Nel suo “A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio” Simon Critchley ci parla di “estasi percettiva“: per lui “è probabilmente necessario fare almeno una distinzione tra diversi tipi di spettatori. Quella tra chi è stato giocatore e chi non lo è stato. Chi di noi ha giocato – non conta se fosse bravo, mediocre o una schiappa – avverte fisicamente ogni movimento della partita. Seguiamo tutti i passaggi come se dovessimo riceverli noi, immaginiamo sempre in che modo controlleremo il pallone. Può essere solo un’impercettibile contrazione dei muscoli del collo quando parte un cross, ad anticipare lo stacco, magari imprecando a denti stretti: <<Entra, cazzo!>>”.

 

Trasferiamo la dissertazione dal pallone alle due ruote, per introdurre il discorso sulle critiche a proposito del movimento nostrano. Critiche spesso mosse da chi non ha mai preso in mano una bicicletta – nemmeno per andare a comprare il pane e le sigarette, in un paese dove si usa la macchina anche per andare a fare una passeggiata a piedi – o non ha mai visto una gara di ciclismo. Critiche mosse da chi guarda solo gli ordini d’arrivo – magari su Facebook – e si ritrova incapace di analizzare in alcuna maniera o provare empatia verso questo sport e chi lo pratica, senza coglierne le trasformazioni, senza conoscerne le basi o il momento storico. Critiche che, nel peggiore dei casi, appaiono su testate nazionali e locali o anche semplicemente su blog amatoriali che ricevono click, reazioni, commenti e condivisioni: l’importante è urlare al mondo la propria indignazione perché “il ciclismo italiano è in crisi!”. Piuttosto chiediamoci: come lo tastiamo il polso della situazione? Cosa dicono i numeri? In che modo possiamo capire se il ciclismo italiano è in crisi?

 

 

I NUMERI

 

I tesserati a fine 2017 sono aumentati, così come i praticanti delle discipline a due ruote, in particolare MTB, mentre diminuiscono drasticamente e drammaticamente le società ciclistiche e nonostante gli sforzi degli organizzatori, pure le gare, non solo quelle dei professionisti. Grazie al lavoro enorme ed encomiabile del CT Davide Cassani, da un paio di anni si corre di nuovo il Giro Under 23 (che nella storia ha cambiato più volte il suo nome), quello che in passato vide nell’albo d’oro gente come Moser, Belli, Casagrande, Pantani, Di Luca e più di recente Betancur e Sivakov. Una vera e propria palestra atta a costruire atleti da Grandi Giri e farci conoscere chi ha caratteristiche per poter vincere in futuro un corsa a tappe da tre settimane (recupero, fondo, continuità) e chi no.

 

Pantani Giro d'Italia 1992

Pantani vinse il Giro d’Italia dilettanti nel 1992.

 

Le fredde statistiche portate dal (inutile?) ranking dell’UCI, pongono l’Italia in testa da inizio stagione, trascinata da Nibali e Viviani (il primo con un palmares da grande di tutti i tempi, il secondo un oro olimpico) e davanti a fari assoluti del movimento come Belgio, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Spagna, Colombia e Australia. Nazioni considerate ormai come movimenti traino che hanno messo la freccia su quello italiano, ma che a leggere il ranking ci stanno dietro. Per qualcuno però, essere i leader di questa classifica è come pulire dove passa il vescovo.

 

Le vittorie parziali sono tante; da anni l’Italia chiude le classifiche tra le nazioni più vittoriose, il problema è che molto spesso sono corse minori, tante ottenute dalle varie professional in giro per il mondo – vedi Mareczko mattatore in Asia, ma impalpabile in Europa quando si alza l’asticella – , oppure per la maggior parte sono arrivi in volata (Viviani, Trentin e Colbrelli), quantità più che qualità. Vengono invece sempre di meno le vittorie in corse dure, dal chilometraggio elevato, dal dislivello impegnativo, mettendo in evidenza come il ciclismo italiano stia perdendo corridori di queste caratteristiche: scalatori dotati di fondo, passisti capaci di tenere su percorsi impegnativi, coraggiosi capaci di mettersi in mostra negli arrivi parziali, capaci di prendere vento non solo in testa al gruppo per aiutare i capitani, ma anche davanti per cogliere un successo. È così che i vari De Marchi, Rosa, Capecchi o Puccio, da combattivi con punte di qualità  per vincere importanti traguardi parziali, si ritrovano a fare il lavoro sporco.

Talento delle volate quando si corre in altri continenti, Mareczko ancora non ha il phisique du role per competere per traguardi importanti foto da www.sbs.com.au

Guardando la starting list e poi la classifica finale del Giro d’Italia appena concluso, c’è poco da alzare le braccia al cielo. Cassani dice che tolto Nibali (e Aru) prima di ritrovare un atleta italiano competitivo di nuovo per i Grandi Giri ci vorranno 5/6 anni, salvo consacrazioni o esplosioni. L’assenza di Nibali e la crisi di Aru hanno aperto uno squarcio profondo nell’elenco di quelli che sono i corridori italiani da Grand Tours. Il migliore è Pozzovivo (36 anni a novembre) che solo grazie al ritiro di Pinot al penultimo giorno evita uno dei peggiori risultati di sempre per il tricolore italico sulle strade della Corsa Rosa, rimediando un 5° posto. Formolo (26 anni) chiude in top ten, si dice che “senza quei 5′ dell’Etna sarebbe potuto finire a ridosso della Top Five“, è vero, in più Formolo è relativamente giovane e avrà tempo di migliorare senza fretta scalando piano piano i vertici, come fecero Basso e lo stesso Nibali prima di lui. Il simpatico corridore veronese può diventare un punto di riferimento a patto di migliorare nella tenuta e nella continuità. Se andiamo ad analizzare meglio la classifica finale, troviamo 12 nazionali diverse nelle prime 20 posizioni, 4 continenti (Europa, Sud America, Nord America e Oceania), solo Colombia e Olanda con 3 atleti a testa fanno meglio dell’Italia. Spagna e Francia fanno peggio di noi (di noi, diciamo di chi si è fatto un culo e due polpacci sulla strada), il primo belga in classifica – per modo di dire – è Hermans 45°. Lo scorso anno al Tour nelle prime 8 posizioni, 7 nazioni diverse, 3 continenti (Europa, Sud America, Africa). Quali altri sport possono contare una così vasta diffusione dal punto di vista geografico, a grandi livelli?

Fabio Aru 2018

Tante aspettative, poche gambe, dalla crisi di Aru passano molte difficoltà del ciclismo italiano (img da http://www.sardegnasport.com).

 

Questi sono i frutti della globalizzazione nel ciclismo dove non solo Italia, Belgio, Francia e Olanda (con un pizzico di Svizzera e Spagna) vincono e stravincono in tutte le corse del calendario come succedeva fino a 30 anni fa, ma dove si sono affacciate con prepotenza movimenti in crescita clamorosa come quello britannico (ma nei primi anni 2000 anche quello aussie e tra fine ’80 e primi ’90 quello americano), quello nord-europeo e dove la nuova scuola dei ciclisti colombiani prova a dominare, non più solo in salita, ma su ogni terreno. Dimentichiamoci – anche perché l’internazionalizzazione della Corsa Rosa è cosa buona e giusta – quegli ordini di arrivo da sagra del paese dei primi anni 2000, con domini assoluti dei corridori di casa, con liste di partenza dove il 75% era rappresentato da italiani.

 

 

 

LE ALTRE NAZIONI

 

 

Le rivali storiche come stanno? Il ciclismo francese non vince un Giro d’Italia dal 1989 (Fignon), la grandeur in casa loro si schianta come un auto senza freni; al Tour i transalpini non vincono dal 1985 con Hinault: pensate fossimo noi a non vincere un Giro da oltre 30 anni – e parlano di crisi. Se Virenque (che raccolse un paio di podi) e Leblanc si scontrarono con sua maestà Indurain e con les italiens e nel periodo dell’americano i galletti erano scomparsi (Moreau con un 4° posto il miglior risultato nei tour di Armstrong), ecco uscire in questi anni Bardet e Pinot, Barguil e Alaphilippe, ma quest’ultimo non farà mai classifica a meno che non si snaturi. Da loro passa la possibilità di tornare al successo dopo oltre 30 anni al Tour de France, senza dimenticare quel Gaudu, classe ’96, autentica speranza del ciclismo mondiale, oppure la possibilità di naturalizzare quel gioiellino che ora batte bandiera russa e porta il nome di Pavel Sivakov.

Laurent Jalabert

Prima del successo di Demare alla Sanremo del 2016 Jalabert è stato l’ultimo francese a vincere una Monumento, era il 1997. “JaJa”, che mosse i primi passi come velocista, è tutt’ora l’ultimo francese ad aver conquistato una grande corsa a tappe: la Vuelta ’95.

 

In Belgio non sanno nemmeno cosa voglia dire vincere un Grande Giro, ormai da un’epoca ancora più lontana, quando le biciclette erano fatte di legno (o erano le racchette da tennis?). Se il Belgio però continua ad essere il punto di riferimento per le corse di un giorno (anche se attualmente restano alla ricerca dell’erede di Boonen e con Gilbert e Van Avermaet in questo 2018 un po’ spuntati), la Francia con la vittoria un po’ rubacchiata di Demare alla Sanremo nel 2016 interrompe il digiuno dalle Monumento che durava dal successo di Jalabert al Lombardia del 1997.
La Spagna dominatrice negli ultimi anni nei Grandi Giri grazie soprattutto alla classe di Contador e capace con Valverde di battere diversi record sulle Ardenne, ora è attesa a un duro cambio generazionale che peserà sulle spalle di Landa, Mas e Soler. Eppure non sento parlare di crisi del ciclismo spagnolo. E a proposito di globalizzazione non dimentichiamoci che un polacco, uno slovacco (e a breve anche uno sloveno molto interessante) stanno portando via alle nazioni storiche diversi successi tra classiche e mondiali. E poi ci sono, come accennato, britannici (e gli irlandesi), c’è il ritorno prepotente dell’Olanda (che con Dumoulin vince il primo Giro della storia nel 2017 e che tante altre barriere stanno abbattendo), i colombiani forti a tutto tondo, nazioni considerate minori che si impongono, ordini d’arrivo che vedono nei primi 20, 20 nazioni diverse.

È vero che senza Nibali l’ultima Monumento conquistata è del 2008 (Cunego al Lombardia), l’ultima Sanremo 2006 (Pozzato), l’ultimo giro del 2010 (Basso, Scarponi ci perdoni perché quel Giro del 2011 assegnato postumo, nemmeno lui ha mai sentito suo), però che discorsi inutili; Nibali è o non è il faro del ciclismo italiano? Non rappresenta la punta del movimento?

 

Prima della vittoria di Nibali nel marzo di quest’anno, quello di Pozzato fu l’ultimo successo italiano nella Classicissima.
Photo : Yuzuru SUNADA

 

Al Tour che inizierà nei prossimi giorni sarà uno dei papabili alla vittoria, ma attenzione, come lui ce ne saranno almeno 10 (il trio Movistar, 2/3 del podio dell’ultimo Giro, più almeno Bardet, Uran, Fuglsang, Porte, Thomas). Alle sue spalle il ciclismo di casa nostra avrà una carta interessante da giocare, Damiano Caruso, mulo da tiro quando la strada sale sia in BMC per il capitano designato Richie Porte ( che si giocherà tutta una carriera con il prossimo TdF) che al mondiale di Innsbruck dove sarà un luogotenente per Nibali, di assoluta qualità. Lui intanto nelle piccole corse a tappe da un po’ di anni a questa parte si toglie belle soddisfazioni. Ah, Caruso, come Formolo e come Nibali, vengono tutti e tre dalla Liquigas, squadra defunta. Su questo discorso ci tornerò più tardi, ma tenetelo a mente.

 

 

Ma visto che nel ciclismo non si vive di sole corse a tappe – per fortuna – e visto che l’epoca richiede – ahimè – una forte specializzazione, spostando il discorso sulle corse di un giorno, non siamo messi così male; da Moscon e Trentin a Colbrelli, da Bettiol a Consonni, da un – forse – ritrovato Battaglin in attesa di recuperare tra gli altri Felline e Nizzolo, il gruppo è ben nutrito per fare grandi cose sia sul pavé che sulle cotes. Lo scorso anno abbiamo seminato: Moscon 3° al Lombardia e 5° alla Roubaix, 6 italiani nei primi 20 al Fiandre, Trentin 4° al Mondiale per un soffio, più tutta una serie di vittorie nelle semi-classiche, quest’anno non abbiamo raccolto per una serie di contingenze particolari; ma non dimentichiamoci che ci sono pure gli altri.

 

 

I GIOVANI E IL LAVORO DI CASSANI

 

nazionale Cassani

Molti addetti polemizzano sull’uso degli stage organizzati da Cassani che invece permettono a molti giovani ciclisti italiani di assaporare alcune corse tra i professionisti, tutto tornerà utile più avanti.

 

Dicevamo del lavoro di Cassani, ha preso in mano il bistrattato movimento, diventando coordinatore di tutte le nazionali, servendosi di menti brillanti coma Salvoldi (per il ciclismo femminile, plurimedagliato condottiero del ciclismo in gonnella ) e Villa (per la pista) e iniziando a seminare qualcosa che in futuro potrebbe significare il rilancio definitivo del ciclismo italiano ponendo attenzione sui giovani e sulla multidisciplinarietà. Gli Juniores italiani attraversano forse il momento più florido della loro storia, con alcuni nomi che nel giro di qualche anno potrebbero davvero togliersi soddisfazioni importanti, a patto di trovare una volta nel passaggio tra gli Under 23 e poi tra i professionisti le strutture e le motivazioni giuste. Anche tra gli Under 23 i nomi su cui puntare sono molti. Inutile farne, andateveli a cercare. In entrambe le categorie, nonostante la necessità di far fronte a veri squadroni organizzati come squadre World Tour e a corridori a volte già molto maturi, tra danesi, norvegesi, tedeschi, colombiani, francesi, australiani e britannici (gli spagnoli stanno facendo più fatica, ma qualche nome ce l’hanno in canna pure loro), tutti parecchio agguerriti, l’Italia resta sempre in vetta nelle classifiche di merito.

 

 

Tralasciando con dolore i ragazzi nati nel ’93 (Petilli, Conti, Masnada ad esempio), quei professionisti nati dal ’94 in poi sono una base importante dalla quale ripartire. Moscon è uno dei pochissimi corridori al mondo capace di fare risultato sul pavè, sui percorsi più duri come Il Lombardia, di andare forte a cronometro e di difendersi anche nelle tappe di montagna dei grandi giri. Non potremmo chiedere di meglio, perché siamo di fronte ad uno che può far brillare il movimento proprio come Vincenzo Nibali in questi quasi due lustri. Ciccone, suo coetaneo, è un ottimo scalatore che nel momento in cui deciderà di fare il salto nel World Tour, potrà spianare le salite non solo del Giro d’Italia, misurandosi su un livello più importante, sempre se non sarà costretto a perdersi facendo il gregario per gli altri. Conci (’97) è un talento assoluto per le grandi corse a tappe, Fabbro, minuto scalatore friulano classe ’95 nei primi mesi con il team Katusha sta già dando segnali importanti. E poi Ganna (’96) e Consonni (’95), Ravasi (’94) e Albanese (’96 per la verità questo fulgido talento lo stiamo perdendo), Ballerini ’94) e Vendrame (’94) Bagioli (’95 e vedrete suo fratello fra qualche anno) e Zaccanti (’95), Carboni (’95) e Savini (’97). Materiale su cui lavorare in abbondanza.

 

GLI ALTRI CICLISMI

 

Consonni Paternoster

Mattatrice a livello Juniores, dove tra strada e pista e tra europei e mondiali ha già raccolto la bellezza di 15 medaglie, Paternoster si candida a diventare nel prossimo futuro atleta di punto di tutto il movimento sportivo italiano. ©UEC

 

Visto che il ciclismo non è solo strada maschile, il capitolo donne meriterebbe un pezzo a parte; l’anno di flessione di Longo Borghini, medagliata sia nei mondiali che nei giochi olimpici oltre che capace di vincere alcune fra le corse più importanti del circuito (nonostante debba far fronte al fenomeno Van der Breggen, un cannibale in gonnella che ha preso in mano l’eredità di Marianne Vos diventando su strada atleta  dominante), ci porta direttamente a citare Elisa Balsamo (classe ’98) e Letizia Paternoster (classe ’99) – senza tralasciare pure Elena Pirrone (classe ’99 e vincitrice a Bergen dei titoli mondiali juniores sia nella prova in linea che in quella a cronometro). Bene: queste tre potrebbero davvero vincere tutto il possibile, sia su strada che su pista (dove hanno già iniziato a collezionare una discreta argenteria, prima a livello juniores e ora a livello elite)  e su di loro pesa anche la responsabilità di lanciare anche dal punto di vista mediatico uno sport poco considerato – e a volte bistrattato – come il Ciclismo Femminile.

 

 

Se ci spostiamo in pista? Gli ultimi mondiali, pur in contumacia dell’Australia che preferisce snobbare l’appuntamento portando tra i big solo Cameron Meyer e poco altro, l’Italia ottiene risultati importantissimi nelle prove endurance, da Pippo Ganna capace di stravincere l’inseguimento individuale, alla medaglia di Consonni nella prova Ominium, dai quartetti dell’inseguimento medagliati sia in campo maschile che femminile, con  Paternoster capace di andare a medaglia anche nell’americana a punti. Nel ciclocross si fa più fatica, ma lì vige la diarchia belgo-olandese, con la sfida (che si spera in tempi brevi possa essere spostata anche su strada) che assume ogni anno proporzioni epiche, tra i due fenomeni Van Aert e Van Der Poel.

 

 

NOTE STECCATE

Nicola Conci

Nicola Conci è una delle maggiori speranze del ciclismo italiano (© Sirotti).

 

Ma veniamo ai tasti dolenti. Ricordate quando sopra ho scritto: “Caruso che come Formolo e Nibali, esce dall’esperienza in Liquigas?”. Ecco, forse non ce ne stiamo rendendo conto o ce ne stiamo rendendo conto solo adesso, di quanto la chiusura della squadra veneta sia un danno per il nostro ciclismo, non solo nel presente, ma anche nel futuro. Avere i mezzi per passare in un team – di spessore-  che ti permette di crescere con calma (vedi Nibali e quello che è diventato), non è un problema da sottovalutare.

 

 

Viene a mancare così da un paio di stagioni l’importanza fondamentale di avere una squadra italiana, un supporto di tecnici italiani e di strutture, ma soprattutto di numeri. Se prima grazie anche alla Liquigas (e alla Lampre, ora Team UAE) passavano decine di corridori nella massima categoria del ciclismo mondiale, ora ci dobbiamo accontentare delle briciole; nell’ultima stagione nel WT sono passati Nicola Conci, Leonardo Basso, Matteo Fabbro e… stop. L’anno prima, forti di un precedente accordo con il team Lampre, passa un gruppetto di talenti assoluti, dal Team Colpack: Ganna, Consonni, Ravasi e Troia, in rigoroso ordine di aspettative. Gente capace da Under 23 di conquistare Parigi-Roubaix, podio al mondiale e podio al piccolo Giro di Lombardia. Ora invece grazie all’aiuto di alcuni procuratori, se va bene qualche talento (come il trentino della Trek, Conci) riesce a passare direttamente da Under 23 al WT, altrimenti sono dolori o c’è il passaggio, non sempre per tutti fruttuoso, dalle professional. Belgi, francesi, tedeschi, spagnoli, britannici, olandesi hanno tutti squadre che ne valorizzano il movimento, l’Italia che una volta iscriveva decine di compagini alle prove più importanti, ora non ne ha più. La Groupama-FDJ per fare un esempio, può permettersi in corse di punta del calendario francese come il Giro del Delfinato corso negli ultimi giorni, di presentare una squadra giovanissima dove far crescere i migliori talenti di Francia.

 

Nel gruppo del WT gli italiani sono una cinquantina; di questi 4 forse 5 possono dire di essere capitani. La maggior parte di loro è relegata al nobile, quanto spesso oscuro lavoro del gregario: in questa maniera sarà difficile ottenere grossi risultati. La fuga degli sponsor, la demonizzazione del ciclismo da parte dei media negli anni degli scandali doping, di certo contribuisce ad acuire la crisi, ma il futuro potrebbe non essere così nero come sembra.

 

Diego Ulissi Montreal ciclismo italiano

Diego Ulissi: talento enorme mai pienamente sfruttato. (foto da cyclingmagazine.ca)

 

Poi c’è il punto focale della crescita tra Juniores e Under 23. Abbiamo visto ragazzi fare grandi cose tra i 17 e i 20 anni, arrivando con grandi aspettative tra i professionisti, finendo per raccogliere meno rispetto al potenziale in alcuni casi enorme (vedi Ulissi, il quale in verità qualche bella corsa l’ha vinta o Cattaneo) o addirittura a ritirarsi giovani (Ratto, Agostini, Bongiorno e Favilli) e altri ne vedremo. Il lavoro fatto da Cassani in questi anni  è improntato a ricostruire dalle categorie giovanili il ciclismo italiano, attraverso il rilancio delle corse a tappe, stage, cercando di dare meno pressione agli atleti più interessanti, creando una mentalità e creando uomini ancora prima che corridori. A volte è stato evidente come ragazzi forti tra i dilettanti, arrivassero già cotti tra i professionisti, mentalmente e fisicamente. Ora si cerca di invertire la tendenza, di far crescere per gradi, ma attenzione perché siamo quasi all’anno zero e i frutti potrebbero essere raccolti fra qualche anno. È il serpente che si morde la coda: in un sistema che ti mastica e ti risputa se non ottieni risultati, se non ti fai notare difficilmente puoi strappare un contratto con i professionisti, e non avere squadre italiane nel WT che ti permettono di crescere per gradi o chi ti da fiducia, pesa.

 

 

Chiudiamo con uno sguardo alla categoria delle squadre professional, una specie di Serie B del ciclismo, se paragonato al circuito World Tour, che assume proporzioni da Champions League. Immaginatevi come sono le differenze e come risulta essere difficile per i talenti italiani crescere e competere, soprattutto per chi rimane spesso troppo a lungo invischiato nella categoria (vedi Battaglin, Modolo, Brambilla e Colbrelli che stanno raccogliendo frutti, ma forse usciti troppo tardi dai loro team di appartenenza). Una categoria professional che soprattutto per quanto riguarda i team italiani (nonostante gli sforzi e le belle prove di Androni e Bardiani al Giro), mette in evidenza un ciclismo a due velocità: quello del WT e quello delle professional, categoria nella quale altre nazioni con i loro team (Wanty Group per il Belgio, la francese Cofidis, la spagnola Caja Rural) sembrano competere in maniera importante. Savio e i Reverberi stanno dando un contributo decisivo alla causa del ciclismo italiano, ma da sole non bastano. Diventa vitale per i prossimi anni avere la possibilità di rivedere nella serie A del ciclismo un team italiano. Intanto però, la strada intrapresa è meno in salita di quello che si vuole far credere, narrando erroneamente solo il presente, senza dare uno sguardo d’insieme a tutto il movimento.

 

In copertina foto ©Bettini – BETTINIPHOTO