiuse degli intellettuali neri, fino a che non ascolteranno e, forse, capiranno”. Tutto questo e molto altro ancora è Harlem, capitale virtuale di una altrettanto virtuale nazione: l’America nera. E accanto alla Harlem immaginata e frequentata dai bianchi come una sorta di perenne parco dei divertimenti dove potersi godere splendide serate al Cotton Club, c’era l’Harlem della quotidianità, quella in cui i neri vivono, lavorano e vanno in chiesa.

 

Una sera al Cotton Club.

 

È questo il contesto in cui il basket diventa lo sport simbolo della gente di colore, che trova in quel gioco la possibilità di esprimere talento e fantasia. E quando Douglas e altri esponenti della cultura di Harlem criticano aspramente i Globetrotters che, riducendosi a recitare la parte dei saltimbanchi, danneggiano gli sportivi neri e tutto quello di buono hanno fatto negli ultimi anni, puntando l’indice contro Abe Saperstein, che si arricchisce sfruttando i soliti cliché dei neri buffoni dando ai suoi fratelli bianchi lo spettacolo che vogliono vedere, i Rens diventano per contrasto l’emblema sportivo del “Nuovo Uomo Nero”, e il loro stile di gioco riflette sul campo una diversa filosofia, fatta di pochissimi palleggi, passaggi veloci e rapidi tagli a canestro, al contrario di quello barocco dei Globetrotters, poco agonistico e tutto orientato al sensazionalismo del numero a effetto.

 

La rivalità fra i Rens e i Globetrotters si accende alla fine degli anni Trenta, culminando nel torneo per il Campionato mondiale che si disputa a Chicago nel 1939. Per l’occasione, al già fortissimo quintetto i Rens aggregano Clarence “Pop” Gates e Clarence “Puggy” Bell, che vanno ad aggiungersi a Charles “Tarzan” Cooper, a William “Wee Willie” Smitha Eyre “Bruiser” Saitch (in seguito una delle prime stelle nere del tennis e vincitore di due National Negro Tennis Championship), a John “Boy Wonder” Isaacs, a Zac Clayton e all’allenatore giocatore Clarence “Fats” Jenkins, ovvero la rosa che conclude la stagione 1938-39 con il record di 190 vittorie e 7 sconfitte, e che può considerarsi quanto di meglio può offrire il basket in quel periodo.

 

L’incredibile performance permette ai Rens di essere invitati a Chicago per il primo Campionato mondiale di pallacanestro professionistica, il World Professional Basketball Tournament, ideato da Harry Hannin e Harry Wilson, che è in assoluto il primo torneo in cui possono competere per il titolo squadre di neri. Partecipano i dodici migliori team degli Stati Uniti: i Chicago All Americans, i New York Yankees, i Philadelphia Sphas, i Cleveland White Horses, i Michigan House of David, i Fort Wayne Harvesters, i Clarksburgh Oilers, i Sheboygan Redskins, gli Oshkosh All-Stars, i Kate Smith Celtics (di proprietà di Kate Smith, colei che in quegli anni è considerata la primadonna della radio), e infine gli Harlem Globetrotters e i New York Renaissance Big Five. Inserite nello stesso gruppo, i due team rivali si sfidano il 27 marzo 1939 al Coliseum di Chicago, davanti a settemila spettatori. È uno scontro fra stili e filosofie opposte, ma la fisicità di “Tarzan” Cooper e compagni non permette agli avversari di esibirsi nei soliti giochetti e, al termine di una partita di incredibile intensità, i Rens prevalgono per 27-23. Finiti primi nel loro girone, ora i Rens sono attesi in finale dai fortissimi Oshkosh All-Stars, che si sono sbarazzati facilmente dei Clarksburgh Oilers e dei Sheboygan Redskins.

 

Isaacs con la canotta dei Rens.

 

Per Bob Douglas è l’avverarsi di un sogno, dopo che nelle due stagioni precedenti alla sua squadra è stato negato l’ingresso nella National Basketball League. Tutta Harlem trepida in attesa di una finale che riveste un ovvio significato simbolico per il popolo afroamericano; per la prima volta, infatti, a parte l’eccezione rappresentata dalla boxe, alla gente di colore viene concessa l’opportunità di competere alla pari ai massimi livelli nello sport e questo, per proprietà transitiva, può significare nuove opportunità sul lavoro, per l’accesso alle abitazioni e nella lotta per i diritti civili. La finale si rivela una sfida al tempo stesso spettacolare e durissima, che i Rens, pur privati di “Tarzan” Cooper, uscito per falli, riescono a vincere per 34-25, laureandosi la più forte squadra di basket professionistica d’America.

 

Osannata sulle pagine sportive di tutti i quotidiani e studiata dalle squadre rivali per il gioco armonioso ma nello stesso tempo essenziale e senza fronzoli, la vittoria del campionato del mondo segna l’apogeo della carriera dei Rens, uno stato di grazia che non sapranno più replicare. Da quel momento la loro fortuna comincia a declinare, mentre quella dei loro rivali Globetrotters cresce esponenzialmente. Anni dopo, nel 1963, l’intera squadra dei Rens protagonista della stagione 1932/33 entrerà nella Memorial Basketball Hall of Fame. Bob Douglas (il padre della pallacanestro nera) vi farà il suo ingresso nel 1972, Charles “Tarzan” Cooper nel 1977 e William “Pop” Gates nel 1989. Protagonisti di un’epoca indimenticabile per il popolo afroamericano, i Rens cambiarono lo stile di gioco, improvvisando e inventandosi un modo di giocare personale, un po’ come capitava ai musicisti jazz di colore a cui era stata negata una formazione musicale regolare.

 

Facendo tesoro dell’eredità di quei grandi campioni, in seguito i giocatori di colore avrebbero portato i fondamentali del gioco su un altro livello espressivo; i loro movimenti, i loro fraseggi sarebbero diventati una combinazione unica in grado di coniugare il concetto di squadra e l’espressione del talento individuale, presto imitati dai giocatori bianchi. In quel lontano 1938, la storica vittoria dei Rens diede un contributo fondamentale nella battaglia per i diritti umani e civili, e rappresentò un modello da seguire. Da quel momento, neri e bianchi erano pronti a giocare a pallacanestro insieme. Fu un nuovo inizio, proprio quello che chiedevano i rappresentanti dell’Harlem Renaissance: insegnare al mondo a vedere ciò che prima era invisibile: il colore nero.