Se ripensiamo al finale della stagione 2016, con Rosberg che ad Abu Dhabi giro dopo giro subisce il volontario rallentamento di passo di Hamilton fino a vedere Verstappen e Vettel arrivare sugli scarichi della sua W07, con il biondo Nico che alla fine riesce a vincere il suo titolo e che di lì a poco annuncia il clamoroso ritiro dalle competizioni, sembra passata un’epoca. Forse perchè non si vedeva una lotta serrata e agguerrita come quella di quest’anno tra due case costruttrici, tra i due top driver di diverse scuderie, da troppo tempo, forse perchè vedere una Rossa giocarsi le pole, le vittorie e i giri veloci ad ogni GP faceva parte della storia sempre meno recente dello sport, ma di sicuro il cambio di regolamento, che ha portato auto anche esteticamente all’altezza del campionato di Formula 1, ha permesso che tutto ciò avvenisse. Tant’è, pure la FIA si è dimenticata che il trofeo è ancora tra le braccia affettuose di Rosberg. Ne riparleranno dopo Interlagos e Yas Marina. Il ritiro dalle corse di Nico ebbe conseguenze dirette in Williams, con il team di Grove costretto a lasciar andare Bottas in Mercedes AMG chiedendo un altro anno di carriera all’ormai pago Felipe Massa. Che ora ha annunciato il suo nuovo e definitivo ritiro a fine 2017 per lasciare spazio – forse – a Robert Kubica (il cui manager è proprio Rosberg).

L’arrivo di Valtteri al volante della seconda Freccia d’argento ha scombussolato non poco i piani di Lewis Hamilton ad inizio anno ed è stata una delle chiavi della stagione straordinaria dell’inglese. Per la prima volta dal 2013, infatti, quando prese il posto di Michael Schumacher, Lewis si è trovato un altro compagno di box: non c’era più il nemico giurato, il rivale perfetto dal quale trarre ispirazione per sublimare la propria cattiveria agonistica in gara. Al suo posto un iceman tiepido, un Kimi con meno talento e meno passione per la vodka (che è un aspetto qualificativo per un nordico), molto veloce ma anche altrettanto incostante. E un campione come Hamilton ha bisogno di elementi a cui ispirarsi per tirare fuori il meglio di sè, prima di tutti un avversario, o meglio un nemico, e in casa non c’era più. Inoltre dopo anni di dominio assoluto in cui gli unici a giocarsi il titolo erano i due alla guida della Stella a tre punte, Luigino ha inconsciamente allentato le briglie della concentrazione. Come a dire, Nico se n’è andato, Valtteri non ha la velocità per avvicinarsi, altri Team non sono all’altezza, il Mondiale così si vince agile e in scioltezza. Non aveva considerato il lavoro di Maranello e un tedesco biondino con 4 scudetti iridati in bacheca. A Marzo per la rockstar britannica su 4 ruote non era ancora suonata la sveglia.

Duellanti

Duellanti

Onestamente, va detto, solo i fan più speranzosi del Cavallino rampante si potevano immaginare una Ferrari così competitiva e costante ad inizio stagione. Marchionne, Arrivabene & Co. dopo i test invernali avevano assunto giustamente l’atteggiamento di chi sa di aver fatto dei passi da gigante nello sviluppo, ma consapevole che il gap con la forza degli avversari era ancora da colmare. Invece, il ritorno in Europa a Maggio post Australia-Cina-Bahrain ha cementato la convinzione, sia del board tecnico sia dei tifosi, di avere le carte in regola per giocarsi – ad armi pari – il Mondiale con la Mercedes. Ed era già evidente il dualismo tra le prime guide. E’ qui che sta la fotografia della stagione 2017: un duello tutto Ferrari-Mercedes consumato nelle auto di Vettel e Hamilton, lo dicono i 70 punti di differenza tra Lewis e Bottas e lo dicono i 100 punti tra Seb e Kimi. Red Bull attrice non protagonista (e mai ago della bilancia), pur avendo la migliore coppia di piloti nel complesso. Mercedes e Lewis si sono svegliati tardi mentre Seb e la Ferrari sono arrivati stanchi alla volata finale. La sveglia è suonata due mesi dopo lo start in Australia al GP di Spagna per l’inglese, dopo un quarto e un settimo posto come peggiori piazzamenti che lo stavano mettendo in crisi anche nei confronti di Bottas. Per la Ferrari la stanchezza nel finale si è tramutata in errori veniali ma molto pesanti in termini di risultati: due ritiri clamorosi come in partenza a Singapore, teatro di una vera e propria tragedia greca in salsa orientale, la polemica sulla filiera del controllo qualità post-Suzuka, è mancata l’affidabilità ed è arrivato anche il nervosismo mentre gli altri martellavano incessantemente.

Di sicuro la battaglia Maranello-Stoccarda è stata tiratissima e nessuno ha dominato, ma il livello assoluto di professionismo che c’è nello sport della Formula 1 fa intuire che se la stagione si è chiusa in questo modo non è stato certo frutto del caso: se la Mercedes è riuscita a gestire una partenza così ritardata del suo primo cavallo da corsa significa che Toto Wolff e i suoi uomini hanno potuto contare su una squadra solidissima e di una sinergia perfetta tra reparto corse e Casa madre. La continuità tecnica che contraddistingue i tedeschi, con la sola uscita – importante ma pianificata – di Paddy Lowe a fine 2016 verso la corte di Stroll, ha dato risultati concreti contro una Ferrari che sta ancora subendo le conseguenze di avvicendamenti e rivoluzioni iniziate con l’arrivo di Sergio Marchionne e culminati con la rottura dei rapporti con Allison e la promozione di Mattia Binotto a Chief Technical Officer. L’italiano ha fatto un lavoro splendido e gran parte dei risultati sono riconducibili alla sua leadership, ma nella Scuderia è mancata forse un po’ di consapevolezza, quella che ti permette di mantenere la serenità e la concentrazione quando sei in testa al campionato. E a questo proposito si lega la prestazione complessiva di Vettel durante l’arco della stagione e il rapporto psicologico che ha avuto con il rivale Hamilton. Tra i due c’è un grande e sincero rispetto reciproco e non si stanno nemmeno troppo antipatici, malgrado le cuffie dell’inglese non molto gradite al tedesco durante i briefing pre-gara, ma è mentalmente che Lewis ha fatto la differenza su Seb. Nella provocazione psicologica, la guerra mentale è da sempre una delle strategie preferite dai campioni di ogni specialità; molto spesso i campioni hanno fatto leva su questo aspetto, basti pensare al maestro Valentino Rossi. Hamilton ha saputo tenere costante e sottile questa guerra mentale tra lui e il rivale, grazie ad alcuni episodi discutibili ma che alla fine dei conti sono andati a suo favore. Uno su tutti Baku e il forse voluto brake-testing che ha scatenato la ruotata (evitabile) da parte di un frustrato Seb. Da lì un minimo di debolezza nella propria integrità sportiva Seb l’ha sentita e questa ha in parte influito in negativo in tutti gli episodi successivi.

La sacralità della vettura

La sacralità della vettura

Non è facile fotografare una stagione combattuta ad un così alto livello da due squadroni e due piloti di primissimo ordine. Ma a fine stagione bisogna tirare una riga e sommare quel che è stato: Mercedes AMG e Lewis Hamilton non hanno vinto per caso il Costruttori e il Piloti. La Ferrari dovrà prendere in considerazione quei 140 punti che la dividono dai rivali di Stoccarda (Kimi?), mentre Vettel dovrà fare i conti con un altro affamato quattro volte campione del Mondo in griglia di partenza. E con Ricciardo. E con Verstappen. E con Alonso? E con Kubica? Il 2018 è domani.