Sono all’incirca le nove di un martedì mattina quando mi appresto a raggiungere il bar sotto casa per fare colazione. Mi siedo, ordino un caffè macchiato e un cornetto al cioccolato e inizio a sfogliare un quotidiano sportivo. Mentre consumo di buon gusto la mia colazione, non faccio altro che pensare e ripensare a quello che dovrò fare più tardi. Il sole lombardo è, come al solito, tiepido, non sprigiona quello stesso calore che si può assaporare in altre zone d’Italia, ma è comunque piacevole. Tornato a casa, il momento è vicino. Prendo il telefono, digito un numero e aspetto. Squilla. “Pronto!”, “Buongiorno, Riccardo”, “Sei tu?”, “Sì, sono io”: solo nel sentire la voce che sta dall’altra parte del telefono, anche in un breve scambio di battute come questo, mi si riempie il cuore di gioia. Non è una voce qualunque: è la voce che ha accompagnato le domeniche pomeriggio di un numero inquantificabile di appassionati di calcio. Quella che sento, così nitida, così forte, è la voce di Riccardo Cucchi, storica voce della trasmissione radiofonica Tutto il Calcio minuto per minuto. Riccardo Cucchi è l’ultimo di una stirpe di radiocronisti che hanno fatto la storia della radio e della narrazione sportiva italiana. È l’erede naturale dei Nicolò Carosio, degli Enrico Ameri, dei Sandro Ciotti. Riccardo Cucchi è uno dei musicisti di quell’orchestra che ha deliziato con le sue voci, anno dopo anno, mese dopo mese, domenica dopo domenica, migliaia di italiani di più generazioni; l’orchestra che ha interpretato, più e più volte, quella Colonna sonora della vita degli italiani, identificata dal compianto Candido Cannavò proprio con “Tutto il Calcio minuto per minuto”. Il 12 febbraio scorso Cucchi ha terminato la sua straordinaria carriera da radiocronista: ha raccontato scudetti, Coppe dei Campioni, Europei e Mondiali. Dato non indifferente, una sera d’estate di undici anni fa, è riuscito a realizzare uno dei suoi sogni: gridare “Campioni del Mondo”.

Cominciamo dalla base: com’è nata la passione per il calcio in Riccardo Cucchi?

La passione per il calcio è nata attraverso la radio, perché il primo vero contatto che ho avuto con il calcio è stato quello offertomi nel passato dalle grandi voci di Enrico Ameri e di Sandro Ciotti. Come saprai, Tutto il Calcio è nato nel 1960; il 10 gennaio andò in onda la prima trasmissione, io sono del ’52 quindi avevo otto o nove anni. La passione per il calcio è nata nel chiuso della mia stanza, quando alle 15.30 – allora si facevano solo i secondi tempi, le partite erano tutte in contemporanea dalle 14.30 -, io mi chiudevo nella mia stanzetta, accendevo la radio e attraverso i grandi telecronisti, non solo Ameri e Ciotti, ma anche Nicolò Carosio, che è stato il progenitore, il nonno di tutti noi, seguivo l’andamento delle partite e per me era affascinante ascoltare quelle storiche voci: sentire gli effetti dello stadio, immaginare di essere con loro, rivedere attraverso le loro parole le partite che stavano raccontando. Inoltre seguivo le partite anche aiutandomi con l’album delle figurine della storica collezione Panini, nate anch’essa proprio in quegli anni, e quindi per me era piacevole sentire il nome di un calciatore e poi andare a cercare il volto per ricostruirne l’immagine. Anche perché in quegli anni naturalmente non tutti avevano la televisione, le immagini delle partite arrivarono solo verso la fine degli anni settanta e, oltretutto, la qualità era molto bassa. Le immagini arrivavano molto tardi, intorno alle 19.30, ed erano sfumate, anche molto sgranate, poco precise. Quindi il calcio, a quei tempi, era soprattutto alla radio e così mi sono appassionato sia a questo sport sia a quello che poi è diventato il mio lavoro.

Hai detto che in quegli anni la radio era il mezzo di comunicazione principale. Com’è riuscita a difendere il proprio ruolo in un mondo che ha visto il rapido evolversi di televisioni, Pay TV, Internet e tutto il resto? Nonostante tutte le nuove piattaforme per seguire le partite, Tutto il Calcio ancora oggi è molto seguito.

Assolutamente. Io ti ricordo che Tutto il Calcio per una quindicina di anni è stata l’unica trasmissione che poteva consentiva di seguire ciò che avveniva all’interno dei campi. Successivamente nacque 90° minuto, ma per una decina di anni abbondanti la radio è stata l’unico mezzo che consentiva agli appassionati di vivere le partite. Considera che in quegli anni, quelli appunto di Ameri, di Ciotti, di Provenzali, di Luzzi, addirittura la trasmissione aveva qualcosa come venti milioni di radioascoltatori, veramente cifre enormi. E pensa anche che i diritti venivano ceduti alla RAI per la trasmissione dei soli secondi tempi, per una ragione che oggi probabilmente sarebbe paradossale se rapportata all’era moderna che stiamo vivendo: ebbene non consentivano alla RAI di trasmettere anche i primi tempi per il timore che una trasmissione integrale delle partite potesse in qualche modo scoraggiare la gente ad andare allo stadio. Oggi viviamo in un’altra situazione, la televisione ha preso pieno possesso dell’informazione calcistica e della diretta televisiva, ci sono molte più opportunità e questo è un bene per le nuove generazioni. Un conto è avere una sola piattaforma – come capitava a me – e un conto è avere tante opzioni, è sicuramente un fatto positivo. Come resiste Tutto il Calcio? Be’ resiste per due ragioni fondamentalmente; la prima è che per poter vedere tutto quello che propone la TV bisognerebbe avere tanto tempo a disposizione. Quando ci si trova davanti alla TV non si può fare nient’altro, perché la televisione ruba gli occhi e gli occhi sono lo strumento con il quale si fa tutto, si vive la propria vita. La radio, al contrario, consente di seguire quello che avviene ma anche fare altro: le pulizie di casa, lavorare, guidare la macchina, anche studiare. Da questo punto di vista la radio si sostituisce alla TV e questo le ha permesso di ritagliarsi una nicchia importante. Aggiungo anche che la domenica alle 15, malgrado le partite non siano più quelle di una volta perché non sempre ci sono partite di cartello a quell’ora, Tutto il Calcio a volte va in onda in forma ridotta, con poche partite seguite, e ciononostante riesce a mantenere un ascolto molto alto. Io sono convinto che ci sia ancora uno zoccolo duro che preferisce vivere le emozioni del collegamento in simultanea, del «Scusa, intervengo dal San Paolo», «Attenzione, la Juventus è passata in vantaggio», «La Roma ha pareggiato», ecco, questo tipo di emozione, questo flusso di informazioni continuo, questa news sportiva, che è, oltretutto, la filosofia di Tutto il Calcio. Sono a conoscenza, per esempio, di molti appassionati che magari scelgono di vedere la partita della loro squadra alle 15 ma poi accanto hanno la radiolina per essere aggiornati su ciò che succede sugli altri campi, e questo credo che rappresenti l’elemento del successo della trasmissione.

 

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Sandro Ciotti ed Enrico Ameri

 

A tal proposito mi viene in mente il tifoso della squadra di categoria del proprio paese che ha, immancabile vicino a sé, la radiolina con in onda “Tutto il Calcio minuto per minuto”. Penso che la “resistenza” della trasmissione – e della radio in generale – poggi anche su questo tipo di situazioni.

Assolutamente sì. Ci sono molti appassionati che non hanno magari nella loro città una squadra in serie A o in serie B, e quindi vanno a vedere la partita della squadra del loro campanile, ma chiaramente possono essere informati su tutto ciò che avviene sui campi delle categorie maggiori. Aggiungo anche un altro dettaglio che non credo possa essere trascurato: siamo in tempi di profonda crisi economica che, purtroppo, colpisce quasi tutte le famiglie italiane e potersi permettere un abbonamento alle piattaforme televisive rappresenta un lusso, quindi molte persone devono rinunciare a vedere la partita in TV. E allora è a quel punto che entra in scena la radio. Le trasmissioni radiofoniche – e RAI Radio Uno in particolare – credo che svolgano un servizio pubblico importante per quanto riguarda lo sport: sostituiscono la TV e sono soprattutto gratis, e questo rappresenta veramente un altro elemento determinante nel loro ruolo.

Andiamo adesso sulla parte tecnica del tuo lavoro. Abbiamo parlato di televisione e, ovviamente, nel racconto di un evento sportivo come può essere una partita di calcio ci sono molte differenze con la radio: in primis la voce narrante. Quello del tele-cronista è un lavoro difficile, ma quello del radio-cronista lo è ancora di più. In che modo questo riesce a far “vedere” la partita all’ascoltatore?

Io ti faccio un esempio che è quello che propongo ai giovani che si stanno preparando ad affrontare questo mestiere: immagina una fotografia stampata sulla prima pagina di un giornale. Normalmente la fotografia è accompagnata da una didascalia che è, sostanzialmente, l’equivalente della telecronaca. Nella didascalia trovi poche essenziali informazioni perché la fotografia puoi vederla con i tuoi occhi, quindi puoi capirne tutti i risvolti semplicemente guardandola. Al contrario, la descrizione della fotografia in tutti i suoi particolari, i personaggi, i colori, il posto nel quale i soggetti sono stati fotografati e tutto quello che è il racconto dei dettagli della fotografia è la radiocronaca. Il radiocronista deve riprodurre, con le sue parole, l’immagine che lui stesso sta vedendo per consentire a colui che è in ascolto di riprodurre quella stessa visione nella sua mente, e vivere dunque in sintonia con il radiocronista ciò che la voce sta raccontando. Allora è chiaro che, nel caso della radiocronaca, è molto importante, per esempio, riuscire a visualizzare il punto in cui si trova il pallone. Io dico sempre ai giovani radiocronisti «raccontate dov’è la palla». Perché indicare fisicamente il punto in cui si svolge l’azione consente al radioascoltatore di raffigurarsi in mente il campo di gioco, e di conseguenza sapere dove in quel momento il calciatore sta toccando la sfera. Se io dico che l’azione si sviluppa nel cerchio di centrocampo è chiaro che tu hai un’indicazione precisa del punto in cui il gioco si sta svolgendo. Sono dettagli, questi, assolutamente ininfluenti per quanto riguarda la telecronaca: non c’è bisogno che il telecronista dica «la palla ha superato la linea mediana» perché lo vedi; mentre alla radio è necessario dirlo. Quindi, diciamo che in radiocronaca c’è la necessità di un numero maggiore di parole, che però nello stesso tempo devono essere calibrate sulla velocità del gioco. Non puoi stare dietro alla palla, devi stare sulla palla mentre quella si muove, quindi devi usare molte parole ma nel contempo devi adoperarle con attenzione, anzi con parsimonia, per evitare che la tua parola sia troppo in ritardo rispetto all’azione che si sviluppa.

Prima hai citato Nicolò Carosio ed Enrico Ameri. Tu sei stato, dopo questi due grandi nomi, il terzo radiocronista della storia italiana ad aver gridato “Campioni del mondo”. Che cosa si prova in quel momento?

Guarda, è una sensazione ancora fortissima dentro di me. Ancora oggi, a distanza di undici anni, è un brivido ogni volta che penso a quella serata, a quella notte. Hai citato Carosio ed Ameri, e quindi non hai citato Sandro Ciotti perché non ebbe la fortuna di gridare “Campioni del mondo” in quanto l’unica finale che raccontò, quella di Pasadena a USA ’94 fra Italia e Brasile finì con la sconfitta degli azzurri ai calci di rigore. Quindi Sandro Ciotti, che è stato uno dei grandi maestri della radio italiana, non ebbe questa fortuna ed essere toccato da tanta buona sorte è stato per me davvero eccezionale. Nel momento in cui Grosso calciò il rigore che ci regalò il titolo mondiale provai una sensazione fortissima, talmente forte che ancora oggi non si è spenta l’eco di quella grande serata e, a volte, mi fermo ancora a pensare a quello che ho vissuto.

Un’emozione indescrivibile a parole (almeno per noi)

 

Proprio nel ’94, l’anno dei mondiali statunitensi, avvenne il passaggio di consegne per quanto riguarda l’incarico di “prima voce” della trasmissione fra, appunto, Sandro Ciotti e Riccardo Cucchi. Un’investitura molto importante per te.

Esatto, proprio nel ’94 il mio caporedattore di allora, Luigi Coppola, mi affidò il ruolo di prima voce della trasmissione. Quindi immagina anche con quale spirito affrontai questa nuova situazione, un grande senso di responsabilità che cadeva sulle mie spalle. Avevo un compito enorme e difficile, quello di non far rimpiangere tre grandi voci che mi avevano preceduto: Nicolò Carosio, Enrico Ameri e Sandro Ciotti, in poche parole la storia della radio. Naturalmente questa grande responsabilità l’ho coltivata negli anni, l’ho sempre sentita forte sulle mie spalle. Ripeto: il mio obiettivo era quello di non far rimpiangere troppo questi grandi maestri e conseguentemente essere all’altezza della fama ed importanza di questa storica trasmissione, che ha rappresento – e rappresenta ancora oggi -, come diceva Candido Cannavò, direttore storico della Gazzetta dello Sport, la colonna sonora della vita degli italiani. Ecco, questa sensazione di responsabilità ce l’ho avuta fino all’ultimo giorno, fino ad Inter-Empoli del 12 febbraio scorso.

Esclusa la finale del Mondiale di Germania 2006, qual è stata la partita, o il momento, più emozionante della tua carriera?

Ti dico la verità: ce ne sono stati tanti, faccio fatica a fare una gerarchia. Ho avuto la fortuna di raccontare tanti scudetti dal ’94 in poi: ho raccontato quelli della Juventus, del Milan, della Roma, della Lazio, dell’Inter, ogni scudetto l’ho vissuto con gioia. Mi piace sottolineare che sono sempre stato consapevole del fatto che, parlando alla radio, parlavo a tutti gli italiani, parlavo a tutti i tifosi, e quindi le passioni personali dovevano sempre essere messe in secondo piano. Raccontando un gol, interrompendo un collega per dire che una squadra era passata in vantaggio, davo naturalmente gioia a chi in quel momento era in sintonia con la squadra che stava vincendo, ma provocavo anche delusione, amarezza, e magari chissà quante parolacce mi sono beccato alla radio da parte di quelli che invece stavano soffrendo. In ogni caso credo che entrambi i tifosi, quello che stava vincendo e quello che stava perdendo, meritassero rispetto e questo per me è stato fondamentale. Quindi ogni scudetto è stato accolto con felicità, perché sapevo che trasmettevo gioia a coloro che con me stavano vivendo quel momento magico che è la vittoria di un campionato. Ho raccontato anche tante finali di Coppa Campioni. Sono stato fortunato, perché la prima fu quella fra Juventus e Ajax a Roma nel 1996 e ho colto una scia positiva, perché ricorderai quante finali le squadre italiane disputarono in quegli anni: la Juve, il Milan, e poi successivamente l’Inter. Ho vissuto quella magnifica finale tutta italiana a Manchester fra Juventus e Milan, finale di Coppa Campioni fra due squadre italiane, un’emozione indescrivibile. Quindi debbo dire che è difficile fare una gerarchia fra tutte le cose che ho raccontato. Tuttavia ho rivelato la mia fede laziale una volta smesso di lavorare. Da ragazzo, essendo di Roma, andavo abitualmente allo stadio Olimpico poiché avevo una passione particolare per la Lazio. Pensa che nel ’74 ero in curva ad assistere a Lazio-Foggia, la partita che grazie al rigore di Chinaglia assegnò ai biancocelesti il primo scudetto della sua storia. Quel giorno avevo anche la radiolina incollata all’orecchio e ho sentito Enrico Ameri gridare Lazio campione d’Italia!. È chiaro che in quel momento ero uno studente, il lavoro del radiocronista era un sogno, era un obiettivo, certamente inimmaginabile da raggiungere, e mi venne da pensare: «Che bello sarebbe se un giorno riuscissi a fare questo mestiere e magari toccasse anche a me gridare Lazio campione d’Italia!.» …Be’ (ride) è successo, è successo nel 2000 a Perugia, e quindi naturalmente anche questo rappresenta uno dei ricordi più vivi, più intensi, più belli della mia esperienza professionale.

File: [Trionfo74curva.jpg] | Tue, 14 Mar 2017 21:35:51 GMT LazioWiki: progetto enciclopedico sulla S.S. Lazio www.laziowiki.org

La Curva Nord nel 1974, anno del primo scudetto biancoceleste

 

E invece chi è il calciatore più forte che hai visto?

Ne ho visti tanti per mia fortuna perché ho vissuto un’epoca in cui di calciatori forti ce n’erano molti. Ho amato Baggio, tantissimo; ho amato Francesco Totti, tantissimo; ho amato Del Piero, immensamente. Ma, quando penso a tutti quelli che ho visto, uno solo secondo me è irraggiungibile, irripetibile, straordinario, profondamente emozionante…è Diego Armando Maradona. Vedere Maradona dal vivo su un campo di gioco è un’esperienza straordinaria e io ho avuto la fortuna di vederlo: l’ho visto correre sui campi, l’ho visto lasciare sul posto gli avversari, l’ho visto dribblare, l’ho visto inventare, l’ho visto fare la differenza, giocare palle impossibili. Be’, credo che uno come Maradona difficilmente possa nascere di nuovo.

A tal proposito mi ritorna in mente il discorso relativo alla radiocronaca. Come si fa a descrivere uno come Diego Maradona alla radio? Come si riesce a far capire – a chi non lo vede – ciò che fa in campo?

Prima di tutto bisogna essere emozionati, questa è la prima regola. Ho coordinato negli ultimi dieci anni il lavoro della redazione di Radio Uno e ho detto continuamente ai più giovani – che poi è un insegnamento che a me era stato trasferito dai grandi, da Ameri in particolare – che per emozionare chi è in ascolto bisogna essere noi per primi emozionati, bisogna emozionarci per poter emozionare. Io, per fortuna, ho vissuto sempre l’emozione del calcio, perché il calcio mi piace: entrare in uno stadio mi emoziona, in qualunque situazione, in qualunque partita, a qualunque latitudine, in qualunque categoria, il calcio mi emoziona. Immagina un po’ vedere Maradona che tipo di emozione può trasmettere. Quindi essere emozionati è la prima regola per poter raccontare uno come Diego. Ma comunque era abbastanza semplice. È molto più semplice raccontare Maradona proprio perché ti trasmette un’emozione straordinaria, piuttosto che un qualcosa che è meno attraente, meno vibrante, meno tecnico. Diego tutto sommato non era difficile da raccontare perché era talmente straordinario che questa straordinarietà, inevitabilmente, trascinava anche chi lo stava raccontando.

Abbiamo detto dei momenti belli ma il calcio, come sappiamo, è fatto anche di momenti brutti. Per esempio la tragedia dell’Heysel o, più recenti, i disordini del derby siciliano Catania-Palermo del 2007, quando l’ispettore Filippo Raciti perse la vita. Come si comporta il radiocronista in questi casi?

Per fortuna non ho vissuto l’Heysel, non ero in quello stadio in quella giornata drammatica. Ho vissuto altri momenti decisamente brutti. Hai citato Catania, non ero io a fare la radiocronaca ma Francesco Repice, un validissimo collega di Radio Uno. Naturalmente ascoltavo la partita e quindi ho vissuto indirettamente quello che stava avvenendo. Noi decidemmo in quella settimana, in accordo con Provenzali, che era il conduttore della trasmissione, di andare comunque sui campi nonostante la sospensione del campionato. Andammo nelle rispettive città assegnate, ma anziché raccontare le partite, raccontammo gli stadi vuoti, il silenzio, il nulla, la tragedia assurda provocata da violenti che avevano utilizzato il terreno del calcio, cioè il terreno della passione, per uccidere addirittura una persona. Ecco, quella giornata è stata sicuramente la più triste che ricordo nella mia vita, perché era assurdo quello che stava succedendo, quello che era successo, ed era assurdo quello che stavamo raccontando, raccontavamo il nulla. Come si comporta il radiocronista? Deve raccontare: raccontare tutto quello che vede, con onestà, lealtà, come sempre nei confronti di chi ascolta. Con la responsabilità di sapere che le notizie che sta diffondendo sono drammatiche, quindi anche in questo deve avere prudenza, intelligenza, deve verificare tutto quello che dice e non sbagliare, non dare un dato sbagliato: per esempio un numero di feriti che non sia realmente verificabile, non dare la notizia della persona che ha perso la vita se non è veramente sicuro che questo sia successo, perché all’ascolto ci sono tante persone, tante sensibilità diverse una dall’altra e non si può tradire la fiducia della gente. Non puoi aumentare i termini di una tragedia o inventare notizie, tutto ciò che si dice al microfono deve essere vero.

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Gli scontri che portarono alla morte dell’Ispettore Filippo Raciti

 

Lasciamo da parte il calcio. Nel 2016, secondo alcuni dati ISTAT, le vittime di femminicidio sono state piu di cento in Italia. Sui social ti sei fatto più volte portabandiera della causa contro la violenza sulle donne. Da dove ripartire per fermare questo triste fenomeno?

Dall’uomo. Ripartire dall’uomo, dalla cultura, che adesso è drammaticamente negativa. Esistono tanti uomini che pensano che amare significhi avere anche il possesso della persona che amano: l’amore non è questo, non è possesso. Nessuno può possedere nessuno e, naturalmente, non si può amare senza rispettare colei o colui che si ama. Quindi il vero problema è un cambiamento di cultura da parte degli uomini, e questo è un processo lungo, difficile, al quale, però, va aggiunta anche una repressione molto dura. Sono convinto che non si possa promuovere alcun processo di cambiamento culturale se non si puniscono i colpevoli: questi vanno presi, giudicati e puniti con severità. Poi naturalmente bisogna lavorare, lavorare molto su di noi, sugli uomini, perché finalmente si possa capire che le donne non sono oggetti di possesso, ma sono persone alle quali dare il nostro amore, e amore significa rispetto.

Alcune settimane fa, sulla tua pagina Facebook – a proposito della querelle sullo stadio della Roma – hai scritto, ironicamente, che «L’unico che può mettere davvero in crisi la Raggi è Totti». A quanto pare il capitano giallorosso sembra aver avuto la meglio, perché con ogni probabilità lo stadio verrà costruito. Quindi da una parte abbiamo l’apertura allo stadio, dall’altra, però, la chiusura ad un importante evento sportivo come le Olimpiadi del 2024. Che idea ti sei fatto delle due vicende?

Sono vicende di complessità diversa. Sulle Olimpiadi ha giocato – io credo – un ruolo politico, soprattutto una campagna politica pre-elettorale che aveva già evidenziato come il Movimento Cinque Stelle fosse contrario ai Giochi Olimpici. Quindi, diciamo, che da un certo punto di vista il No è stato coerente con la campagna elettorale che la Raggi aveva sviluppato a Roma. Per questo la decisione non mi ha sorpreso anche se, da giornalista sportivo e innamorato dello sport, sono un po’ deluso perché ho vissuto le Olimpiadi romane del ’60 in prima persona e ricordo con quale emozione, con quale gioia insieme a mio papà andavo a vedere le gare olimpiche. E ho sempre pensato che sarebbe stato giusto che anche un’altra generazione potesse vivere quelle stesse emozioni che ha vissuto la mia. Per quanto riguarda lo stadio la situazione è diversa. È un progetto che è stato proposto già da molti anni e diciamo che il No – che per il momento è diventato un e che come dicevi tu diventerà un – è in qualche modo legato anche ad altri aspetti. Sono quelli dello sviluppo disordinato della città, dell’attenzione ad evitare piogge di cemento. Bisogna vedere come questo impianto possa essere in qualche modo realizzato in un sistema urbano integrato di trasporti, che renda questa città ancora più vivibile, più civile. Un esempio è ciò che avviene in Europa, dove ogni impianto sportivo è realizzato tenendo conto in primis delle infrastrutture che sono necessarie affinché la gente possa raggiungere la struttura. Quindi la situazione dello stadio è un po’ più complessa, ma credo sia risolvibile come dicevi. Totti, eh be’ Totti (ride), a Roma – naturalmente per la parte romanista, perché i laziali magari non lo vedono allo stesso modo – ha un’influenza enorme sull’opinione pubblica romana quindi io, scherzosamente, ho detto che «l’unico che poteva far cambiare idea alla Raggi era Totti». Ma ne sono convinto, perché qualunque cosa dica a Roma, per quello che ha rappresentato nella passione dei tifosi giallorossi, è comunque ascoltata e quindi è autorevole il suo giudizio. Anche se quello che dice lo fa con ironia – così come ha fatto con il lancio dell’hashtag famostostadio – le parole di Francesco sono prese sul serio, e questo è un riconoscimento che Roma dà al capitano giallorosso come espressione della passione romana per il calcio.

 

Adesso che la tua carriera da radiocronista è terminata, puoi dedicarti alla tua seconda grande passione: l’Opera Lirica. Magari la domenica pomeriggio, invece di indossare le cuffie per la cronaca, indosserai quelle per ascoltare la musica classica. O la domenica è sacra?

No no, è assolutamente sacra! La domenica pomeriggio si passa almeno dalle 15.00 alle 17.00 ascoltando Tutto il Calcio. È già da un po’ di settimane che lo faccio ed è piacevole e divertente tornare ascoltatore come quando ero un ragazzino. Quindi non più protagonista, non dentro la trasmissione, non più attento a quello che dico e a quello che dicono gli altri colleghi – che dovevo in qualche modo anche coordinare – ma semplicemente ascoltatore piacevolmente trasportato dalle onde di emozioni che i miei colleghi al microfono ci trasmettono. Quindi ascoltatore attento ed appassionato, questo sempre, ma per fortuna ho anche altre cose da fare. Tu accennavi all’Opera Lirica, che è una delle mie passioni anche questa che risale alla gioventù, e che col tempo ho cercato di sviluppare. Ho avuto modo di valorizzare tutte le mie passioni e tutti i miei desideri in questo mondo straordinario che è la lirica e adesso, finalmente, posso dedicarmi alla causa. Ho già programmato un paio di cose importanti: una Bohème, che andrò a vedere alla Scala di Milano; una Butterfly che andrò a vedere a Torre del Lago grazie, tra l’altro, al regalo straordinario della mia redazione che, nel momento del saluto, mi ha donato due biglietti per la Butterfly che ci sarà quest’estate a Torre del Lago, ovvero il luogo dove Puccini ha vissuto e ha scritto. Proprio lì è stato realizzato un meraviglioso teatro prospiciente il lago e a due passi dalla casa del maestro, anche per questo molto emozionante.

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Giacomo Puccini, uno tra i più grandi interpreti dell’Opera in Italia

 

Ti faccio tre nomi: Sandro Ciotti, Giacomo Puccini, Giorgio Chinaglia.

Allora, io accanto a Ciotti metterei anche Enrico Ameri, perché per me sono alla pari. Ho sempre pensato che il radiocronista perfetto, ammesso che possa mai nascere, è quello che sarà capace di mettere insieme i due, i due modi diversi di raccontare il calcio: quello emotivamente trascinante di Enrico Ameri e quello competente e ricco da un punto di vista lessicale di Sandro Ciotti. Diciamo che mettere insieme i due significherebbe veramente realizzare la radiocronaca perfetta. Puccini, eh be’ (ride), Puccini è un altro dei miei maestri. Ho sempre cercato in qualche modo di studiare musica, di avvicinarmi a questo mondo, da dilettante ovviamente. Puccini è uno straordinario poeta e uno straordinario musicista, che è stato capace di trasmettere grandi emozioni. Io vivo di emozioni, io voglio vivere di emozioni, e se ho amato così tanto il calcio è perché mi ha emozionato, se amo Puccini è perché mi emoziona. Pensa che ho una raccolta enorme di dischi delle opere del maestro e per ogni opera – ne ha scritte dodici – ho tante versioni diverse, quindi ascolto interpretazioni differenti ogni volta e, in ciascuna interpretazione, trovo sempre qualcosa di nuovo, di affascinante, di straordinario. Giacomo Puccini è, oltretutto, assolutamente moderno: è riuscito, a cavallo tra l’800 e il ‘900, a trasmettere la modernità e il romanticismo della musica, ma credo tuttavia che sia ancora profondamente attuale e, se i giovani si avvicinassero alla sua musica, si accorgerebbero di entrare in contatto con un grandissimo personaggio, capace di suscitare ancora oggi non soltanto emozioni, ma di essere anche vicino alla sensibilità contemporanea. Infine Chinaglia. Be’ Chinaglia è stato il giocatore della mia infanzia, il giocatore sul quale, naturalmente chi era tifoso della Lazio in quegli anni, concentrava tutto il suo amore, perché era il centravanti generoso che galoppava per il campo, magari non tecnicamente perfetto, ma assolutamente generoso, un vero ariete. Sai? Mi ricorda un pochino Belotti, o meglio, Belotti mi ricorda Chinaglia. Da questo punto di vista è un tipo di giocatore simile, magari il torinista è più tecnico rispetto a Giorgio. Long John (il soprannome di Chinaglia, ndr) era un giocatore molto generoso che dava tutto sul campo, uno che come pochi vedeva la porta, quindi per quello che riguarda la mia passione giovanile per la Lazio, e per il calcio, certamente Giorgio Chinaglia è stato uno dei miei eroi.

Quali sono i progetti di Riccardo Cucchi per il futuro?

Innanzitutto ho considerato il 12 febbraio, giorno in cui ho chiuso il microfono, non una fine ma bensì un inizio. Perché adesso inizia una seconda vita, e ho tante altre cose da fare. Per fortuna ho ancora molti sogni da realizzare, e io credo che ciascuno di noi dovrebbe vivere sempre con un sogno nel cassetto, anzi più di uno, perché i sogni sono la benzina della nostra esistenza. Ti dico una cosa in particolare che mi piacerebbe fare: a me piace scrivere, molto, non ho avuto il tempo in questi 38 anni perché il lavoro mi ha assorbito molto. Adesso ho ricominciato a scrivere, cosa uscirà fuori non lo so, però sto scrivendo e spero che magari anche dalla scrittura possa nascere qualche nuova soddisfazione.