Nel sempre elusivo proposito di catturare l’attenzione dei potenziali lettori, la copertina di un libro è la sintesi di più componenti artistiche: quella grafica, quella letteraria e, con maggiore enfasi nelle versioni contemporanee, quella comunicativa. La copertina di Paolo Guidotti per l’edizione Oscar Mondadori del 1969 del grande romanzo di Ernest Hemingway “Per chi suona la campana” è un esempio di magistrale minimalismo evocativo dell’illustratore fiorentino. Nell’angolo alto di destra, è riportato un estratto di “Meditazione XVII” di John Donne da cui il libro prende il titolo: ‘Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te’.

Ernest Hemingway in compagnia di alcuni amici sulle montagne di Schruns, Austria

Ernest Hemingway in compagnia di alcuni amici sulle montagne di Schruns, Austria

Così è stato anche per David Poisson, esponente della squadra francese di sci alpino, deceduto il 13 novembre in Canada a seguito di una caduta in allenamento. La sua morte è certamente una diminuzione della piccola comunità dello sci, dell’intimità – a volte anche sentimentale – che si crea in una ristretta élite di atleti in risposta alla necessità di condividere il gelo mattutino di allenamenti e competizioni, la spossatezza di voli intercontinentali e di continui cambiamenti di alloggio, la pressione alla prestazione e al risultato che caratterizzano l’attuale professionismo dello sci. In Italia, la notizia è passata sottotraccia vista la concomitanza con la mancata qualificazione della nazionale maschile di calcio ai Mondiali del 2018, evento che per molti ha generato drammaticità di portata analoga e oscurato qualsiasi altra riflessione sportiva. Ma, se non nell’atto estremo di un suicidio, non si può mai decidere quando morire. Nemmeno se si è stretto un patto con la morte, avendo Poisson fatto delle discipline veloci la specialità di tutti i giorni. Da quanto si apprende dalla ricostruzione dell’incidente, sembra che abbia perso uno sci e sia caduto, superando le barriere protettive per poi arrestarsi contro un albero, morendo nell’impatto. Nessuna possibilità di sopravvivere o di mettere in ordine gli affari e affetti prima degli ultimi saluti: il senso di incompiutezza, la sospensione istantanea, le catene di ancoraggio alla vita che si spezzano in un secondo. La tecnologia, l’evoluzione dei materiali e delle tecniche di allenamento hanno portato a uno spasmodico incremento della velocità, rendendo lo sci alpino paragonabile a sport come la Formula 1 o il motociclismo ma, paradossalmente, molto più pericoloso. Nei motori infatti il pilota è protetto dal guscio di sicurezza che, in misura maggiore (Formula 1) o minore (motociclismo), ne circonda la sagoma. Lo sciatore é nudo, alla costante ricerca della dissipazione della velocità con il solo bilanciamento meccanico fornito dalla correlazione tra sistema muscolare e sistema scheletrico. Il casco e il paraschiena possono agire in termini di sicurezza passiva alla stregua di cinture e airbag nelle macchine, ma qualcosa o qualcuno deve comunque trovare un modo di disperdere l’energia che la forza di gravità esercita su un corpo in accelerazione. Nathaniel Vinton descrive perfettamente il concetto in “The Fall Line”, la narrazione dell’ascesa dell’America alla vetta dello sci professionistico: ‘Poche attività umane richiedono una ricerca così completa e precisa del senso di equilibrio di una persona come le gare di sci, uno sport in cui gli atleti si muovono su una superficie scivolosa e dalla topografia irregolare a velocità che superano la capacità di registrare le informazioni provenienti dall’ambiente circostante. Nella maggior parte delle discese libere, si raggiungono ormai anche i 160 km/h”. Le dimensioni e le caratteristiche costruttive degli sci consentono traiettorie estremamente pulite su pendii incredibilmente scoscesi, ma costringono gli atleti a un compromesso con cui bisogna fare i conti: la minima perdita di equilibrio può comportare violente cadute.

l'altra faccia dello sci

Poisson conosceva l’altra faccia dello sci

La lista di episodi, anche fatali, si è purtroppo allungata negli ultimi decenni. Dalla morte di Ulrike Maier e Régine Cavagnoud (per uno scontro in allenamento, causato però all’alta velocità) alla paralisi di Silvano Beltrametti e al coma di Daniel Albrecht, passando per le spaventose cadute di Hermann Maier alle olimpiadi di Nagano del 1998, di Bode Miller a Beaver Creek nel 2015 e all’edizione 2016 della libera di Kitzbühel in cui diversi atleti sono usciti di pista sbattendo con estrema forza. La lunga lista di filmati disponibile su YouTube è memoria indelebile della pericolosità intrinseca di questo sport. David Poisson aveva rappresentato la Francia alle olimpiadi del 2010 e del 2014 e aveva vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali di Schladming del 2013. La sua forza tranquilla e un sorriso onnipresente lo avevano reso popolare tra i colleghi. Quando si hanno 35 anni non è mai giusto morire, ma lo sci moderno a volte non prova alcuna compassione. Prima che il riscaldamento globale ne determinerà l’estinzione, cercherà certamente di reclamare altri sacrifici.