Più di centoventi anni, quattro volte a spadroneggiare il mondo, una sola l’Europa, un’altra ad addentare la medaglia olimpica più preziosa. Scorci di melodrammatica pellicola filati veloci in trincea, coi rintocchi rigeneranti di Goffredo Mameli e Michele Novaro ad assetare i più di sessanta milioni di cittì tricolori. Decine e decine di fuoriclasse, ma la gipsoteca è spietata: ne resistono undici in questo pezzo che scandaglia l’epica sportiva.

 

È doloroso lasciare a casa Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Valentino Mazzola e Pablito Rossi: in molti hanno fatto l’Italia sportiva, in pochi sono riusciti a tracciare uno spazio d’élite nella storia azzurra. L’analisi si basa sul valore, sul rendimento e sui risultati raggiunti: ricordiamoci che siamo stati la patria di portieri e difensori a-topos e che la qualità sopraffina ha orbitato spesso tra mediana e trequarti. Da noi il catenaccio non è un’opinione. Il modulo scelto per un’ipotetica sfida contro l’All Stars aliena di tutte le galassie – in scena allo Stadio “Orso Bianco” del Polo Nord – è un 5-3-2, che si può evolvere in 3-5-2 o 4-3-1-2 nel dispiegamento della proiezione offensiva.

 

 

Il numero 1 dei numeri 1.

A difendere il caveau del Colosseo il numero 1 dei numeri 1, Gigi Buffon. Recordman assoluto di presenze, ben 176, e di fasce da capitano portate sul cuore. È l’essere umano che si avvicina di più ai voli sublimi di Marc Chagall: all’angolino basso in una Mosca innevata, in cielo per la capocciata di Zidane: mezzi tecnici mostruosi. Un acerrimo e rispettoso rivale, sua maestà Iker Casillas, lo racconta affettuosamente: «È un punto di riferimento per me ma anche per i portieri della mia generazione. Quando ho cominciato a giocare sognavo di diventare come lui ed ogni volta che lo affronto è sempre un piacere».

 

Possiamo permetterci il lusso di avere un libero e che libero: Gaetano Scirea, il 6 più grande di sempre. Mai espulso in carriera, elegante, pragmatico, il Mahatma Gandhi del calcio mondiale. Diego Armando Maradona confessa: «Scirea è stato un cavaliere, un grande avversario. La sua morte mi ha dato molto, molto dolore».

 

Due centrali di granito, il primo dorme ai piedi del Vesuvio: il muro di Berlino, Fabio Cannavaro.  Il suo numero 5 aleggia come un fantasma famelico nelle menti dei calciofili tedeschi, unico difensore italiano a soffiare il Pallone d’Oro agli attaccanti, condottiero in una delle guerre più buie del nostro calcio. Il graffiante regista Spike Lee dice di lui: «Mi piace un sacco Cannavaro. Lo conoscete? Ditegli che sono un suo grande fan. È alto poco più di me, ma salta come un cestista. E in difesa è insuperabile».

 

Gaetano Scirea, gentiluomo prima che campione.

Il secondo è posizionato da un po’ di tempo al posto della madunnina: Franco Baresi, il 4 più tosto degli ultimi trent’anni. All’alba del mondiale americano del 1994 s’infortuna gravemente al menisco: riscrive le leggi della medicina, recupera in tempo per la finalissima col Brasile. Esempio di stoicismo e fierezza senza tempo. Gianni Brera lo loda così: «Baresi è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962 bicampeão do mundo in Cile».

 

Decolliamo sulle fasce: a destra (o a sinistra) il primo vero terzino fluidificante delle cronache del football: Giacinto Facchetti, number 2. Fisicamente sontuoso, tecnicamente efficace, capitano integerrimo della sognante fiaccolata romana degli Europei del 1968, ma anche dei Mondiali infiniti del 1970. Il compagno Sandro Mazzola lo fotografa limpidamente: «Era una grande figura sia in campo che fuori. È stato un compagno di squadra meraviglioso, uno dei punti di riferimento della squadra. Il primo terzino fluidificante dell’era moderna, Cabrini è arrivato molto dopo. Sempre pronto a lottare, un grande. Il gigante buono era un soprannome perfetto: aveva una grande forza fisica ed era molto buono».

 

Sulla fascia opposta, a sinistra (o a destra), un highlander dalla dinastia eccellente: Paolo Maldini, il 3 più determinante che sia mai apparso sul green carpet, rispettando la numerologia dantesca. Difensore eclettico: marcatore vecchio stampo, cavallo da corsa in prateria, prorompente di statura e altamente pratico coi piedi: è il calciatore italiano che ha vinto più titoli internazionali in carriera. Don Fabio Capello non ha dubbi: «Maldini? È semplicemente il miglior difensore del mondo».

 

Paolo Maldini nel 2002 in Corea.

 

In mezzo al campo c’è un pianista in grado di fendere l’oceano, regista che non fa rimpiangere Fellini e Rossellini, narratore con piedi umili: Andrea Pirlo, alla smorfia 21. Leggete con che parole descrive il suo stile un’altezza d’Eupalla: Joahn Cruijff: «Lui è fantastico. Ha una superiore visione di gioco e con un colpo mette la palla dove vuole. Il calcio si gioca con la testa. Se non hai la testa, le gambe da sole non bastano».

 

Accogliendo la modernità galoppante di un tatticismo in continuo mutamento, grazie a Pep Guardiola, che è allievo supremo di Arrigo Sacchi e Rinus Michels, facciamo indossare i panni di mezzala a uno degli attaccanti più devastanti dell’albero genealogico azzurro: Giuseppe Meazza, 9 di diritto. Una carriera sfavillante, avvalorata da due mondiali (uno da capitano) e un oro olimpico, divenne scienza applicata al calcio grazie all’idea che si era fatta di lui il cittì più vincente di tutti, Vittorio Pozzo: «Averlo in squadra voleva dire partire da 1-0». Gianni Brera chiarisce meglio questo aspetto affascinante: «Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario». Seppur arretrando a centrocampo, Meazza riuscì ad annoverare la bellezza di 33 segnature in 53 presenze.

 

Continuando la proiezione mediana spagnoleggiante – che ci vede all’altezza degli Xavi e degli Iniesta –, trova spazio come seconda mezzala – con licenza di avanzare sulla trequarti offensiva –  Gianni Rivera, il primo Pallone d’Oro italiano, un po’ golden boy un po’ abatino, genio semplice dai piedi segnanti quanto un oracolo dell’antica Grecia. Il suo numero 14 rimane l’istantanea più bella di Città del Messico nel partido del siglo del Novecento. La sua intervista a Beppe Viola sul tram milanese, invocante d’attenzione per la gente comune, dimenticata, che lavora soffrendo, rappresenta ancora oggi la traccia più intensa lasciata da un calciatore nella società nostrana. Pier Paolo Pasolini lo identifica semioticamente in questo mondo, al culmine dei suoi studi linguistici sul football: «Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”».

 

Rivera a Messico 70, insieme al compagno “di staffetta” Mazzola.

 

Arrivano le bocche di fuoco, si stagli nella difesa aliena un 10 amato da Michel Platini, da Maradona e da Pelé: Roberto Baggio. Nessun calciatore è riuscito a trascinare filosoficamente i cuori azzurri come ha fatto lui a USA 1994. Punta di diamante della selezione tricolore più bella di sempre: quella di Azelio Vicini, nelle notti magiche del 1990. Pallone d’Oro senza fronzoli, artista che inebria a corte e nel fango, lo sportivo italico più apprezzato all’estero. Bomber, assist man, mago low cost: l’oggetto del desiderio di tutte le tifoseria della Serie A. «Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica», afferma Cesare Cremonini nel brano Marmellata #25 ed ha proprio ragione. A riservarci un aneddoto affettuoso del Divin codino è il suo ultimo mister, sor Magara, Carletto Mazzone: «Era puntuale, serio e la domenica mi faceva vincere. C’era un patto con lui. Non mi piaceva che quando si andava in trasferta i tifosi invadevano l’albergo e lui non aveva un attimo di respiro. Un giorno gli dissi “quando sei stanco di firmare autografi, ti tocchi la testa e io intervengo”. Ma lui non si toccava mai la testa e allora sbottai “Aho, ma non ce l’hai una testa?”. Lui mi rispose “Mister, come posso deludere gente che ha fatto centinaia di chilometri per incontrarmi?».

 

La freccia più acuminata della faretra di Coverciano arriva direttamente dallo smeraldo assordante della Sardegna: Gigi Riva, 11 passi nel fuoco, rombo di tuono dello sport mondiale. Secondo Pier Paolo Pasolini, Riva declama calcio pregno di simboli, ergendosi a «poeta realista». È ancora oggi il top scorer della maglia azzurra: 35 goal in 42 presenze, con una media di 0,7 segnature a partita, mai più avvicinata da nessun altro attaccante. Gibagianna Brera si esalta, raccontando le gesta di questo Dio ellenico prestato al nostro stupore: «Un autentico eroe del nostro tempo: per me non è mai nato nel calcio italiano uno come Gigirriva da Leggiuno. L’ho soprannominato prima Re Brenno e poi, dubitando del nostro senso storico, sono sceso a una metafora più western come “Rombo di tuono”. Ha avuto fortuna almeno pari a quella di Toro Seduto».

 

La guida degli undici gladiatori lascia nell’aria un leale profumo di pipa friulana: Enzo Bearzot è l’unico mister possibile, scudo di Achille contro vagonate di scorrettezze, provenienti dal sistema-calcio del Bel Paese. Generale, padre e Platone dell’impresa di Spagna 1982: un uomo vero che attualmente farebbe spavento per la statura della sua essenzialità. Non sarà panchina d’oro, non avrà vinto lo scudetto del gioco spettacolare, ma ha insegnato tanto: niente di meglio sulla pelle dello Stivale.