In appena due anni e mezzo è passato dallo giustificare i 90 milioni della clausola rescissoria a doversi meritare sul campo il rinnovo di un prestito. Da certezza assoluta e costosa su cui investire a scatola chiusa a incognita da monitorare partita dopo partita. Ma se sul piano squisitamente economico si tratta di un percorso lineare, in quanto per ragioni di ammortamento il valore di Higuain corrisponde effettivamente a (o scende di) 18 milioni all’anno (dividendo i 90 milioni della clausola versati dalla Juventus per i cinque anni di contratto otteniamo proprio 18 milioni), è la percezione calcistica collettiva a decretare un impietoso deprezzamento del Pipita. Al punto che per una volta il “percepito” contiene più verità del “reale”. Oggi come oggi infatti si fa fatica a dire chi sia Gonzalo Higuain, a quale categoria di giocatori appartenga.

 

Il record di 36 gol conquistato con la maglia del Napoli ebbe come controindicazione un abuso della qualifica di “fuoriclasse”, rango al quale nei due anni e mezzo successivi ha dimostrato miseramente di non appartenere, vista la sua riluttanza a farsi trovare pronto nelle occasioni che richiedevano la sua differenza. Se state pensando ai gol segnati in bianconero contro Napoli, Roma o Inter in campionato oppure alla doppietta rifilata al Monaco nella semifinale Champions 2017, siete fuori strada. Erano tutte avversarie palesemente inferiori alla Juventus, e quelle reti (certamente importanti, non si discute) le avrebbe potute realizzare anche un Ravanelli, un Matri o uno Zaza qualsiasi, come del resto la storia della Juventus dimostra.

 

Luglio 2018, uno dei rarissimi momenti di convivenza tra Higuain e Cristiano Ronaldo in bianconero: forse l’ultimo sorriso del Pipita, ceduto al Milan di lì a poco. (Photo by Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Il giocatore argentino invece era stato acquistato con l’intenzione di aggiungere valore alla Vecchia Signora, di alzare il livello di gioco per accrescere le possibilità di conquistare la Champions League. Niente di tutto questo. Certo, anche il “contro-gioco”, per non dire altro, proposto da Allegri non ha favorito l’ascesa definitiva di Higuain, visto che spesso e volentieri il bomber argentino era costretto a trascorrere gran parte del tempo nella propria metà campo con decine e decine di metri da percorrere prima di arrivare alla porta avversaria: va bene che tra le sue caratteristiche principali rientra proprio la capacità di legare centrocampo e attacco, ma a tutto c’è un limite. Anche se il limite più grande alberga nella testa di Higuain.

 

Nelle rare occasioni in cui la Juve si è espressa al meglio, si pensi al doppio confronto con il Barcellona nel 2017 o all’epico e sfortunato ritorno con il Real Madrid nel 2018, il Pipita non si è visto mai. Eppure andando a verificare quei tabellini era presente in formazione. Per non parlare della finale Champions contro i blancos, dove si è fatto notare solo per la sponda a Mandzukic – lui sì un fuoriclasse vero –, il cui valore è stato immediatamente ridimensionato dalla splendida rovesciata del croato. E fu sempre Mandzukic, non dunque Higuain, a trascinare i bianconeri al Bernabeu (doppietta per lui) nel doloroso 3-1 esattamente un anno dopo. Si badi, il discorso non riguarda squisitamente i gol mancati, quanto le prestazioni. Il fuoriclasse è colui che fa sentire il proprio peso sempre, e che a prescindere dalle reti diventa per la squadra un punto di riferimento proprio quando la situazione lo richiede, quando si alza il livello. Da questo punto di vista Mandzukic non ti tradirà mai, Higuain lo farà sempre. Anche Napoli e Argentina possono portare validi argomenti a sostegno di questa tesi: si pensi al famoso rigore-Champions fallito contro la Lazio nel 2015 e l’occasione-Mondiale sciupata contro la Germania nel 2014, giusto per citarne due.

 

Rio de Janeiro, finale mondiale 2014: uno sconsolato Higuain, autore di un clamoroso errore sotto porta, mentre lascia il terreno di gioco. (Photo by Jamie Squire/Getty Images)

 

E dire che sul piano meramente tecnico il Pipita ha pochi rivali. Viaggiamo pur sempre sulle frequenze comprese tra il “grande giocatore” e il “campione”. La sua interpretazione in chiave moderna del ruolo di centravanti, in cui all’abilità sotto porta affianca una visione periferica del campo e uno spiccato senso del gioco, lo rende un giocatore altamente seducente. E forse è proprio questa sua complessità tecnica, sublimata da doti di assoluto regista avanzato, a confondere gli appassionati di calcio sul suo conto. Viene quasi naturale definirlo “fuoriclasse”. Come se fosse sufficiente lo stile di gioco per determinare. Sappiamo invece che a grandi livelli non è così, in quanto i gol e le prestazioni non si contano e non si guardano, si pesano. Perché è la testa a fare il fuoriclasse, non i piedi.

 

Per queste ragioni, l’approdo al Milan sembrava un’ottima opportunità per Higuain. Scendendo di un paio di gradini e dispensato dal lottare per grandi traguardi, il Pipita poteva trovare nell’ambiente rossonero terreno fertile per recuperare l’autostima persa in seguito al benestare incassato dalla Juventus, che, avendo compreso i suoi limiti caratteriali, non si è fatta troppi scrupoli a darlo via: lo stesso arrivo di Cristiano Ronaldo era stato preceduto da una serie di sondaggi per uno scambio con Icardi, dimostrando già solo con questo interessamento un maggiore gradimento per il bomber dell’Inter. E invece in rossonero si è consumato l’ennesimo tradimento.

 

Higuain, se possibile, ha peggiorato la propria reputazione dimostrando di non essere in grado nemmeno di trascinare una squadra alla conquista di un posto in Champions. Anzi, pretendeva da giocatori tecnicamente meno dotati di essere servito e riverito, laddove era lui a dover mettere la sua maggiore qualità al servizio dei compagni per migliorarli. E invece ha ricambiato il loro impegno con la solita indolenza, esibita puntualmente al minimo passaggio sbagliato. Perché la verità è che è proprio il concetto di responsabilità a mandarlo in cortocircuito. Nei suoi scleri, da ultimo quello che ha portato al rosso contro la Juventus, emerge in tutto il suo clamore l’insufficienza del talento a correre dietro all’ambizione. In quei momenti è come se prendesse coscienza di non essere quello che crede o vorrebbe essere. E anziché accettare la realtà, la rifiuta. È questo l’equivoco alla base della sua insofferenza.

 

Maurizio Sarri sembra contare i minuti, in attesa di riabbracciare il suo bomber. (Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

 

Lui non è in grado di cambiare una squadra, può contribuire ad esaltarla, esaltandosi in prima persona, se e solo se può contare su un’impalcatura di gioco costruita su misura per lui, scenario, questo sì, in cui può aggiungere qualcosa di importante. E quale miglior comfort zone del Chelsea di Maurizio Sarri, suo mentore e padrino? Intendiamoci, i suoi difetti Higuain li esporterà anche a King’s Road, perché la sua testa e le sue insicurezze rimarranno tali: anche nelle file dei Blues all’occorrenza tradirà le aspettative, defilandosi nelle sfide importanti contro avversari superiori.

 

Ma almeno recupererà il piacere di giocare a calcio, sensazione che – al di là delle sue colpe – negli ultimi due anni e mezzo ha provato a fasi alterne, imprigionato com’era dal banale resultadismo bianconero e dalla negatività generale abbattutasi sul Milan. Finalmente tornerà a sentirsi importante per quel che concerne lo sviluppo del gioco e i gol, due urgenze che gravano drammaticamente sul nuovo Chelsea, senza doversi preoccupare troppo di decidere finali di coppa o campionati. La nuova avventura che lo attende rappresenta per Higuain l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità per la felicità calcistica. Il luogo giusto dove accettarsi per quello che è.