Un indizio è un indizio – scriveva Agatha Christie –, due indizi sono due indizi, tre indizi fanno una prova. L’indizio primo risiede nei particolari, nel suo timbro vocale, lineare, sottile, talmente limpido che sembra tradire un senso inscalfibile di pace interiore, pace quasi atarassia, pace al pari di una conquista cercata. L’altro, il secondo indizio, cade a strapiombo sulle origini: San Paolo del Brasile, terra natia, lembo di approdo e di partenza, laddove la sua famiglia, lasciato il Veneto, a quei tempi schifosamente taccagno e assai ingrato verso i suoi figli, si era ripromessa di sbarcare il lunario. Fino all’età di sei anni visse nel quartiere multietnico Cambuci, in rúa Nossa Senhora da Lourdes: «La prima, grande lezione l’ho ricevuta quand’ero piccolo, quando giocavo a pallone coi miei coetanei, che erano ebrei, musulmani, mulatti, giapponesi, coreani, e non ci importava niente, a noi, di quale fosse la religione dei nostri padri o il colore della pelle». Un monito, pratico, incentrato attorno al concetto di relativismo culturale. A questo punto, lui niente più che una spora, insieme a mamma Leda e papà Elio lascia il Brasile e fa ritorno in Italia, stabilendosi alle porte di Torino, città che, potendo contare sull’indotto generato dalla Fiat Mirafiori, rappresentava il «cuore d’acciaio del Pasese», ossia il centro produttivo a vertice del famigerato triangolo industriale. Se a legarlo al periodo dell’infanzia era, ed è tuttora, il primo amore, quello per la maglia del Palmeiras (rimarrà anche colpito, per onestà intellettuale e per trasporto ideologico, dall’idea della democrazia corinthiana, applicata in forma pura e in grande stile, espressa sotto l’egida di Sócrates e mai più riproposta su un campo di calcio), l’impatto con la città sabauda generò un’altra scintilla, e fu secondo amore, ancorché paritario in potenza rispetto al primo: si chiamava Juventus e si sublimò nel 9 di Pietro Petruzzu Anastasi. «Nel 1967 feci un provino», scartabella tra una ridda di ricordi, «c’era anche il figlio di Cinesinho: segnai io, ma presero lui».

 

Spesso un fallimento, un insuccesso inatteso, una caduta rovinosa possono cambiarti la vita. Prodromi, in bene o in peggio, beninteso: dipende da te e, ex aequo, dal destino. Quel provino mancato fu infatti il prologo dell’indizio che sancisce la prova definitiva. Il terzo indizio fotografa esattamente quell’istante: da quel momento in poi, mattone dopo articolo, è andata delineandosi la sua carriera da giornalista sportivo. Ricapitolando: il primo indizio, la voce; il secondo, le origini. Il terzo: la svolta. Prendeteli, miscelateli e avrete l’identikit di Darwin Pastorin, cronista di vecchia scuola, tra la palestra del Guerin Sportivo e due decadi a Tuttosport (redattore, inviato speciale, vicedirettore); direttore di programmi su Tele+, Stream TV, Sky Sport, La7 Sport e Quartarete TV; scrittore indefesso e narratore per conto della memoria storica. Quale, il fil rouge? Il calcio come linguaggio universale, messaggio pasoliniano, ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, il calcio come fenomeno religioso, a tratti mistico, passione ecumenica verso cui interi eserciti di individui, a ogni latitudine, nutrono gli stessi sentimenti e li esprimono con gestualità, riti identitari collettivi e coazioni a ripetere di gioie e dolori. «Anche se nel calcio moderno il marketing ha sostituito il dribbling e preso il posto dell’immaginazione, della fantasia. Anche se la prosa ha soppiantato la poesia. Anche se si tratta ormai di un football di lontananza e non più di vicinanza», sottolinea con un pizzico di saudade. Purtuttavia, nonostante (o, forse, per placare) i segni dei tempi moderni, dal fondo dell’animo, non ce ne vogliano gli eredi di Stig Dagerman, riecheggia tonitruante l’eco di un piccolo, irreversibile, umano troppo umano desiderio di consolazione. Il calcio è morto, viva il calcio.

 

Il cronista e l’Avvocato.

C’è speranza per la nostra società e, di riflesso, per il micro-macrocosmo sportivo – in cui l’apparire ha scalzato l’essere, l’uomo persegue il successo costi quel che costi, il denaro è bramato come Moloch da venerare e il fallimento si traduce in stigma sociale – di riscoprire l’essenza beckettiana dentro la polpa della sconfitta?

Aspetteremo sempre Godot nel calcio, immaginando l’impossibile: la cultura della sconfitta, il rispetto del verdetto, la consapevolezza del più forte. Futuro. Prossimo venturo. La realtà, nel calcio come nella politica, come nella vita, partendo dalla metafora sartriana, è che tutto viene letto secondo la nostra rappresentazione. Il nostro essere vacilla, il nostro apparire gonfia il petto. Ho visto le migliori menti della mia generazione contendersi il boccone avvelenato di una comparsata al talk show in prima serata. E giovani di talento smarrirsi nei labirinti della celebrità più sguaiata e più volgare. Tutti, alla fine, di conseguenza, vincono. Denaro, faccione riconosciuto, la folla plaudente e cieca. L’inciviltà dell’immagine. Per questo mi giunge la quieta quando leggo, all’ombra di tutte le nostalgie, le pagine di Gianni Mura.

Opposta al fallimento, anche se in esso conchiusa, l’altra faccia della medaglia: il riscatto, la rivincita. Lo sport, e il calcio in modo assai più diretto quanto amplificato, sa rappresentare perfettamente il rapporto sconfitta/riscatto. Due esempi, uno collettivo e uno individuale?

Ho amato, più di tutti, gli eroi tragici. Il mio abbraccio ha accolto Ettore, e anche Roberto Baggio a Pasadena; Moacyr Barbosa, il portiere che pagò con la dimenticanza, diventando un «invisibile», per i due gol subiti nella partita decisa della Coppa Rimet del 1950, al Maracanà, contro l’Uruguay di Obdulio Varela, lui sì il forte che ruppe tutte le catene. Fu lui a riscattare un intero popolo, già destinato al rogo di Rio. Fu lui a capovolgere la realtà e i sogni. Così come il dottor Sócrates, che fu alla base della fine della dittatura in Brasile, con l’Utopia realizzata della sua Democrazia Corinthiana. Il socialismo applicato a una squadra di calcio e la parola «democrazia» esibita sulle magliette e negli striscioni. E il mio Garrincha, sopra tutto e tutti, l’angelo dalle gambe storte, l’analfabeta che ispirò le più belle poesie sul calcio e sulla libertà. «La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino», modulò Vinicius de Moraes.

 

Darwin Pastorin e Roberto Baggio in un abbraccio di stima reciproca.

Estraggo dagli scaffali polverosi della memoria tre nomi e lascio a te il compito di celebrarne il ricordo tramite immagini e aneddoti. Per primo, l’autore di Azzurro tenebra, Giovanni Arpino.

Giovanni Arpino, come ho scritto sulla rivista letteraria Passaporto Nansen, diventò la mia bussola nella letteratura, nella narrazione dello sport. Noi cronisti sportivi, prima di lui, e malgrado Gianni Brera, eravamo «un esercito di sbandati», dopo la sua scelta di scrivere (sul quotidiano La Stampa, 2 febbraio 1969) di sport, soprattutto di calcio, siamo diventati un «esercito con una patria»: avevamo dignità rispetto e appartenenza: eravamo a tutti gli effetti, e con l’abbraccio simbolico di Osvaldo Soriano, «bracconieri di tipi e personaggi».

Ai suoi esordi, dalle colonne de La Stampa, sfidò in singolar tenzone P.P. Pasolini. Il pomo d’Adamo fu Nino Benvenuti in un incontro di boxe.

Arpino mise al tappeto Pasolini, il quale auspicava una sconfitta del pugile Nino Benvenuti, al fine di evitare «una volta per sempre delle false consolazioni ai bassi salari». L’autore di La suora giovane, uno dei capolavori del nostro Novecento letterario, romanzo giustamente elogiato da Eugenio Montale, chiuse la questione: «Le parole di Pasolini, patetiche e paradossali, appartengono a un vocabolario che di volta in volta scarica sullo sport tonnellate di interpretazioni capziose, quasi lo sport fosse soltanto ingannevole evasione, spregevole diversivo, il solito oppio dei popoli, e non una attività, non un crocevia di tecniche diverse e importanti, quasi una scienza. Usare lo sport come bersaglio è arma vecchia, è argomentazione qualunquista, tipica presso certa sociologia avventata». Una lotta tra titani.

Altra tessera del puzzle, altro punto di riferimento, altro esempio di maestria di scrittura: Vladimiro Caminiti.

Vladimiro Caminiti fu il mio maestro di giornalismo. Un poeta. Mi insegnò a cominciare il racconto della partita «dal verde del prato e dall’azzurro del cielo». Poteva togliermi il saluto, per almeno una settimana, per un aggettivo sbagliato in un articolo. La sua eredità è stata raccolta dal fratello Benvenuto.

 

Darwin Pastorin a rapporto da Camin.

Il terzo nome è quello di Umberto Saba. Mise in versi il calcio, le sue bellezze e i suoi riti, pur non essendo un cultore della sfera, infischiandosene bellamente della critica.

Umberto Saba non amava il calcio. Ma non sopportava di vedere il suo ragazzo di bottega, Carletto Cerne, alla Libreria Antiquaria («Morti chiedono a un morto libri morti»), felice o triste di lunedì. Gli chiese il motivo di quegli sbalzi d’umore, e Carletto confessò al poeta: «È per la Triestina. Quando vince sono felice, quando perde o pareggia sono triste». Saba, incuriosito, si fece portare, due volte, dal giovane allo stadio: e scrisse le celeberrime Cinque poesie per il gioco del calcio. Con Goal, fateci caso, che anticipò la regia moderna. Quell’ultimo verso, ad esempio, con la gioia dell’altro portiere, quello della squadra che ha appena segnato.

Nella classe dei Caminiti, degli Arpino, dei Brera, gente di quella tempra lì, trovarono posto due mostri sacri sudamericani. Uno era originario di Montevideo; l’altro nacque in Argentina e la girò in lungo e in largo. A entrambi ti legava una corrispondenza di amorosi sensi.

Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano sono stati due giganti della letteratura e due fantastici e funambolici narratori di storie di football. A Galeano devo una dedica generosa, che mi riempie ancora oggi di orgoglio: «Per essere devoto delle belle lettere e del bel calcio, leggo le cronache di Darwin Pastorin come chi ascolta messa». Ha raccontato Le vene aperte dell’America Latina e Splendori e miserie del gioco del calcio. Ho avuto la fortuna di averlo come amico, e di abbracciarlo. Così come Osvaldo Soriano. Le sue storie sul pallone sono uniche e irraggiungibili. Perfette. Ai giovani aspiranti narratori consiglio di leggere e rileggere e ancora rileggere Fútbol.

 

Da sinistra a destra: Vladimiro Caminiti, Darwin Pastorin e Alberto Fasano.

«Diego è stato il migliore di tutti, nei secoli dei secoli: amen». E, sempre a parer tuo, non ci sono tribunali, terrestri e divini, in grado di sovvertire il verdetto.

No. Non esisterà mai nessuno come Dieguito, il Borges della pelota, nei secoli dei secoli amen. Il più grande. Anche del mio connazionale Pelé. Maradona fu l’imperfezione che si fece Perfezione. Un cronista giura di averlo visto fare tre palleggi con una goccia d’acqua. Oltre, non c’è che l’universo.

Proviamo a sfatare definitivamente un cliché duro a morire. Chi fu, tra Osvaldo Soriano e Gianni Di Marzio, il primo a segnalarlo in Italia?

Gianni Di Marzio, fine intenditore di calcio, lo vide ragazzino e lo segnalò, senza fortuna, in Italia. Di sicuro, abbiamo una lettera di Soriano, da Parigi, ad Arpino del 7 maggio ’79, che recita: «Mi raccontano gli amici che in un piccolo club di Buenos Aires, Argentinos Juniors, si trova la salvezza del Torino. Si chiama Diego Armando Maradona, ha diciotto anni ed è, stando al parere dei giornalisti e dei miei stessi amici, il miglior giocatore (sebbene sia bassetto) degli ultimi trent’anni. Fa due gol per partita (la sua squadra fa pena ma lui è il migliore), ed è già nella selezione nazionale. Certo, tutte le grandi squadre, e il Barcellona, lo vogliono comperare; costa, credo, cinque milioni di dollari. Se il Torino possiede questa cifra di denaro, è salvo. Dicono che, accanto a lui, Sivori è un energumeno. Dopo non dicano che non li ho avvertiti. Un forte abbraccio».

 

Raccontaci della trattativa che seguisti da vicino e che portò Maradona alla corte di Ferlaino e all’ombra del Vesuvio.

Fu una trattativa lunga, esasperante, durata settimane, con il vicepresidente del Barcellona, Joan Gaspart, che un giorno diceva «Maradona parte» e un altro «Maradona resta». Il 4 luglio 1984, la partenza, aereo da Barcellona a Roma, e poi verso la colorata, rumorosa follia di Napoli. Io sono su quell’aereo. Diego felice e sorridente; pochi giorni dopo mi dirà, in un’intervista esclusiva per il mio giornale, Tuttosport: «Per superare qualsiasi nostalgia, mi basterà aprire la finestra e guardare il mare di Napoli».

L’arrivo di Maradona a Napoli.

E però il tuo idolo – a riprova che siamo portati a scegliere i nostri beniamini attingendo direttamente dall’inconscio – non è stato né Diego, né Pele, né Cruijff, né altri.

Pietro Anastasi! L’idolo sempre e per sempre. Un amico caro, carissimo, oggi. Mi colpì fin da quando, con la maglia del Varese, rifilò tre gol alla mia Juve, portiere Roberto Anzolin. Poi, nel 1968, quella rete in semirovesciata con la maglia azzurra nella finale bis degli Europei, a Roma, contro la Jugoslavia. Risultato: 2-0 per l’Italia, in gol anche Gigi Riva. Saltai sul tavolo e comincia a ballare. E a pregare: per favore, Tu che puoi, fallo venire alla Juventus. Invece, rischiò di finire all’Inter. Disputò un’amichevole con la maglia nerazzurra contro la Roma, ma nell’intervallo ecco il miracolo. Un fotografo amico raggiunse Petruzzu nello spogliatoio per dirgli: «Pietro, corri a Torino, ti ha preso la Juve per seicentosessanta milioni!». E io impazzii. Giocavo centravanti come lui, imitavo le sue movenze, il suo modo di calciare; avevo il suo poster in camera; raccoglievo, in vari quaderni, le sue foto e gli articoli che lo riguardavano. Più avanti negli anni è diventato di famiglia. Venne al battesimo di mio figlio Santiago e trascorriamo diverso tempo insieme. Con lui, sempre presente, la moglie Anna. Una coppia fantastica. Ho dedicato un intero capitolo al mio beniamino nel libro che uscirà tra poco per l’editore Aliberti: Juve-Napoli. Romanzo popolare, che ho scritto con Vincenzo Imperatore, tifosissimo partenopeo.

 

L’amicizia e l’idolatria sportiva per Pietro Anastasi, indiscutibile idolo di gioventù.

Gigi Meroni. Il tragico epilogò che investì la farlalla granata cadde a pochi giorni di distanza dalla morte di Che Guevara, nel 1967. Pura e semplice ironia della sorte o c’è dell’altro a saldare e rinsaldare queste due figure, a loro modo, storiche?

Gigi Meroni ed Ernesto Che Guevara furono due rivoluzionari. Il primo, nel calcio: ala destra, calzettoni abbassati, capelli lunghi, si innamorò di Cristiana, la ragazza del luna park, andava a passeggio sotto i portici antichi di Torino con una gallina al guinzaglio, dipingeva quadri bellissimi e in campo fu una poeta e un ribelle, dal dribbling irresistibile. Secondo Enrico Deaglio, la sua morte anticipò il Sessantotto in Italia. Il Che sognò l’Uomo Nuovo, una società senza più classi. Fu un combattente e un eroe. Non un’icona, ma una persona che dedicò la propria vita per dare dignità ai poveri, agli sfruttati, agli invisibili.

Che il calcio sia pratica e spettacolo, noumeno e fenomeno, e costituisca un fatto sociale totale, è stato già appurato. Ciò che non è del tutto manifesto è se, consumato per overdose da marketing e corrotto dai quattrini di conio turbocapitalistico, da una parte, e a causa di una deregulation sempre più sfrenata e dell’ingresso in campo della tecnologia in salsa palingenetica, dall’altra, siamo ancora in tempo per fermarci e, se del caso, fare un passo indietro.

Dobbiamo fare un passo indietro. Immediatamente. Va bene la tecnologia, va bene il calcio tutti i giorni, mattino pomeriggio e sera. Le novità non devono spaventare. Tra parentesi: mio figlio Santiago può seguire, dal Piemonte, in diretta, il suo Cagliari, giornata dopo giornata. Ma dobbiamo ritornare al gioco per il gioco, a una cultura della sconfitta, alla fine dell’odio, dell’invadenza dei genitori. Trovare una via di mezzo. Recuperare quel romanticismo che è stato travolto e stravolto.

 

A tu per tu con Gaetano Scirea.

Se il calcio è uguale a identità uguale a territorialità, non credi che dapprima la televisione e oggi i nuovi media-a-portata-di-mano abbiano reso lo spettacolo del calcio, cioè l’elemento popolare, la festa domenicale, il rito settimanale, sì di dominio pubblico ma, al contempo e relativizzando le differenze, trasfigurato in fenomeno di folklore con cui riempire tutt’al più le scalette dei programmi delle pay-tv?

Non è il caso di demonizzare la pay-tv. O le trasmissioni di calcio nel loro complesso. Io amo le storie dentro e intorno al pallone. E le ho raccontare lungo la mia carriera, nei giornali e nelle mie trasmissioni televisive. Penso ai tempi di Sky Racconta. Bisognerebbe evitare il salotto per urlatori senza qualità, il «contro» a tutti i costi, il becerume dall’antipasto al caffè. Ma molto peggio delle trasmissioni sul football sono quelle sulla politica, dove gli ultrà risultano ancora più sguaiati e volgari. E «giocano» malamente sul futuro nostro e dei nostri figli.

Nonostante una vita da cronista, non hai smesso di occuparti di faccende e vicende sportive. Riporti a galla tipi e personaggi, da bracconiere navigato: sei, come va di moda dire oggi, uno storyteller. Cosa ti spinge a narrare storie di calcio, e quindi storie di vita e di uomini, di valori, di ideali, di sogni e di utopie, privilegiando il potere insito nella memoria, in un Paese smemorato ed eticamente imbarbarito come il nostro?

Voglio, nel mio piccolo, salvare i ricordi, le memorie, le nostalgie. Recuperare le storie che, nel tempo, si sono scolorite, ingiallite. Perché il calcio, come ci hanno insegnato i nostri Maestri, è metafora, linguaggio, anestesia, giovinezza ripresa per mano, salvezza, utopia. Amo, come sapete, gli eroi tragici, i perdenti vestiti di sogno, i sognatori i ribelli e i fuggitivi.

 

Giovanni Arpino in uno sguardo glaciale.

A proposito di narrazione. Siccome improvvisarsi Dino Buzzati o Alfonso Gatto o Vittorio Sereni, alcuni pigmalioni del ramo, è oramai pratica comune, non si corre così il rischio di livellare verso il basso l’arte della trasmissione orale, infarcendola di retorica e appiattendola sul politicamente corretto?

Verissimo. Oggi i social permettono a tutti di farsi Buzzati e Gatto. Ma non è così, nella maggior parte dei casi. Buzzati e Gatto vanno letti e riletti. E per raccontare devi possedere uno stile tuo, conoscere, fare attenzione alle virgole, agli aggettivi. Studiare, studiare, studiare. Oggi si improvvisa troppo, banalizzando qualsiasi argomento. No, non siamo tutti professori. Io continuo ad approfondire, a imparare, a conoscere. Io sono i miei dubbi e sono le mie curiosità. Sono i libri che non ho ancora letto.

 

Ricordando Osvaldo Soriano a Portopalo, Siracusa, 2017.

Il rimpianto e la soddisfazione più grandi della tua carriera.

In terza elementare dissi al mio maestro Ugo Pagliuca: «Da grande voglio fare il giornalista». E così è stato. Con passione, desiderio assoluto e assurdo di imparare, caparbietà, stoica volontà. Per questo: nessun rimpianto.