1) Chiunque afferma che attraverso l’esclusiva pratica della forma si può imparare a combattere sta mentendo; chiunque sostiene che le forme siano inutili coreografie è ugualmente in errore.

Le forme furono elaborate per i maestri, non per i discenti. Sono un espediente mnemotecnico creato quando non esistevano libri e internet, un libro di grammatica, dove è possibile ritrovare l’insieme di strategie, principi, concetti e applicazioni di cui si ha bisogno nell’insegnamento. Nessun guerriero che veniva introdotto alle arti belliche iniziava il suo apprendistato dalle forme, egli doveva essere in grado di andare in battaglia nel minor tempo possibile. Senza le forme, tuttavia, l’intero patrimonio marziale sarebbe andato perduto. È assai probabile che sequenze gestuali con funzioni simili fossero presenti anche nella tradizione bellica europea. La progressione pedagogica negli eserciti non è mai stata: forma, applicazione, combattimento bensì applicazione, combattimento, forma.

2) Nessuno, o quasi, pratica un’arte marziale “tradizionale”.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni ’50 del Novecento, in Giappone come in Cina e in generale nell’Asia Orientale e Sud-Orientale, chi praticava arti marziali combatteva a mani nude in incontri clandestini, confronti tra scuole e palestre, scontri organizzati privi di protezioni, regole o arbitri. In Giappone questa pratica era chiamata “kakidameshi”, in Cina “beimo”. Tutti coloro che continuano a sostenere che le arti marziali classiche siano solo coreografia si vadano a documentare. Quelli che affermano di praticare un’arte “tradizionale” si ricordino che studiare gli scacchi e giocare a scacchi possono essere due cose molto diverse. Lo squash non è il tennis, anche se gli somiglia molto.

3) Confondere Koryu Bujutsu (arte militare antica), Budo (arte marziale classica), Gendai Budo (arte marziale moderna), Goshin-jutsu (tecniche di difesa), significa aver letto solo la copertina del libro senza averne mai sfogliato le pagine. Acquisite un minimo di cognizioni storiche prima di aprire bocca e darle fiato.

Sebbene questa distinzione sia propria della tradizione giapponese essa è comune a tutte le arti marziali di origine orientale ma anche occidentale. Il Koryu Bujutsu rappresenta l’insieme delle conoscenze dell’arte militare impiegata sui campi di battaglia e dunque comprende sia i metodi di combattimento armato e disarmato sia strategia, tattica operativa, manovra, logistica, fortificazioni. La tecnica è finalizzata a sottomettere il nemico e a ucciderlo sul campo di battaglia: l’uso di tecniche a mano nuda è puramente secondario, relegato a particolari situazioni di contatto di prossimità, scorte o perdita dell’arma. Nessuno lascia la sua arma per scambiarsi pugni in battaglia, ed è un principio valido ieri come oggi. Di conseguenza tecniche, metodi, pedagogia e logica del combattimento in guerra non hanno nulla a che vedere con le arti marziali moderne. Quest’ultime sono un prodotto di una rielaborazione successiva. Il Kumi-uchi, cioè il metodo di lotta in armatura della classe guerriera giapponese, è l’antesignano del Jujutsu in quanto era impensabile colpire a mano nuda un’armatura. Più semplice colpire le ginocchia, mettere in leva le articolazioni, atterrare o usare l’elmo per disarticolare le vertebre cervicali del nemico, portarlo a terra e finirlo con la lama più corta. Queste tecniche erano molto spesso unicamente un mezzo in più nel momento della mischia per crearsi spazi dove vibrare un colpo mortale attraverso le maglie dell’armatura.

L'arte della guerra

L’arte della guerra

Quando il Giappone venne unificato nel XVI secolo e imposto il governo militare della dinastia Tokugawa (XVII secolo), la classe militare fu lentamente assorbita nei ranghi amministrativi e dirigenziali. Anche l’arte militare iniziò a mutare e le singole componenti del Bujutsu (spada, alabarda, lancia, bastone, equitazione, tiro con l’arco, corpo a corpo) furono continuamente raffinate e rielaborate fino a diventare Budo. I due termini (-jutsu / -do) indicano concetti simili ma profondamente diversi: -jutsu è la tecnica nel senso fisico del termine, -do è la via nel senso spirituale della parola. Se lo scopo del Bujutsu era la formazione di un guerriero attraverso disciplina e combattimento, i fini del Budo, attraverso l’uso della tecnica, diventano forma estetica, disciplina e perfezionamento morale. Senza voler entrare in astrusi dettagli che coinvolgono il pensiero asiatico, è sufficiente sapere che in un periodo di “pace”, la classe militare trasforma qualcosa di altamente pratico in un mezzo di crescita morale e di conformazione sociale. La violenza viene sublimata dall’estetica, dalla perfezione del gesto, da un duro e prolungato allenamento che ha come scopo non più la vittoria sul campo di battaglia ma il perfezionamento dell’Io. L’aspetto pratico del combattimento viene così relegato in secondo piano modificando l’intera pedagogia dell’arte marziale. Dal Kumi-uchi si passa al Jujutsu, dal Kenjutsu (tecnica della spada) al Kendo (via della spada), dallo Iai-jutsu (tecnica dell’estrazione) allo Iai-do (via dell’estrazione), dal Kyu-justu (tecnica del tiro con l’arco) al Kyudo. L’ultimo passaggio avviene tra la fine dell’Ottocento e i primi anni ’30 del Novecento. Il Giappone entra nell’età moderna, assorbe quanto può dall’Occidente, riforma la sua amministrazione, le scuole, la giurisprudenza, l’esercito, ogni aspetto della vita quotidiana passa attraverso un rapido processo di cambiamento. Dal Budo classico si giunge al Gendai Budo (arte marziale moderna), che racchiude l’insieme di quelle che la vulgata considera arti marziali antiche come Karate, Judo, Aikido, Kendo ecc. Il Budo diventa veicolo di trasmissione e conservazione dei valori sociali e morali del Giappone antico, come il nucleo di una cellula che porta il codice genetico: la tradizione per i popoli orientali è fondamentale, ricorda loro chi sono e da dove vengono. Per una società guerriera l’unico modo per preservare il proprio “Dna” nell’età moderna è stato quello di trasformare brutali metodi di combattimento in tradizioni estetiche e spirituali: hanno così trasformato la violenza in bellezza. La bellezza del movimento, dell’energia, del gesto perfetto, dello sviluppo della persona umana nella sua componente relazionale con la natura e gli altri. La tecnica è divenuta così un mezzo fisico per un fine sociale e spirituale. Lamentarsi allora perché l’Aikido “non funziona nella gabbia” è come lamentarsi di un pinguino che non vola. E se questa critica provenisse da chi detiene dieci titoli mondiali dimostrerebbe che il soggetto in questione magari è un grande atleta, ma certamente di arti marziali non ha capito nulla. Se poi un aikidoka è convinto che con l’allenamento classico dell’Aikido possa affrontare un combattimento, questo è un problema che riguarda la sua personale ingenuità, non l’arte marziale in sé. Ma che differenza c’è allora tra l’Aikido e la danza classica? Sempre di perfezione del gesto si parla. Brillante, ma stupida critica. Si potrebbe perdere ore intere a disquisire della differenza tra l’arte marziale classica e la semplice gestualità della danza, per rimanere sul pragmatico possiamo dire: una leva articolare rimane una leva articolare, così come una proiezione. Se si estrapola la tecnica e la si pratica invertendo il metodo pedagogico essa torna ad essere funzionale, anche dentro alla “mitica” gabbia.
Ultima differenza è quella tra Budo-Bujutsu e Goshin-jutsu. Se le prime due sono una l’evoluzione dell’altra a partire dall’arte militare, il Goshin-jutsu è l’insieme di quei metodi sviluppati per il combattimento in ambienti urbani, non sui campi di battaglia. Per fare un esempio chiaro ai più: il karate (mano nuda, letteralmente) nasce come prodotto della boxe siamese, del qinna cinese, della lotta di Okinawa (tegumi) e dell’hsing cinese. Okinawa era un regno dell’arcipelago giapponese popolato da mercanti, in contatto per secoli con Cina, Corea, Indonesia, Siam e Giappone. Importavano ed esportavano tutto ciò che potevano, inclusi metodi di combattimento. La storia popolare di poveri contadini privati delle armi dai potenti signori locali è un falso storico. Il contadino deve pensare a come far mangiare la famiglia, non a combattere. Il karate nasce come un metodo di combattimento in un ambiente ostile, sviluppato da ufficiali delle forze dell’ordine, guardie del corpo, guardie carcerarie, ex guerrieri, soldati, mercanti e mercenari. E questo è tipico di regioni commerciali dove il contatto tra trafficanti, mercanti, criminali, forze dell’ordine e prigionieri è pressoché quotidiano (pensare alla Savate nata intorno a Marsiglia, al bastone genovese o allo stiletto siciliano). Il karate nasce quindi come metodo di combattimento urbano con tecniche di pugilato, colpi al femore e alle articolazioni, leve, prese, strangolamenti, morsi, calci, lotta a terra, testate, dislocazione delle falangi e qualunque tipo di tecnica che potesse garantire la sopravvivenza in una rissa, una aggressione e così via. Koryu Bujutsu, Budo, Gendai Budo, Goshin-jutsu. Smettiamola di fare confusione e di parlare di cose che non conosciamo. Si vuole approfondire? C’è una poderosa letteratura storica su questi argomenti, ben più seria di queste chiacchiere, con autori come Donn F. Draeger, Risuke Otake, Diane Skoss.

Cartolina d'altri tempi: dimostrazione di Kendo a bordo di una nave giapponese durante la II guerra mondiale

Cartolina d’altri tempi: dimostrazione di Kendo a bordo di una nave giapponese durante la seconda guerra mondiale

4) Le arti marziali non garantiscono la vittoria, solo un vantaggio relativo. Quando la disparità fisica è troppo grande la sconfitta è pressoché certa. Come ha detto Mike Tyson: “Tutti hanno un piano finché non prendono un pugno in faccia”.

5) Gli sport da combattimento non sono arti marziali. L’ottagono, il ring, il tatami, hanno poco a che fare con la strada o il campo di battaglia. Sono surrogati di sicurezza.

Judo, Karate sportivo, Pugilato, Boxe thailandese, Savate, Brazilian jiujitsu, lotta greco-romana, grappling no-gi sono sport da combattimento, elaborati per un ring, un ottagono, un tatami, dove è possibile affrontare il proprio avversario – non nemico – in ambiente sicuro, con la protezione di regole, elmetti, guanti e restrizioni. Si possono usare gli sport di combattimento per difendersi da una aggressione, affrontare una rissa o una qualunque situazione di pericolo? Certo che sì. Anche una sedia o un badile si possono utilizzare. Ma come hanno spiegato Mas Oyama e Rener Gracie, la sconfitta sarà comunque possibile. La strada non è il tappeto di allenamento. In palestra ci si allena con regole, tempi, arbitri, lealtà, rispetto, non certo per coltelli, aggressori multipli, pistole, sediate, stupri, assalti brutali, tossici sotto effetto di droghe, bottigliate in testa. Ci sono possibilità di uscirne vivi? Certamente. Anche una ragazzina con un calcio nei testicoli e un po’ di fortuna può mandare al tappeto un uomo grande il doppio di lei. Mezza fortuna e mezza virtù. Perché la fortuna conta in un combattimento, molto. È meglio conoscere uno sport da combattimento? Domanda superflua, meglio qualcosa che niente.

6) I disarmi a mano nuda non funzionano.

Prendete un pennarello, datelo in mano a qualunque imbecille e giocate a farvi accoltellare. Anche con un minimo di foga ne uscirete completamente sporchi. Un uomo carico di adrenalina con un coltello non si disarma, smettiamola di raccontarci il contrario. “Ma il mio maestro una volta è riuscito a…”. Potrebbe anche essere vero, ma è stata poco più che una congiunzione astrale di posto giusto, momento giusto, condizione giusta, avversario giusto. Qualora mancasse anche una sola di questa fortune ne sarebbe uscito morto, si chiamasse anche Bruce Lee.

7) Le armi pongono sempre un vantaggio determinante.

8) È improbabile sconfiggere più avversari.

9) Una rissa nel retro di un locale non è un onorevole incontro della “nobile arte”.

Un “combattimento da strada” – definizione ambigua ed elusiva ma buona per farsi capire – è qualcosa di sporco, caotico, brutale, sanguinolento. Non puoi scegliere dove, come, quando e con chi, nessuno verrà a fermare il pestaggio quando ti salteranno a piedi pari sulla faccia, non ci sarà campanella a fermare chi mentre sta subendo una presa tira fuori un coltello, né medici a controllare che il tuo avversario non sia sotto effetto di stupefacenti o di alcool. Giocare con la violenza può avere solo due conseguenze: ci si fa male o si muore, tertium non datur. Maiquel Falcao, lottatore di MMA sotto contratto con la UFC, uno che due pugni sa come tirarli, fu pestato fino all’incoscienza da un gruppo di teppisti in una pompa di benzina.

10) Il “pugno della domenica” esiste ed è molto democratico.

11) I metodi di allenamento possono modificare drasticamente il rendimento di un’arte marziale e di un combattente.

12) L’efficacia di un’arte marziale e di un combattente dipende anche dal contesto in cui essa si trova. Chi tira al piattello non sa fare tiro discriminato e viceversa. Entrambi però sanno sparare.

13) È la persona con le sue caratteristiche a rendere una tecnica più o meno efficace. Le tecniche sono solo un mezzo, non il fine.

14) Non capire non significa “non funziona”. Significa non aver capito.

15) Un morso, una testata, due dita in un occhio, sono tecniche di combattimento. Non si può essere schizzinosi.

16) La maggior parte dei praticanti di arti marziali finiranno al tappeto perché sono chiusi in uno schema.

17) Nel combattimento reale non indossi i guantoni, né il paradenti o il sospensorio.

18) Colpire a mano nuda può fratturare la mano.

19) L’UFC è spettacolo. Gli incontri misti si facevano già negli anni ’20 del Novecento in Giappone.

20) Il BJJ non è la risposta.

Mi dispiace per gli appassionati – e chi scrive è tra quelli – ma il BJJ non è la risposta. Possiede molte risposte, ma di certo non tutte. Rickson Gracie ha iniziato da qualche anno una durissima battaglia per evitare che il BJJ si impoverisca, diventi autoreferenziale e perda le sue caratteristiche più pure, quelle vicine al Kano Jujutsu che Carlos ed Helio impararono da Mitsuyo Maeda. Il BJJ vanta un bagaglio di circa 600 varianti di tecniche. Secondo le ricerche di Rickson, solo 36 sono quelle che funzionano in un combattimento reale. E la logica che sottende ad esse è completamente ribaltata rispetto alla pratica sportiva. Nel BJJ sportivo devo creare spazi per le transizioni, come una continua partita a scacchi. Nel combattimento reale ogni spazio lasciato all’avversario è una testata in faccia o peggio una mano che può afferrare un’arma. Come ha detto Anderson Silva in risposta alla domanda su quale fosse la sua posizione di BJJ preferita: “Standing!”. Questo non significa che non si debba conoscere la lotta a terra perché molto più spesso di quanto non si voglia i combattimenti finiscono proprio sul pavimento. “Io sono squalo e il terreno è il mio oceano. E c’è gente che non sa neanche nuotare” (Rickson Gracie).

21) Non esistono arti marziali migliori di altre, solo combattenti più preparati, determinati, dotati naturalmente. Continuare a discutere quali siano le migliori è come misurarsi gli organi riproduttivi.

22) In passato le arti marziali si tramandavano pressoché in segreto. I maestri avevano pochi studenti, si praticava in silenzio con fatica, sudore e umiltà. Qualità sopra la quantità. Oggi invece all’umiltà si è sostituita l’arroganza, alla scelta ponderata di allievi l’iscrizione federale, al silenzio lo spettacolo, al rispetto la protervia. Quantità sopra qualità.