Alle 6 di sabato allo Stadium di Torino si è aperta l’ottava giornata di campionato che vedeva scontrarsi le prime cinque forze del campionato ed una candidata – seppur putativa – al titolo come il Milan di Montella. Un week end infuocato che ci consegna in dote tre insegnamenti e che regala suggestioni ai patiti dei verdetti precoci ma che, soprattutto, aiuta a tirare a lucido un campionato, quello italiano, che sembra davvero aver preso il sentiero della rinascita.

 

Lezione d’umiltà. 

La Juve esce spesso intontita dalla sosta nazionali: sudamericani alle prese con voli intercontinentali, tanti infortunati al rientro, il minuzioso Allegri con un allenamento ed una rifinitura per preparare il match. Risultato Pjanic in tribuna, Dybala ai box, Khedira di nuovo in campo dopo tante giornate con il solo Pipita a scalpitare – in evidente ripresa, forse – cosciente del fatto che se esiste un personaggio in grado di non convocarlo per i prossimi mondiali quello è proprio Jorge Sampaoli.
I bianconeri vanno in vantaggio per inerzia, complice il maledetto VAR, e rischiano di raddoppiare su un regalo offerto dall’eroe di giornata Strakosha a seguito di un rischioso giropalla difensivo della Lazio. Nel secondo tempo i biancocelesti mettono l’abito da sera: fulminei ed implacabili in contropiede – aiutati sì dall’incredibile avvio di stagione dei singoli e da un Luis Alberto maestoso – ma brillantemente organizzati dal punto di vista tattico e questo non può che essere merito di Simone Inzaghi.
Proprio il piacentino è la conferma di un corollario lotitiano: quando il presidente e Tare tentano di lustrare il proprio operato con ‘colpi ad effetto’ la Lazio si arena – what if il Loco Bielsa si fosse seduto sulla panchina? – quando, al contrario, un mercato da provinciale in entrata, un mercato deprimente in uscita e una gestione grottesca dei singoli (v. Keita) vanno in porto la Lazio si trova nell’anticamera di una grande stagione: gioca un calcio basilare, organizzato e feroce in ripartenza, ingredienti che premiano in serie A. Con un Immobile in stato di grazia si può ambire al 4o posto ma attenzione a cedere ai sensazionalismi: la rosa è assai corta e lo stato di forma fisica ad inizio stagione è un fattore più che determinante. Inoltre abbondano i ricorsi storici di gloriosi gironi di andata compensati da vorticose cadute in quello di ritorno. Impressiona la coralità del gioco e la compattezza del gruppo. Compimenti vivi, per ora.
Stesso discorso da fare ai fanatici delle sentenze anticipate per quanto riguarda la Juventus: la Signora ha un brutto raffreddore ma da qui a dichiararla morta ce ne passa. Due anni fa a quest’ora albergava nei bassi fondi ed è superfluo ricordare come finì allora. Di certo i problemi, evidenti, ci sono: 7 i gol incassati in 8 giornate, 4 nelle ultime due – l’anno scorso all’8a erano due in meno – e la sensazione che è il mutamento tattico alla difesa a 4 a preoccupare non tanto l”orfanaggio’ di questo Bonucci. Il centrocampo è il settore che invia più allarmi: quando mancano il bosniaco e la Joya in casa Juve c’è una totale assenza di idee non indennizata dall’eccesso d’ordine garantito dai vari Matuidi, Khedira e Sturaro. Davanti il problema opposto del disagio dell’abbondanza: lo scorso anno dopo l’infortunio di Pjaca il settore avanzato ha condotto la squadra ad un figurato triplete senza ricambi, quest’anno con più frecce dall’arco sono arrivate sì tante reti, 21 come la Lazio, ma mal distribuite. Meno inventiva e più fatica a costruire aiuta a non chiudere le partite e ad essere rimontati. Non essere più famelici dopo 6 anni è plausibile ma attenzione a darli per sazi. Sarà finita la tirannia, forse, ma la storia insegna come si possa detenere il potere assoluto anche democraticamente.

Ci piens' tu Cirù?

Ci piens’ tu Cirù?

Lezione di autorevolezza

Se c’è un demone che minaccia una squadra latina ed emotiva è la pressione. La pressione di dover vincere, di doversi superare, di guardarsi allo specchio ed ammettere che si è forti. Spesso a connubio con quest’elemento c’è la bellezza. Perimetri mobili quelli della bellezza nel calcio, se intesa di squadra, che spesso vanno a braccetto con narcisismo e deficit di pragmatica: squadre belle, calcio champagne, rimpianti e bacheche vuote. Quando Strakosha ha ipnotizzato Dybala a tempo scaduto agli amanti della cabala, come noi romanisti, ha solleticato l’idea di portarsi a casa il fu Derby del Sole. Non perchè la Roma lo avrebbe vinto, sul campo, imponendosi e spostando il baricentro del campionato quanto più perchè il Napoli lo avrebbe perso. Paura di volare, dicono quelli dalle facili emozioni. Ed invece no.

Il Napoli vince la sua ottava gara consecutiva con una autorevolezza e con, parole di mr. Guardiola, la costruzione di gioco più bella d’Europa. Un macchina perfettamente oliata, un gioco mnemonico che ha passato la fase dell’astrazione – primi due anni di sarrismo – ed è ora convertito al dominio del campo. Nei primi 45′, con una Roma incolpevolmente passiva, gli azzurri fanno proprio il detto di Cruyff ‘c’è solo un pallone e devi averlo tu’. Palla avanti, palla dietro, fraseggi nello stretto, cambi di gioco, ostruiti ed a campo aperto i partenopei hanno sempre il pallino del gioco, sanno sempre cosa fare e quando farlo, sanno aspettare e pungere quando occorre. Come a Ferrara due settimane fa, come all’Olimpico contro la Lazio nel turno precedente. Il Napoli sa anche soffrire, vedi i quindici minuti di sfuriata giallorossa, ma torna a casa con il re dei risultati secondo Brera. 1-0 autorevole per una squadra che ha il dovere di vincere lo scudetto. Non è solo pennelli e damascate, la banda Sarri ha una tigna troppo spesso messa in ombra dal tridente d’attacco: Koulibaly ed Albiol hanno sequestrato un pur combattivo Dzeko ed Allan ha, forse, vinto la guerra dei polmoni con Nainggolan. Sei punti all’Olimpico in meno di un mese, vetta solitaria e minifuga. Prova di maturità importante e dimostrazione che il principale nemico sarà se stessa. Possibili ostacoli? Mano al portafogli a gennaio per allungare la coperta per gli esterni difensivi, un centrale ed un rincalzo d’avanti (oltre l’anticipato arrivo di Inglese) più l’Europa dove, se l’obiettivo dichiarato è il tricolore, si suggerisce un suicidio assistito.
Per la Roma il giudizio è rinviato: la squadra c’è caratterialmente – incoraggiante il tentativo di pareggiare – e spiritualmente, dove le prime nozioni di Di Francesco sembrano essere metabolizzate. Ma è la condizione atletica a preoccupare e questo discorso fa da cornice all’intera giornata di campionato: nel torneo più tattico del mondo – dove la condotta libertina dei giocatori aiuta ad abbassare i ritmi – intensità e dinamismo ti consegnano un vantaggio competitivo che può diventare irrecuperabile. Lo sanno bene Lazio e Napoli impegnate in ritiri estivi d’altri tempi al fresco alpino e lo sa bene la Roma che ha peregrinato negli Stati Uniti in torneucoli che chissà quando daranno dividendi. L’allenatore abruzzese ha scelto un 4-2-3-1, in barba a chi lo diceva integralista, che ha messo De Rossi nelle condizioni di essere umiliato dal pressing napoletano ed ha impedito qualsiasi ambizione di costruire l’azione da dietro (timidi giri palla fino a Kolarov che, pressato, riconsegnava la palla al portiere obbligato al rinvio sterilizzato dal gioco aereo dei centrali). Sarebbe stato meglio mettersi a specchio, forse. Per il resto neanche un sorso dal mercato, una rosa già stanca e all’orizzonte nessun ricambio. Un terzo delle sconfitte dell’anno passato in appena un mese di campionato e meno nove dal vertice, con una partita da recuperare. Chi vivrà vedrà.

Ünder, detto Cencio, disperato

Ünder, detto Cencio, disperato.

Lezione di cinismo

Gran bel derby a Milano, partita definibile folle ma che sottende più verità di quelle emerse. L’Inter la vince per un rigore generoso concesso allo scadere per colpa di una incredibile ingenuità di Rodriguez ma ai punti l’avrebbe comunque meritata. Perché è più squadra e sta costruendo, per merito di Spalletti, un’anima precisa mentre al Milan continuano, per colpa di Montella, esperimenti e assetti tattici all’evidenza contrari al credo dell’allenatore. A tre dietro, e che tre verrebbe da pensare sul secondo goal, per due esterni senza licenza né d’offendere né di difendere e con il solo Biglia a dare fosforo ad una squadra con una difficoltà ad impostare l’azione imbarazzante. La musica è cambiata nel secondo tempo con Suso libero di svariare e Bonaventura di transitare dentro l’area, una punta, Cutrone, a ronzare in area e Silva, dai piedi educati, ad agire più spensierato. Proprio quel quarto d’ora in cui ha messo alle corde i nerazzurri non fa ben sperare: attaccare a testa bassa – il gol dello spagnolo è inventato – è sintomo sì di coraggio ma non di consapevolezza. L’immagine di questo Milan sembra essere Borini: forza di volontà e abnegazione ma nient’altro. Il ragazzo si applica ma non è bravo. O peggio la boria di Bonucci: un egomane in grado di costruire un castello di promesse non mantenute. Se ai proclami agostani, e ai fantamilioni spesi, segue questa magra vendemmia presto si passerà alle cose formali: Montella out e, consiglio ai cinesi, telefonata ad Ancelotti.

L’Inter ha Icardi e gli altri no. L’argentino tramuta in oro qualsiasi oggetto transiti in area piccola. E se imbeccato dalle ali in serata, come ieri, ne fa due su tre palloni toccati. Il primo è da Nove purissimo, il secondo, seppur inspiegabilmente lasciato a brucare libero dal duo Bonucci-Romagnoli, è una gemma di istinto e coordinazione. L’unico impedimento dal farne uno degli attaccanti più forti della sua generazione è quell’esultanza foriera di infantilismo, per il resto, cinque gol tra derby e Roma. Spalletti ha profuso fiducia e passione ad un gruppo che nelle ultime stagioni o si era autogestito o si era ammutinato. Il mercato ha dato i soli accorgimenti che la rosa necessitava: un centrale, Skriniar, da accoppiare al maiuscolo Miranda, un tuttocampista come Vecino e un cervello come Valero. Per il resto la squadra c’era e si vede ora che è allenata. A cosa può ambire lo dirà il match del San Paolo del prossimo turno. Preparate i pop-corn.

Maurito

Maurito