Essere donna, negli anni ’50, in un college battista di Plainview nel profondo Texas, non è l’esperienza più appagante che possiate immaginare. Alla Wayland Baptist University, di solito, ci finivi per diventare prete, a volte per vocazione e a volte perché il papà contadino aveva investito quei pochi dollari nel salvadanaio per garantire un futuro migliore al figlio. I ragazzi potevano dilettarsi con lo sport, c’era una modestissima squadra di basket – i Pioneers – agli ordini di coach Harley Redin: trent’anni ancora da compiere e già reduce della Seconda Guerra Mondiale, quando pilotava i bombardieri sopra le isole del Pacifico. Altri tempi. Per le ragazze, invece, non era previsto nemmeno quel tipo di svago.

Niente drive-in, niente hamburger con patatine, niente Elvis Presley in televisione o rock’n roll da ballare con le amiche nei sabati sera ingelatinati.

Tra i campi di cotone di Plainview, Texas, il boom del dopoguerra sarebbe scoppiato in ritardo e il sogno americano restava ben chiuso nel cassetto. La più lunga striscia di vittorie nella storia dello sport statunitense, 131, nasce da qui: dal desiderio di giocare, da un gruppo di ragazze convinte di meritarsi qualche divertimento in più di quelli concessi dalla tradizione.

 

Le partite dei Pioneers erano roba per palati forti, ma le ragazze del club di pallacanestro presenziavano pure agli allenamenti. Il loro scopo era picchiettare alla spalla dell’allenatore Harley Redin. “Allora coach, ci fa giocare? Siamo capaci. Vogliamo una squadra nostra”. Lui si opponeva, aveva una reputazione da difendere, ma alla fine si lasciò conquistare dall’entusiasmo delle ragazze e riferì la proposta al rettore. James Wilburn Marshall era un religioso, sì, ma progressista. Un uomo brillante, più attento alla spiritualità che ai cavilli del regolamento. Un uomo che la notizia del primo campionato nazionale vinto dalla sua squadra, la ricevette tramite posta internazionale dopo svariati passamano: il Signore, a suo dire, l’aveva chiamato in Amazzonia a diffondere il verbo tra gli indigeni. Approvò la richiesta con un sorriso raggiante: di pallacanestro conosceva solo i rudimenti, ma le partite sarebbero state un’occasione irripetibile per distribuire volantini biblici a pubblico e avversari.

 

Il rettore Marshall aveva già in mente il partner giusto per quella operazione di marketing: l’uomo più influente di Plainview, Claude Hutcherson, contadino arricchitosi col petrolio e titolare di una propria compagnia di volo. Viveva col gusto per il superfluo di chi, di tutti quei soldi piovuti con l’oro nero, nemmeno sapeva che farsene; amava lo sfarzo e amava soprattutto che in giro si parlasse di lui. In cambio di nome e logo sulle magliette provvedeva a ogni spesa. Per prima cosa, trucco e parrucco. Chiamò i migliori coiffeur dalla vicina Amarillo per acconciare le ragazze – d’altra parte negli intervalli delle partite si tenevano concorsi di bellezza – e aveva confezionato elegantissime divise blu e oro. Non contento, se le scarrozzava in giro per l’America sugli aerei della propria linea, dei Beechcraft Bonanza un po’ sgangherati ma adatti per ospitare una dozzina di persone. Erano nate, a tutti gli effetti, le Hutcherson Flying Queens. Qualche tempo dopo voleranno persino in Messico, per accontentare la smania evangelica del rettore Marshall, iscrivendosi negli annali come prima squadra femminile a disputare una partita fuori dai confini americani.

Il team schierato.

C’è da credere che alle ragazze importasse poco del lusso ostentato da Mr Hutcherson. Loro badavano al sodo, e sul campo ci sapevano fare. La pallacanestro femminile negli anni ’50 osservava regole antidiluviane: sei contro sei, quattro giocatrici ancorate in attacco e in difesa più due “rover” autorizzate ad attraversare la metà campo. L’allenatore scelto dal rettore Marshall possedeva una misera infarinatura delle regole. Si chiamava Sam Allen, era stato un corridore in gioventù, ma la sua più alta ambizione era diventare corista in chiesa. Andò a finire che il coach dei maschi, quel Harley Redin che pilotava i bombardieri, sedeva sugli spalti a ogni partita e impartiva ordini gridando a pieni polmoni. E sì che aveva rifiutato l’onere della panchina, per non sottrarre altro tempo alla famiglia col rischio di far infuriare la moglie. Cederà nel 1956 e si ritroverà persino nella cabina degli aerei di Hutcherson, con la cloche in mano: la licenza, d’altronde, la possedeva. La squadra maschile, intanto, continuava a viaggiare in autobus.

 

Non esisteva, all’epoca, un’associazione collegiale che contemplasse la pallacanestro femminile. La NCAA aprì le porte soltanto nel 1972, in osservanza del Title IX con cui il presidente Nixon sanciva la piena uguaglianza dei sessi in ambito educativo e, di conseguenza, sportivo. Prima d’allora la lega di riferimento era la AAU: ricreativa, di facciata, ma competitiva nel midollo. Non pensate ai nomi dei grandi college che esportano talenti nella WNBA contemporanea: la battaglia impazzava tra compagini quali Hanes Hosiery Girls, Snow White Launderettes, Arkansas Motor Coaches e Atlanta Tomboys, e non mancavano nicknames come Stenos e Secretaries. Tutte affiliate a business college per lo più di aree periferiche dove l’America si procacciava la manodopera, e quella femminile era assai pregiata, necessaria ad alimentare l’industria dell’immediato dopoguerra, insieme alle prime impiegate da gettare nella fucina del terziario. Quelle poche ragazze che avevano l’opportunità di studiare per professioni più qualificate, difficilmente trovavano tempo da dedicare allo sport. Le giocatrici più talentuose di Wayland Baptist e rivali, invece, gravitavano nelle zone grigie del dilettantismo grazie ai discreti introiti che la AAU garantiva alle università. Svolgevano qualche lavoretto nel campus, tra contabilità e segreteria, e si comportavano quasi da atlete professioniste. Il loro livello di emancipazione era all’avanguardia. Alcune avevano mariti e figli ma partivano in trasferta senza famiglie al seguito. Fumavano, partecipavano a balli ed eventi, contrattavano con gli sponsor per strappare stipendi più alti. Le Flying Queens, invece, facevano storia a parte, protette com’erano dalle pruriginose tradizioni battiste. Forse proprio per questo motivo sapevano ingranare una marcia più alta delle avversarie. Tutta la voglia di rivalsa la scatenavano sul parquet.

A Plainview s’iniziano a raggranellare vittorie e tornei nazionali: una conseguenza naturale, quando possiedi uno spirito indomito e una rara passione per il gioco.

Tocca riaprire il libro dei record per aggiungere un altro segno di penna dopo quello storico volo in Messico a cui seguirono le non meno eclatanti visite di compagini russe e cinesi. Wayland Baptist diventa la prima università a concedere borse di studio a giocatrici di basket e avvia autentiche campagne di recruiting con lustri di anticipo sulla storia. A inizio stagione frotte di ragazze migrano in direzione di Plainview su pick up traballanti, con a bordo fratelli, zii e cugini. Vengono da case contadine sparse per tutto il Southwest, qualcuna tenta la fortuna persino da Iowa e Nebraska. Nel 1952 entra nel gruppo Lometa Odom, una stangona di un metro e ottanta per quasi cento chili, colonna portante della squadra per gli anni a venire, mentre le gemelle Faye e Raye Wilson rinunciano alle comodità di Dallas pur di giocare con le Flying Queens. Di lì a poco arriva anche la prima iscritta di colore. Sembra tardissimo, ma le ragazze nere avevano appena iniziato ad affacciarsi alla pallacanestro giocata dalle compagne bianche; spesso restavano segregate in squadre e leghe, peraltro assai competitive, riservate alle afroamericane.

 

Le gemelle Faye e Raye.

 

Mr Hutcherson è al settimo cielo per le vittorie, ma non tutti a Plainview condividono la sua gioia. Nel blocco maschile del campus serpeggiano paure di blasfemia, si teme che il successo allontani le ragazze dai comandamenti indicati dalla Bibbia; approfittando delle trasferte, si spiffera nei corridoi, qualcuna si sarebbe concessa una scappatella, mentre c’è chi giura di averle sentite ballare dietro la porta della stanza. Tutta colpa di quelle due gemelle, Faye e Raye, recitava l’accusa: erano ragazze di città, venute da downtown Dallas per indurre le altre in tentazione. Durante le partite ci sono gruppetti che si radunano in cappella a pregare per le anime delle Flying Queens e persino il rettore Marshall comincia a maturare qualche dubbio.

 

Si stabiliscono regole severe, con un custode addetto alla sorveglianza delle atlete. Il succinto abbigliamento sportivo doveva restare confinato al parquet e le ragazze percorrevano il tragitto dal dormitorio alla palestra coi gonnelloni d’ordinanza. In caso di matrimonio, poi, si provvedeva all’immediata espulsione dalla squadra per meglio adempiere ai doveri familiari. Alla proposta di fidanzamento del compagno, Lometa Odom rispose di no. Lo amava, ma prima di convolare a nozze si era promessa di vincere un campionato nazionale. Le Flying Queens non sarebbero state le stesse senza il suo spirito battagliero e la sua potenza sotto canestro. Lui, Eloy, morì qualche giorno dopo, la sua automobile travolta da un treno sulle rotaie di un passaggio a livello. Lometa non si sposò mai. Il titolo nazionale invece arrivò puntuale. Furono cinque in fila, dal ’53 al ’57, quattro anni di successi ininterrotti. 131 vittorie consecutive; nessun’altra squadra ha mai inanellato un simile filotto, in nessuno dei maggiori sport americani – maschile o femminile che sia.

 

A un certo punto coach Allen, quello che voleva fare il corista, si ritira per inseguire la vocazione. Lo sostituisce Caddo Matthews, che come il predecessore si limita a mandare le ragazze in campo mentre Harley Redin allena dagli spalti. Con buona pace della moglie, Redin prende finalmente posto sulla panchina e nel giro di qualche tempo abbandona il team maschile per dedicarsi full time alle Flying Queens. Nella sua testa ha realizzato un’idea importante: essere ricordato come il coach di una squadra femminile sarà un onore, non un’onta. Le ragazze di Wayland Baptist ascendono allo status di fenomeno nazionale; si allenano coi metodi dei marines ma sfoggiano un look da pin-up e nel riscaldamento pre-partita imitano le routine degli Harlem Globetrotters sulle note di Sweet Georgia Brown. Li avevano incontrati in albergo, durante una trasferta e si erano fatte insegnare qualche trucchetto per divertire i tifosi.

 

Le Flying Queens nel 1954-55.

Ogni storia di vittorie è anche, inevitabilmente, una storia di sconfitte. La striscia si interrompe il 20 marzo 1958, in semifinale contro le rivali di sempre del Nashville Business College. La loro stella è Nera White, una forza della natura che gioca come un’adulta in mezzo a undici bambine. Uno dei coach avversari ha proposto di escluderla dalla competizione accusandola di essere un uomo. Non era particolarmente avvenente e spesso invitava le avversarie a risolvere i conti in sospeso nel parcheggio, ma le contestazioni si rivelarono infondate.

Le Flying Queens erano abituate a ritorni trionfali. Quando scendevano dai Beechcraft Bonanza di Mr Hutcherson trovavano l’intera Plainview ad accoglierle, in parata. Stavolta, la città è in lutto e nel campus si sospendono le lezioni per un giorno. Senza che nessuno se ne accorgesse, il basket era diventato la spina dorsale della comunità; serviva una sconfitta per rendersi conto di quanto lo sport, certe volte, possa unire più della fede.

Le ragazze di coach Redin, beninteso, non diventano schiappe di punto in bianco. Continuano a competere con le migliori della nazione mettendo in bacheca nove titoli AAU, ma qualcosa, nel rapporto tra Flying Queens e Wayland Baptist University, si è incrinato di nuovo. Le maldicenze degli uomini tornano a riecheggiare nei corridoi,  l’entusiasmo di un Mr Hutcherson sempre più anziano è agli sgoccioli. Nell’ufficio del rettore, al posto del progressista Marshall disperso tra gli indios in Amazzonia, siede il più rigoroso Dr Albert Hope Owen. Gli anni passano, ma la cultura fa marcia indietro. D’un tratto, la goccia che fa traboccare il vaso. Due giocatrici vengono sorprese in atteggiamenti romantici,  il sospetto di una relazione omosessuale era troppo da sopportare per la Plainview del 1961. Le Flying Queens rischiano di finire smantellate. “Sarebbe come se Notre Dame abbandonasse il football o Kentucky abbandonasse la pallacanestro”, commentò un giornalista dell’epoca. Servirono i soldi di finanziatori privati, Hutcherson in prima linea, per persuadere il consiglio di amministrazione a mantenere il club in attività.

 

La favola non era destinata a sopravvivere a lungo. Con il Title IX e l’apertura della NCAA al basket femminile, i college più facoltosi cominceranno a reclutare le migliori promesse e l’intero movimento riceverà una spinta formidabile, troppo potente perché le vecchie scuole professionali della AAU potessero stare al passo. Bisognerà comunque aspettare il 1997 per assistere al primo campionato WNBA, modellato sulla NBA dei grandi, ma la macchina si era messa in moto. Oggi il basket femminile vive forse il suo momento di maggiore luminosità, con le atlete più quotate che fanno la spola tra America ed Europa sfoggiando tecnica e agonismo che nulla hanno da invidiare ai colleghi maschi. Ce ne siamo accorti anche in Italia, con Cecilia Zandalasini che si appresta a disputare il suo secondo campionato WNBA con le Minnesota Lynx, campionesse in carica. Senza le Flying Queen, autentiche pioniere, c’è da credere che saremmo indietro di almeno un paio di giri di pista.

 

Immagine di www.flyingqueens.com

 

La storia del gioco, senza troppi clamori, si è accorta piano piano della loro leggenda. Qualche anno fa le Flying Queens si sono riunite con coach Redin, oggi novantanovenne, per ricevere un tributo in diretta nazionale durante la sfida tra Baylor e Kentucky. Sul campo, tra le altre, c’era la fortissima Brittney Griner; per lei, come altre five-star recruit, la vita da atleta professionista è una realtà con cui fare i conti già dalle scuole superiori; un’opportunità assai remota ai tempi delle Flying Queens. Qualcuna si è ritagliata un ruolo in ambito sportivo e ha continuato a coltivare la passione. Lometa Odom, Cookie Barron e Patsy Neal sono diventate allenatrici; le gemelle terribili di Dallas, invece, Faye e Raye Wilson, hanno lavorato una vita come assistenti di volo.

 

Sul finire dello scorso anno le eredi di quella leggendaria dozzina, competendo in circuiti minori, hanno toccato quota 1600 vittorie totali, più di qualsiasi altro programma femminile: un traguardo che è valso alle Flying Queens la terza candidatura alla Basketball Hall of Fame di Springfield, Massachussets. Anche in questo caso, come per la striscia di successi negli anni ’50, le più belle storie si concludono con una sconfitta, perché il collegio dei votanti ha preferito selezionare i nomi, più d’impatto, di Jason Kidd, Steve Nash e Grant Hill, insieme alle stelle WNBA Tina Thompson e Katie Smith. Eppure un posto nell’arca della gloria le Flying Queens lo meriterebbero eccome, e magari la quarta candidatura sarà quella buona; il momento sembra opportuno, con il mondo che s’interroga su quanto i diritti delle donne siano rimasti indietro sulla scala della nostra società. Coach Harley Redin non ha dubbi in proposito, e della parola di uno che a vent’anni pilotava bombardieri sopra il campo di battaglia, forse conviene fidarsi. Tra la squadra maschile e quella femminile, scelse la più forte. Scelse le ragazze che, per 131 partite consecutive, furono imbattibili. Nessun uomo ha mai fatto altrettanto.