Peter Sagan è il ciclista del momento da ormai diverse stagioni, uno dei punti di riferimento dell’ultimo decennio. L’uomo, carismatico e imprevedibile, si fonde alla perfezione con l’atleta, estremamente talentuoso e completo. Ha già raggiunto e superato quota cento successi in carriera, piantando bandierine in ogni angolo di mondo. Ha dimostrato di saper cogliere l’occasione con astuzia e potenza, mestiere e coraggio. Classiche, semiclassiche, mondiali, frazioni tanto nelle brevi quanto nelle lunghe corse a tappe: insomma, lo slovacco è di gran lunga uno dei corridori più vincenti e amati degli ultimi decenni. Lo possiamo definire un corpo alieno nel gruppo, come Merckx, come Fignon, come Bugno, come Pantani. Atleti molto diversi, per destino e palmarès, eppure accomunati da un’aura che li distingueva da tutti gli altri, al di là delle singole vittorie, prestazioni, dichiarazioni. Personaggi unici, veramente particolari, incredibilmente sensibili e identificabili. Elaboravano pensieri e azioni inaccessibili per gli altri, uno stare al mondo inconsapevolmente romantico, maledetto, poetico, senza tempo. Da questo punto di vista, Sagan è al loro pari. È un qualcosa che va oltre la dimensione sportiva ed entra in quella culturale, sociale, emotiva: soltanto quando si sarà ritirato saremo in grado di capire cos’è stato, cos’ha lasciato e come avrà irrimediabilmente condizionato (e non soltanto reso grande) questo sport. Più che di impronta, meglio parlare di influenza. Questo, però, non deve escluderlo a priori dalla morsa della critica: ragionata, costruttiva e il più imparziale possibile. Necessaria, soprattutto.

Richmond 2015, Peter Sagan conquista il suo primo campionato del mondo. Quella corsa è portatrice di una verità: quando lo slovacco si fa promotore di un’azione, questa ha altissime possibilità di arrivare al traguardo; al contrario, quando è lui a subire l’attacco venendo così anticipato, raramente riesce a ricucire.

 

Prima di tutto: che corridore è Peter Sagan? Può essere etichettato con nettezza e univocità? Assolutamente no. Stiamo parlando di un ciclista duttile, piuttosto veloce e resistente, abile sul pavé e nel guidare il mezzo, dotato di fondo. Definirlo soltanto velocista, o scattista, o specialista delle classiche è superficiale e incompleto. È l’esempio perfetto per tirare in causa il paradosso di Schrödinger: Sagan è, al tempo stesso, tutto e nulla di quello sopraelencato. Ha battuto gli sprinter in volata, i cronomen nei prologhi, gli uomini da classica nelle prove di un giorno. Ha un motore raro, potente, che raramente si inceppa da gennaio a settembre. Quando non vince arriva spesso secondo o terzo, per vederlo fuori dai primi dieci si deve leggere l’ordine di arrivo di una tappa alpina o pirenaica. Questa poliedricità gli ha permesso di esultare ovunque, rimpinguando il palmarès con successi di ogni tipo.

Tre campionati del mondo consecutivi, un campionato europeo, tre Gand-Wevelgem, un Giro delle Fiandre, una Parigi-Roubaix, otto tappe e cinque classifiche a punti consecutive al Tour de France, quattro tappe alla Vuelta a España, sei volte campione slovacco (cinque in linea, una a cronometro).

E ancora, tappe alla Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico, al Giro di Svizzera, al Giro di Romandia, al BinckBank Tour (ex Eneco Tour e Protour del Benelux); senza dimenticare semiclassiche di prestigio come la Freccia del Brabante, l’E3 Harelbeke, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne, il Gran Premio di Camaiore, di Prato, di Montréal e del Québec. Trionfi roboanti e prestigiosi, alla maggior parte dei suoi colleghi basterebbe averne due o tre per sentirsi soddisfatti e appagati. Non è il caso di Sagan. Nonostante abbia già impresso il suo nome nella storia di questo sport, da un corridore del genere ci si attende sempre di più e ancora molto. D’altronde, è lui che ci ha abituato così. Tutto questo clamore, ovviamente giustificato, lo ha coinvolto in paragoni importanti e scomodi. I grandi del passato, da Merckx in giù. Un aspetto della questione che va necessariamente approfondito.

 

In situazioni del genere, vengono spesso utilizzati termini imprecisi: criticare, ridimensionare, sparare a zero. La realtà, invece, è ben diversa. Il ciclismo non può e non deve essere soltanto risultati, ordini di arrivo e racconti più o meno intriganti e scritti bene. Sono passati soltanto pochi giorni dalla vittoria più spettacolare che Peter Sagan abbia mai ottenuto nella sua carriera, ed è proprio questo il momento perfetto per fare due riflessioni sulla sua figura. Troppo facile limitarsi a decantare la sua magnificenza, troppo comodo mandarlo alla gogna quando sbaglia irrimediabilmente o perché no, quando magari si sarà già ritirato: a quel punto, le eventuali osservazioni cadrebbero nel vuoto. Non c’è nessuna cattiveria, supponenza e arroganza in chi scrive, ma soltanto la volontà di riportare alcuni dati e considerazioni al fine di discuterne. Non si tratta di criticare, ridimensionare o sparare a zero: si tratta della nuda e cruda realtà dei fatti.

 

Il campione del mondo ha corso, ad oggi, venticinque classiche monumento: otto volte la Milano-Sanremo e il Giro delle Fiandre, sette volte la Parigi-Roubaix e due volte il Giro di Lombardia. Ne ha conquistate due, centrando altri tre podi e sette ulteriori top ten. Numeri importanti, è chiaro: sono quelli di un bel corridore, non di un dominatore assoluto. E poi, chi ne fa uso (a volte abuso) dovrebbe spiegare con precisione cosa intende con “classiche” quando parla di Peter Sagan. Al Lombardia ha due ritiri su due partecipazioni, le Ardenne non sono un suo obiettivo (un paio di buoni risultati all’Amstel Gold Race non possono bastare per sostenere il contrario) e infatti le salta senza tanti problemi. Corse come la Parigi-Tours e San Sebastián non sono mai state prese in considerazione, alla Strade Bianche invece ha centrato due secondi posti consecutivi, l’ultimo quattro anni fa. Ora, non si chiede allo slovacco di correre e vincere ogni tre giorni per nove mesi all’anno: sarebbe utopia. Allora andiamoci piano con gli sproloqui perché un’etichetta, una volta attaccata, è difficile da togliere. Un altro leitmotiv è quello che afferma che il campione del mondo correrebbe spesso senza squadra, con gregari raramente all’altezza. Quelli che seguono sono i nomi migliori sui quali Sagan ha potuto contare tra Sanremo, Fiandre e Roubaix, dal 2015 (anno del suo arrivo alla Tinkoff e del suo primo mondiale) ad oggi: Bennati, Boaro, Bodnar, Breschel, Juul Jensen, Tosatto, Gatto, Blythe, Bennett, Burghardt, suo fratello Juraj, Saramotins, Oss, Brutt, Selig, Mørkøv,  Trusov. Sono professionisti di lungo corso, apprezzati e stimati, con esperienze importanti tra classiche e grandi corse a tappe. Alcuni di loro vantano anche un buon numero di vittorie e piazzamenti, dal Giro d’Italia alla Vuelta a España passando per Tour de France e campionati del mondo. È vero che non li ha avuti accanto tutti insieme, ma insomma, il succo del discorso si capisce: non è Sagan ad avere una squadra mediocre, ma la Quick-Step ad esempio ad averne una troppo forte e talentuosa. Nessuna delle due parti ha particolari colpe, disparità del genere sono sempre esistite nel mondo dello sport.

 

Sagan è un asso anche nelle interviste: risponde con imprevedibilità a domande incredibilmente banali.

 

Si arriva, quindi, alla polemica che ha tenuto banco nelle ultime settimane: il campione del mondo che si lamenta perché gli corrono tutti contro, al quale ha risposto più o meno per le rime la Quick-Step. Roba vecchia, se ne parlava già durante la primavera 2017 e pensandoci bene lo si fa ininterrottamente da una vita. Ogni fuoriclasse, persino il buon corridore nella stagione di grazia, ha subito questo trattamento: Sagan non è il primo e non sarà l’ultimo. Lamentarsi è umano, per l’amor di Dio, ma inutile. E’ il prezzo da pagare per il talento che la natura gli ha concesso. A farglielo notare con più sincerità è stato Tom Boonen, il quale ha sempre avuto un buon rapporto col corridore slovacco come raccontano le tante foto che li ritraggono accanto o mentre si scambiano un caloroso saluto. Indubbiamente, il belga ha usufruito e non poco del gioco di squadra proprio della Quick-Step: aspettarsi un giudizio diverso era quindi impossibile. La cosa più interessante detta da Tommeke, infatti, è un’altra:

Sagan non deve lamentarsi perché in passato (e a volte ancora oggi, aggiungiamo noi) ha adottato la stessa, identica tattica.

Questo integra perfettamente quanto detto sopra: affermare che il campione del mondo ha corso, in qualche occasione, affiancato da una squadra normale, implica allo stesso tempo che per vincere (o tentare di farlo) abbia dovuto sfruttare il lavoro delle altre. Basta ripensare alle tante volate vinte, all’ultima Gand-Wevelgem, e soprattutto alle ultime due edizioni del Campionato del Mondo: Sagan nelle prime posizioni a ruota delle nazionali meglio strutturate, approfittando delle loro tirate e scie per poi uscire negli ultimi duecento metri e mettere tutti nel sacco. Giusto o sbagliato non sta a noi deciderlo, la linea è molto sottile considerando anche l’importanza del successo in ballo: che allora non si lamenti se qualche avversario agisce così, però.

 

E se la sua duttilità fosse un limite? Per quanto lo si possa ammirare e stimare, non si può non notare il rapporto che lo lega alle classiche monumento, tenendo conto del talento di cui dispone e dei quasi dieci anni ad alti livelli nelle gambe e nella testa. Essere un corridore completo era normale cinquant’anni fa, oggi invece sembra più una scelta tanto romantica (dimostra sicuramente coraggio e volontà di aderire alla storia di questo sport, come la sua partecipazione non alla gara in linea ma a quella di Mountain Bike agli ultimi Giochi Olimpici di Rio 2016) quanto controproducente. Sagan, nelle ultime stagioni, ha fatto sicuramente un ulteriore passo in avanti dal punto di vista atletico e mentale. Però è migliorato globalmente, è aumentata la cilindrata del motore ma non la sua capacità di essere più incisivo in specifiche situazioni. Il Sagan che oggi si lancia nelle volate non è più veloce del corridore che era ad inizio carriera; se si esclude la vittoria conquistata poche settimane fa, il miglior risultato dello slovacco nella Parigi-Roubaix era il sesto posto del 2014, quando non era ancora il faro che è oggi; stesso discorso per il Fiandre, dove si era già classificato secondo nel 2013, ormai cinque anni, quando alla “sua” Ronde ne mancavano ancora tre.

Sagan è competitivo su (quasi) ogni terreno ma dominante in nessuno (tranne che nelle volate a ranghi ristretti, lì è pressoché imbattibile).

Negli sprint non può competere con Kittel e deve guardarsi con attenzione da Gaviria, Ewan, Groenewegen, e anche da Viviani, se in forma. Inoltre, Cavendish e Greipel hanno spesso dimostrato nel recente passato di essergli superiori. Nelle classiche del Nord è sicuramente uno dei punti di riferimento ma non è il solo: Terpstra e Van Avermaet reggono il confronto. Stesso discorso per quanto riguarda quei percorsi che potremmo definire collinari, che premiano scattisti e corridori veloci che si trovano comunque a loro agio in salita: Valverde, Alaphilippe, Daniel Martin, Kwiatkowski sono, in questo caso, oggettivamente più preparati e pericolosi di Sagan. Una scelta più precisa, come ad esempio fecero a loro tempo Cancellara e Boonen dedicandosi quasi esclusivamente alle pietre, avrebbe fruttato allo slovacco meno successi ma probabilmente di caratura maggiore.

 

Stima, amicizia e rispetto: nessun caso tra Sagan e Boonen. Anzi, basandosi su ciò che abbiamo visto all’ultima Parigi-Roubaix, la strigliata del fuoriclasse belga sembra aver sortito il suo effetto.

 

Scrivere un pezzo di critica e riflessione non è mai semplice. Perché significa mettere da parte preferenze e parzialità, epica e poesia; significa andare contro il pensiero comune; significa, a volte, prendere un abbaglio; significa guardare e sbattere in faccia la realtà dei fatti, e questo non sempre viene accettato. Noi e Sagan facciamo due “mestieri” completamente diversi, e per quanto possano influenzarsi a vicenda, nessuna delle due parti può e deve permettersi di insegnare qualcosa all’altra. Lo slovacco può sicuramente contare su persone che lo sanno consigliare bene e non deve certo vincere o stupire per far ricredere chi scrive questo pezzo, perché non si nutre nessun dubbio su di lui. Questo per dire che qui non si punta il dito contro Sagan, che è la miglior pubblicità possibile per il ciclismo odierno, ma contro chi ne parla o scrive spesso a sproposito. Confrontare corridori di epoche diverse è un esercizio insensato? Pensiamo di sì, e l’abbiamo sostenuto in più occasioni: dev’essere sempre così, però.

Non che quando Sagan vince è il più grande di sempre o il nuovo Merckx, mentre quando perde va preso per quel che è senza tirare in ballo campioni del passato.

E ancora, perché quando lo slovacco trionfa se ne parla per giorni e giorni in toni omerici, e invece quando gli va male bastano due righe di critica e si viene subito bollati come incompetenti, pesanti, guastatori? Insomma, noi auguriamo il meglio a Peter Sagan: che ci legga, ma che rimanga com’è, scenette comprese; che continui a cercare il successo come più gli aggrada, e anche a perdere corse già vinte; e che lasci perdere il California almeno per un anno, ché vincere al Giro d’Italia dà più soddisfazione. Ognuno si comporti come vuole con questo pezzo: lo legga, lo scorra, lo lasci perdere; lo condivida, ne parli, sia in accordo o meno. A noi interessa il giusto: che non si dica poi che nessuno dà (o perlomeno tenta di dare) uno sguardo meno entusiasta e più ragionato alle cose di biciclette.