Fabio Aru va per i ventotto anni e il biennio che ha davanti è il più importante della sua carriera. Deve dimostrare, prima di tutto a se stesso, di non essere uno splendido incompiuto, un grandissimo spettacolo che però va in onda in seconda serata. Per farlo ha scelto la UAE, squadra di matrice italiana che ha in Beppe Saronni un riferimento da sfruttare necessariamente per il sardo. Trova un organico davvero importante e soprattutto votato alla sua causa: vincere, o perlomeno salire sul podio, di una grande corsa a tappe. Innsbruck è il sogno proibito, Nibali per ora gli è avanti nelle gerarchie. La stagione è iniziata con poco chiaro e tanto scuro, di cui si salvano soltanto la caparbietà e i lampi di talento che lo contraddistinguono da sempre e che lo hanno fatto mettere in mostra, almeno parzialmente, nella tappa regina della Tirreno-Adriatico, vinta poi da Mikel Landa. L’aspetto che più mi incuriosisce della galassia Aru è lo scetticismo col quale lo osserva una bella fetta di Italia. Perché il corridore che soltanto un paio di stagioni fa scatenava stupore e ammirazione, oggi viene visto così? È così utopistico aspettarlo sui traguardi che gli erano stati pronosticati tra il 2014 e il 2015?

13 luglio 2017. Sulla rampa finale che porta al traguardo di Peyragudes, Fabio Aru scatta in maniera violenta provocando un leggero ma fatale cedimento di Chris Froome. La tappa la vince Bardet, furbo a prendere in contropiede il sardo che però sfila la maglia gialla al capitano del Team Sky: una semplice casualità? Personalmente, no.

 

Le ultime due stagioni lo hanno messo a dura prova: la débâcle al Tour de France 2016; la rinuncia forzata al Giro d’Italia dello scorso anno (quello del centenario, che partiva proprio dalla Sardegna); la perdita di un amico, compagno e modello come Michele Scarponi; qualche problema fisico di troppo; e, infine, il rapporto con l’Astana che non si è chiuso in maniera idilliaca. Il bottino messo insieme dal sardo risulterebbe soddisfacente per il 90% del gruppo, peccato che lui appartenga al restante 10% (peccato un corno: è il lotto dei migliori). Una tappa al Delfinato 2016, il campionato italiano e una tappa al Tour de France lo scorso anno, da integrare con i due giorni in maglia gialla, il quinto posto finale alla Boucle e al Delfinato, col settimo all’ultimo Lombardia e il sesto della prova in linea delle Olimpiadi di Rio 2016. Risultati che tracciano il profilo di un corridore spesso presente ma altrettanto convalescente, reduce da acciacchi di varia entità e ritiri francescani. Se oggi, parlando di Fabio Aru, si utilizzano termini differenti da ieri, le cause sono da ricercare prima di tutto nella sua testa e nelle sue gambe: non ha portato a termine quel percorso di crescita iniziato nel 2013, che da promessa e outsider avrebbe dovuto condurlo (con costanza) ai piani alti delle classifiche generali di brevi e grandi corse a tappe. Inoltre, sembra soffrirle dal punto di vista psicologico: l’Aru che solitamente brilla e attacca nei primi giorni o quando ormai non ha più nulla da perdere, è ben diverso dal corridore che, spesso, è costretto a limare e a limitare i danni nei momenti cruciali. Questa, però è solo una parte della verità. La più ovvia e superficiale. Manca l’altra metà, interamente nelle mani (e nei giudizi) dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori.

 

Il sardo è l’ultimo prodotto della grande tradizione italiana degli scalatori: quella che, senza spingersi troppo indietro nel tempo, ha sfornato atleti come Chiappucci, Gotti, Simoni, Piepoli, Pozzovivo, corridori abilissimi in salita e fermi (o quasi) su un qualsiasi altro terreno. Questo, per Aru, non deve essere necessariamente una sfortuna o un limite: se non si è italiani, ovviamente. Perché se lo si è, conviene prepararsi: il paragone con Pantani, l’esempio più splendente della categoria sopra citata, è dietro l’angolo. È arrivato quando il sardo ha vinto a Montecampione, trionfato alla Vuelta e debuttato sulle strade del Tour. Finché uno vince, il parallelo è soltanto retorico e far finta di nulla è facile; quando tutto va male, invece, diventa pesante e, a tratti, insopportabile. La stampa e la televisione nostrane non aiutano, e se intorno ad Aru c’è tutta questa sfiducia, è diretta conseguenza dell’atteggiamento che è stato spesso adottato nei suoi confronti: è l’altra faccia della medaglia, il dazio da pagare dopo aver incensato la normalità, il rospo da ingoiare quando ci si rende conto che le tante e belle parole usate (per vendere) si sono rivelate esagerate e azzardate. Intendiamoci, se Aru vuole ritornare ad alti livelli – e magari restarci – deve innanzitutto fare i conti con se stesso. La colpa dei pochi risultati arrivati nelle ultime due stagioni non la si può certo dare ad un uomo che non c’è più o attribuirla a dei giornalisti. Si potrebbe, invece, iniziare a giudicarlo per quello che realmente è, quando vince e quando perde; e magari lasciando perdere tutto il resto, senza chiedersi cosa avrebbe o non avrebbe fatto Pantani al suo posto, in una data circostanza.

Aru e Landa, un dualismo che non è mai esistito ma che, allo stesso tempo, ha diviso eccome. Il pubblico si è più volte diviso in due distinte schiere: da una parte coloro che ritengono il sardo superiore, dall’altra chi sostiene che il più forte tra i due sia il basco, mai lasciato realmente libero di poter esprimere il suo potenziale all’Astana prima e alla Sky poi (e ora nemmeno alla Movistar. Vedremo). Foto AFP- Yuzuru Sunada

 

Infine, vorrei che mi fosse spiegato in che modo gran parte del tifo giudica un corridore: secondo quali parametri? Essere il più imparziali possibile conta ancora qualcosa o si parla solo e soltanto di pancia? Aru è del 1990, come Sagan, anche se rispetto allo slovacco è più giovane di cinque mesi. Per l’opinione pubblica, uno dei due ha davanti i migliori anni della carriera, l’altro invece è già arrivato al capolinea, ha fatto vedere giusto qualcosa e nulla più. O ancora, mi piacerebbe sapere su che base il sardo è considerato un mezzo corridore, mentre atleti come Bardet, Pinot, Wellens o Landa vengono venerati come semidei: perché lo scrive un giornale? Perché lo dice il telecronista? Perché lo straniero è, a priori, migliore del tanto bistrattato italiano? Oppure perché sparare il nome esotico viene scambiato come sintomo di competenza? Fabio Aru nelle ultime quattro stagioni: tre tappe al Giro d’Italia, due alla Vuelta, una al Tour de France; una frazione al Delfinato; il campionato italiano su strada; terzo e secondo alla corsa rosa rispettivamente nel 2014 e 2015, quinto e primo alla Vuelta nelle stesse due stagioni; quinto a Delfinato e Tour de France dello scorso anno, sesto alle Olimpiadi di Rio più altri piazzamenti tra Giro di Lombardia e Milano-Torino. Quarto italiano dopo Gimondi, Moser e Nibali, a vestire la maglia rosa, gialla della Boucle e rossa della Vuelta. Quanti corridori del gruppo possono vantare risultati del genere dal 2014 ad oggi? Può anche darsi che il sardo non goda di tanta simpatia e credito a causa del suo carattere schivo e talvolta duro: ci sta, non si sbilancia mai più di tanto e sta parecchio sulle sue. Ma non è tenuto a farlo, il suo mestiere è un altro. Non può e non deve correre o comportarsi per piacere al pubblico e guadagnare credito: Merckx vinceva cinquanta corse all’anno perché era un animale da competizione, mica per allietare la vita a chi lo tifava.

Nibali e Aru non c’entrano niente l’uno con l’altro, per una miriade di motivi che ora non ha senso elencare. Una cosa, però, il sardo dovrebbe imparare dal siciliano: a rimanere più sereno, a farsi scivolare addosso le critiche, a convertirle in energia positiva per poi zittire chi gli ha detto di tutto. Se poi decidesse di partecipare a qualche gara in più, certo, non sarebbe per niente male.

Immagine di copertina LaPresse/Fabio Ferrari