«La pazzia, a volte, non è altro che la ragione presentata sotto diversa forma». Johann Wolfgang Goethe non poteva descrivere meglio l’accento filosofico che alberga sulla vita dell’acrobata, del giocatore d’azzardo, dell’ala destra. Partire dall’esterno con falcata perentoria, ingaggiare un duello rusticano con il terzino avverso, berselo d’un soffio, convergere sull’interno, sferrare un colpo di piatto-collo che gela il sangue dell’estremo difensore: numero 7 (o numero 11), l’uomo che spariglia le carte in tavola.

Prendi Mané Garrincha, l’uccellino epico di Eupalla, l’angelo dalle gambe storte. Nato a Magé il 28 ottobre 1933, fisicamente troppo fragile, mentalmente d’acciaio. In quello scorcio di sinfonie carioca, si è ritrovato subito a fronteggiare la crudeltà dell’esistenza. Affetto da strabismo, con la spina dorsale deformata, una gamba più corta dell’altra: il Ministero della sanità brasileira lo dichiara invalido e lo diffida dal praticare sport. Eppure, Mané prova a diventare un calciatore, poiché in Brasile è il modo più semplice per sfuggire alla miseria. Si prende tutto, il Botafogo, la nazionale verdeoro, il rispetto del mondo: stravince due Coppe Rimet, in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962. Passo indemoniato sulla fascia, gusto perenne per il dribbling da capogiro: è impossibile domarlo. Finta, controfinta, doppio passo, veroniche: Garrincha entra nei dizionari di tutto il globo prendendosi la paternità dell’elusione perfetta: quella dal marcatore normodotato e picchiatore.

 

Il dribbling, una disperazione.

 

Segue la stessa parabola artistica di Giacomo Leopardi, vittima di una natura matrigna, ma stimolatore del piacere dei palati più sensibili. Il poeta romantico aveva le idee chiare:

«La poesia malinconica e sentimentale è respiro dell’anima».

Le folate funamboliche di Garrincha sono puro sentimento, respiro dell’anima. In musica il suo passo è stato emulato un ventennio dopo da Michael Jackson: anche lui portatore di decisiva diversità, anche lui vittima di lingue biforcute e dicotomie interiori (Mané era totalmente dipendente dall’alcol, Michael da droghe e psicofarmaci). I mocassini di Jackson scivolano piano sul manto della musica internazionale, eseguendo piroette, magie e tocchi suadenti che lo spediscono direttamente a camminare on the moon. Altro che Amstrong o Gagarin, a scoprire la luna furono Garrincha e Jackson, danzando a braccetto.

 

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14 settembre 1990, a Sapucaia do Sul, scorcio di assoli rock carioca, nasce Douglas Costa de Souza. 4 ottobre 2008, l’ala diciottenne fa il suo esordio con la maglia del Gremio, andando subito in goal. L’avversario? Il Botafogo, proprio quel club issato tra i faldoni della leggenda dall’uccellino Garrincha. Il passaggio di consegne è mirabolante, come il passo degli stessi: Douglas stravince allo Shaktar Donetsk, al Bayern Monaco, alla Juventus. Occupa nella seleçao la casella lasciata libera una vita fa dall’angelo dalle gambe storte, il suo papà putativo. Douglas Costa ha il viso e lo stile – fuori dal campo – di Kanye West, ma quando innesta la quarta sulla fascia si trasforma in James Brown. Un assolo diabolico propongono i suoi strutturati arti inferiori: elastico che snoda le caviglie, tunnel, sombreri, no look, auto-lancio in prateria e sfida arroventata in volata al marcatore pronto a sfondarlo. Come Brown, che per oltre mezz’ora squagliava il palco con la mostruosità dinamica di gambe, piedi, mani, espressività: e alla fine dello spettacolo – inimitabile – un sorriso d’avorio, che logora chi non ce l’ha, come quello di Douglas.

 

Dal minuto 0″31, possiamo vedere una lezione di come tenere il palco secondo The King of Soul.

 

Tutti e due indomabili assist-man: l’undici bianconero per gli attaccanti amici, l’artista del black power come un fiero direttore d’orchestra per i musicisti che lo affiancano. Brown si esprime così nel suo brano più celebre, It’s a Man’s Man’s Man’s World:

«L’uomo pensa ai bambini e alle bambine, l’uomo li rende felici perché crea per loro giochi».

Douglas Costa rende felici come dei bimbi curiosi i tifosi che lo amano – e più in generale gli amanti del buon calcio –, grazie agli effetti speciali dei suoi giochi, tirati fuori dall’esclusivo cilindro, che è il medesimo di Garrincha. Quando parte in contropiede, ribaltando l’azione nella transizione di gioco, sembra dire tacitamente al mediano che cerca di bloccarlo, “non ci provare”, con uno sguardo intenso, degno del miglior Vin Diesel nel primissimo Fast and Furious.

 

Fantasia, decisione, velocità d’esecuzione. (Foto di Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

L’archetipo dell’ala destra è tornato, con tutto il bastimento di retorica letteraria e sound adrenalinico sopra il proprio capo. La Serie A non godeva di un numero 7 (o perché no 11) da tempo immemore. Douglas Costa è stato l’uomo Scudetto e Coppa Italia, oltre ad aver fatto rimbambire il miglior terzino al mondo nella serata melodrammatica di Madrid: Marcelo. Adesso è pronto a illuminare la casella del Brasile donatagli con parsimonia da Garricha. Le notti bianche del mondiale di Putin sono pronte ad essere solleticate dalle sue fiammate joga bonito: non poteva desiderare di meglio il pallo-dipendente anarchico.

 

Una summa del funanbolismo douglascostiano.

 

Ci pensa Fernando Pessoa – proferente della stessa lingua degli archetipi citati – a sintetizzare i loro passi in letteratura sportiva che risultano sempre più imprendibili, giudiziosamente folli. Espressione funambolica che fa comprendere ai critici senza talento Chi sogna di più:

 

Chi sogna di più, mi dirai –

Colui che vede il mondo convenuto

O chi si perse in sogni?

 

Che cosa è vero? Cosa sarà di più –

La bugia che c’è nella realtà

O la bugia che si trova nei sogni?

 

Chi è più distante dalla verità –

Chi vede la verità in ombra

O chi vede il sogno illuminato?

 

La persona che è un buon commensale, o questa?

Quella che si sente un estraneo nella festa?

 


Immagine copertina LaPresse – Marco Alpozzi