A 12 anni, Robinho è già un giocatore del Santos. Su di lui la chiacchiera e l’equivoco si sprecano fin da quando non è ancora “adolescente”. Esordisce col Santos, in prima squadra, all’età di 17 anni (è l’inizio della stagione 2001/02). Ne ha 11 Neymar e 19 Robinho quando, nel pieno della samba calcistica del secondo, si inizia a spargere un rumorio messianico sul primo, il quale rumorio, pur senza oscurare il talento e la scena di Robinho, ne indicano però un destino inevitabilmente decadente. Il paragone tra i due gioielli del Santos – un’Accademia pregiata, capace di sfornare nello stesso lasso di tempo giocatori come Neymar, per l’appunto, Ganso, già amor perduto, e Lucas, tra gli altri – non è casuale. Le loro strade non s’incrociano mai direttamente, ma le movenze di “O Ney” ricordano moltissimo quelle del “piccolo” Robson de Souza Santos (poi Robinho).

Le “lacrime” di Robinho ai tempi del Real Madrid (foto Jasper Juinen/Getty Images)

Neymar, che arriva nelle giovanili del Santos nel 2003, può ammirare direttamente il nostro per due sole stagioni. Eppure, sono quelle due stagioni le migliori nella carriera di Robinho. Non per un fatto meramente statistico, ma ancor più perché esse riprovano la tesi di Trevor Murray, con la quale ci troviamo d’accordo; non fu mai l’indolenza, la poca voglia o la poca applicazione a fare della stella di Robinho una splendida meteora, ma il peso delle aspettative che sempre lo precedevano, questa fu invero la causa del suo rapido e indolore svanire. In questa prima esperienza al Santos Robinho gioca un gran calcio. Al di là delle reti segnate (47 in 110 partite), è qui, nel più “sacro e inviolabile” dei club brasiliani, che il talento di São Vicente trova le condizioni ideali per mettere in mostra il proprio genio. Al punto che di quel Santos, poi ribattezzato Santastico dai tifosi e dalla stampa all’unisono, noi ricordiamo Robinho come l’attore protagonista.

 

“Santastico”, non ci è voluto molto. Quello che da noi è comunemente chiamato “Bar Sport”, trova in Brasile un grado d’eccellenza carnevalesco, mai umile, sempre spregiudicato e apocalittico (nel senso di “rivelativo”). E da questo folclore, innato, non ne scampa anima viva. Non ne scampò a suo tempo nemmeno Pelé. Inutile dire che, quando parla lui, il dogma si sostituisce all’opinione e il velo viene svelato. Così in Brasile, perlomeno. Ebbene, il giocatore più forte di tutti i tempi, se Messi e Maradona non fossero mai esistiti, ebbe a dire di Robinho: «Ecco il mio erede». Ora, non è difficile immaginare il via-vai di voci, entusiasmi e follie collettive che una tale parola fece in ambiente Santos e, più generalmente, in ottica Seleção. Prima ancora di formarsi e compiersi, il chicco di grano cadeva in terra – vivissimo, non morto: è forse per questo che mai darà frutto.

Amor perduti a contatto, insieme a Zizou e Becks (foto by Denis Doyle/Getty Images)

Eppure eccolo il nostro eroe destinato alla sconfitta, ergersi inutilmente dall’alto delle altrui aspettative. Robinho vince molto, a dire il vero. Ma dopo il Santos, mai lo fa da protagonista. Gli anni al Real (dal 2005 al 2008), anziché consacrarne il talento al mondo intero, mostrano il lato più docile della di lui impotenza. A gesti di incredibile classe e sconfinata padronanza del pallone alterna momenti di pause (in)giustificate, sempre alla faticosa rincorsa del proprio splendore. Robinho non diviene di certo celebre per le doti nella corsa – che pure non gli mancarono mai in toto – o comunque, più generalmente, per le doti fisiche, lui minuto per nascita. Ma la proprietà di palleggio con la quale riesce a far innamorare milioni di brasiliani e (almeno) migliaia di europei, la dice lunga sull’eterno contrasto tra qualità e quantità che sempre ne ha disegnato il profilo calcistico. E’ dai tempi del Santos che si porta con sé, gelosamente, un appellativo che ben riassume la sua estetica: Rei das Pedaladas – ove per “pedalada” si intende il più comune “doppio passo”, che in Robinho è triplo, quadruplo, alle volte quintuplo passo.

 

Tutta la magnificenza di Robinho, qui in maglia Verdeoro: vittima l’Ecuador

 

Il Re della Pedalata, il Re del doppio passo, vince, come si è già detto, ma non convince. Su di lui vale quel principio che già per Guti, sempre al Real Madrid, fu incontestabile: il calcio per il calcio, l’arte per l’arte. Che senso avrebbero altrimenti las Pedaladas, o il taconazo di gutiana memoria? Ecco, allora, il senso di Robinho: è una sintesi di Saudade e null’altro. La lontananza da casa, la nostalgia di aver perso qualcosa di cui (non) si ha un nitido ricordo. Una memoria confusa che è dolce e amara allo stesso tempo. Non usiamo qui un linguaggio “sfocato”, poco chiaro, per confondervi le idee. Saudade è un termine che, per natura, non si lascia tradurre con facilità in nessun’altra lingua che non sia il portoghese. Ne azzardiamo una vaga definizione, una balbettante traduzione, ma è vivendoci, nella Saudade, che la Saudade ci viene incontro. La regola è l’applicazione della regola (Wittgenstein). E la Saudade, Robinho, la vive fin da quando, a soli 21 anni, è già “costretto” all’esilio in terra madrilena. Con la maglia dei blancos ricordiamo, su tutte, un Clásico per lui (e il Real) memorabile, stagione 2005/06. Robinho fa impazzire pubblico e difesa avversaria, di fronte ad un Bernabéu finalmente in visibilio per il piccolo fuoriclasse brasiliano; gol personale e assist al bacio per Ruud van Nistelrooy, 2-0.

Ai tempi del City (foto Alex Livesey/Getty Images)

I due anni che seguono vedranno poco Robinho, ma buono. Quando “il piccolo Robson” gioca, fa faville. I suoi doppi passi sono per lo più irriverenti, la sua visione di gioco è semplicemente fuorviante, il suo tocco è perfettamente in sintonia con l’atletica del suo esile corpo – le gambe lunghe, specie nelle Pedaladas, lo aiutano parecchio. Nella stagione 2006/07 vince la Liga col Real, segnando 5 reti nelle ultime (e decisive) 12 giornate del campionato spagnolo, uno dei più belli della storia. Vince anche l’anno dopo, segnando 11 reti in 32 partite di Liga. Non l’abbiamo ancora detto: Robinho è un’ala. E sì, gioca ancora, attualmente al Sivasspor (in Turchia). Tutto questo vi sembrerà incredibile, dandovi al contempo un’idea di che razza di fuoriclasse stiamo parlando. Per molti sopravvalutato, per alcuni semplicemente “troppo brasiliano”, per noialtri amor perduto. Robinho, quando lascia il Real Madrid, ha ancora 24 anni. E’ un ragazzino, ma il mondo lo aspetta da sempre come uomo fatto e compiuto. Da sempre, cioè da quando, a 12 anni, Pelé lo castiga alla maniera del Dio d’Israele, rivelatosi a Mosè con parole durissime: «Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,23). Il vero problema è che Pelé, invece, il suo volto lo ha paragonato a quello del “figlioletto”. Robinho ha sempre visto il suo splendore fuggirgli innanzi. E’ nell’affermazione di Pelé il mistero e il corpo della carriera di questo giocatore. Chiudiamo allora con la Saudade. Tradurla non si può, ma un’etimologia la conosciamo. Saudade, dal latino solĭtas -atis, che è da tradursi con «solitudine». Accomuna, in qualche modo, il vasto universo degli amori perduti.

Robinho e Kakà nel Milan, stagione 13/14 (foto Claudio Villa/Getty Images)

Volerà, nel 2008, a Manchester, dove due stagioni bastano e avanzano per capire che non sarà lui l’uomo copertina del primo grande City degli sceicchi. L’esperienza al Milan, dopo il prestito al Santos, si compie in quattro anni di vittorie e delusioni (nel 2012 la Juventus toglie lo scettro al Milan, per non perderlo più, fino ad oggi). Robinho lo ricordiamo in alcune grandi partite europee (su tutte quella contro l’Arsenal del 15 febbraio 2012, quando mette a segno una doppietta e gioca una delle migliori partite della sua carriera), e in altri lampi, sparsi qua e là, di assoluta magnificenza calcistica. Magnificenza, ma non onnipotenza. Quest’ultima, Robinho, l’ha sempre lasciata alla parola che viene prima di lui, alle lacrime della Saudade che scorrono nel cuore, senza mai cadere al suolo. Al City fallisce, al Milan vince. Ma può forse bastare?

«Saudade é arrumar o quarto
do filho que já morreu1».

«La saudade è mettere in ordine la camera del figlio morto», traduciamo in italiano dal portoghese. Robinho non è mai riuscito a mettere ordine nel proprio caos, ma in questo dobbiamo essere onesti, ed esserlo fino in fondo; non un problema d’animo, né d’indolenza, lo ha mai frenato. Non è mai stata la Saudade “di” Robinho a frenarlo. E’ sempre stata la Saudade a frenare Robinho. Preso e sbattuto via dal vento impetuoso delle aspettative, Robson de Souza non è mai riuscito ad imporsi a livello internazionale. La sua carriera è stata un susseguirsi di casualità emozionanti, di squadre formidabili, fortissime, e proprio per questo poco propense ad attenderlo in eterno. Robinho non ha mai smesso di credere in quella profezia nella quale Pelé ha miseramente errato. La Saudade, parola del “Padre”, ha sempre preceduto l’avverarsi dell’evento. Con il Brasile, Robinho ha vinto una Copa América nel 2007 in Venezuela – edizione nella quale fu capocannoniere con 6 gol e miglior giocatore del torneo – oltre a due Confederations Cup, nel 2005 (in Germania) e nel 2009 (in Sudafrica). Ma cosa è rimasto di Robinho? Sola classe, lacrime e Saudade.


Foto di copertina:

Ryan Pierse/Getty Images.

 

Note al testo:

1. (Chico Buarque, Pedaço de mim, 1977).