Ai confini dell’Europa c’è uno “Stato” che nessuno vuol riconoscere: una regione ferma nel tempo, che negli ultimi anni ha fatto sentire la propria voce proprio per la sua importanza strategica, affacciandosi sullo scacchiere internazionale come una piccola mina vagante. Parliamo della Transnistria, una striscia di terra di appena 200 chilometri a cavallo tra Moldavia – da cui è separata dal fiume Dnestr – ed Ucraina, con una popolazione di 500.000 persone russofone che non hanno mai riconosciuto l’appartenenza allo stato centrale moldavo. In effetti quando si cammina fra le strade di Tiraspol sembra di tornare indietro nel tempo, prima del 2 novembre 1989; bandiere con la falce e martello, incastonati nei colori rosso e verde, sono esposte sui balconi e nei palazzi delle istituzioni “statali”, i servizi segreti vengono chiamati ancora KGB, vi è una moneta propria chiamata rublo e lo stato elargisce ai cittadini passaporti appositi per la popolazione, differenti da quelli dello stato Moldavo.

 

 

Agli inizi degli anni 90, durante il crollo dell’URSS, uno dei primi Stati a dichiararsi indipendente fu proprio la Moldavia, che si sfilò dal giogo russo per cercare il ricongiungimento con la vicina Romania. Ma ripercorrendone brevemente la storia, vediamo come tra il ‘700 e l’800 il territorio nazionale fosse compreso all’interno dell’Impero Ottomano e come i suoi confini, delineati dal fiume Dnestr, fissassero il limite sud-occidentale con l’impero russo. Nel 1924 invece la Transnistria, sotto l’egida della neonata Unione Sovietica, divenne la Repubblica Autonoma Sovietica Socialista Moldava, comprendente parte dell’Ucraina ma non dell’odierna Moldavia, inglobata nella Romania. Il fiume Dnestr rimane il confine naturale tra i due territori, e solo durante l’espansione della Germania di Hitler il territorio mutò i propri confini. Infatti grazie al Patto Ribbentrop-Molotov, tra Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin, venne riportata la suddivisione in aree d’influenza dell’est Europa fra le due super potenze; così la Transnistria venne unificata alla Bessarabia, formando la Repubblica Sovietica Socialista Moldava.

Ogni anno in Transnistra si festeggia l’anniversario della proclamazione della repubblica, orgogliosamente legata al passato sovietico

Ed è proprio a causa di questo patto che nel 1989, a seguito della decisione del Parlamento moldavo di considerare nullo il Patto Ribbentrop-Molotov, avvennero i primi dissidi interni fra la popolazione rumena e la popolazione russofona. In quegli anni il neonato parlamento attuò una politica di rumenizzazione volta all’unificazione di tutto il territorio moldavo alla Romania. L’iniziativa diede inizio in Transnistria a forti proteste politiche, ed in questo contesto presero piede le correnti separatiste che inaugurarono una violenta guerra civile con oltre 1500 morti. L’inizio degli scontri avvenne per la proclamazione d’indipendenza della autoproclamata Repubblica Moldava di Transnistria, nel 1990, da quel giorno considerato come l’atto di fondazione “nazionale”.

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Il nuovo stato, con capitale Tiraspol, fin da subito ripristinò l’alfabeto cirillico e la lingua russa, si dotò di una propria moneta, di un proprio governo e di una propria bandiera, il tutto supportato dalla vicina Russia; questa da parte sua ha sempre agito da garante, supportando la separazione di Tiraspol dal governo di Chisinau e fornendo ingenti risorse economiche e militari. Di fatto la Transnistria è una Repubblica “amica” che dialoga (ma non si integra) con la UE e, in caso di emergenza, la Russia potrà sempre rinforzarvi il proprio scudo antiaereo (composto attualmente di 46 installazioni militari) come risposta allo scudo antimissile statunitense. (Fonte Eurasia)

La parata militare in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione della repubblica filorussa

Adesso, dopo oltre 20 anni, il conflitto viene considerato congelato, nonostante le parti non sembrino intenzionate a venirsi incontro; infatti nel 2014, in occasione dell’esito della guerra di Crimea, la Transnistria ha chiesto l’annessione allo stato russo, introducendo una riforma costituzionale con la quale è stato implementato il corpus legislativo della Federazione Russa. Una speranza che nel corso degli anni si è fatta sempre più difficile sia per la geografia del territorio, che di base non confina con la Russia, sia perché il governo di Putin non ha intenzione di sconvolgere i confini europei, per lo più con la delicata situazione Ucraina in corso, dove gli scontri fra milizie continuano incessantemente da quattro anni.

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Ed è proprio in questo contesto d’influenza politica che nel 1993 due ex esponenti del KGB fondarono la Sheriff, una società a responsabilità limitata con investimenti differenziati in settori chiave dell’economia, dalla televisione al petrolio, passando per l’edilizia fino ad arrivare al calcio: così, nel 1997, nasce la F.C. Sheriff Tiraspol. In molti hanno accusato questa società di condizionare la politica del Paese, anche per via del ruolo di Oleg Smirnov – figlio di Igor Nikolaevič Smirnov, presidente della Transnistria – il quale ricopre la carica di amministratore delegato; e spesso si è parlato degli investimenti sospetti della Sheriff nel mondo del calcio. Ad ogni modo lo Sheriff Tiraspol inizia la sua scalata senza grandi difficoltà. In un anno approda nella massima divisione moldava e dal 2000 inizia una cavalcata trionfale che dura ancora oggi: i gialloneri conquistano sedici titoli nazionali, di cui dieci consecutivi, sei Supercoppe moldave e nove Coppe di Moldavia, senza contare due Coppe dei Campioni della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

I festeggiamenti dello Sheriff, una scena a cui in Moldavia si sono decisamente abituati

Se entriamo nel mondo Sheriff, notiamo che a Tiraspol ci sono strutture che richiamano l’Inghilterra più che l’est Europa. Lo stadio è circondato da perfetti campi di allenamento e da un hotel a 5 stelle, e questo segna inoltre un enorme divario rispetto alle rivali, molto più povere e prive delle strutture all’avanguardia possedute dalla squadra transnistriana. Casa della squadra è lo Sheriff Stadium, inaugurato nel Luglio del 2002 e capace di contenere circa 14.000 spettatori; di fianco alla struttura, realizzata con gli ingenti introiti della famosa azienda prima citata, si trovano anche cinque campi d’allenamento e una scuola calcio: un vero e proprio gioiellino dell’avanguardia est-europea, in un contesto rigorosamente russofilo e russofono. Tutto è infatti scritto rigorosamente in cirillico, dai manifesti alle pubblicità, mentre i tifosi sventolano le bandiere dello Sheriff, della Transnistria e talvolta della Russia, intonando cori a favore della grande madre russa e contro la Moldavia.

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Tuttavia, la “squadra del paese che non c’è” non rimane chiusa nella propria storia e identità, ma da alcuni anni a questa parte sta cercando di sbarcare nell’Europa dei grandi, varcando i confini nazionali. Per far sì che questo progetto possa realizzarsi, la società ha puntato sulla scuola italiana degli allenatori, assumendo alla guida tecnica della squadra l’allenatore Roberto Bordin, nato in Libia nel 1965, con un passato da giocatore tra le fila di Atalanta e Napoli. Cresciuto come vice di Mandorlini, e dopo aver accumulato esperienza sulle panchine di Bologna, Padova, Siena, Sassuolo e Verona, sempre con l’allenatore romagnolo approda in Romania, presso il CFR Club Cluj, vincendo campionato, coppa e supercoppa rumena. Nel 2016 siede per la prima volta alla guida di un club, conquistando una splendida salvezza, ai playout con la Triestina in Serie D. Infine nell’ottobre 2016 la chiamata allo Sheriff di Tiraspol: con lui il vice allenatore Antonio Vezzu, il preparatore Marcello Baracco ed Ermes Morini, arrivato solo nel gennaio 2018. L’esordio è ricco di successi, con la conquista del campionato moldavo e della coppa di lega.

Roberto Bordin sul campo dello Sheriff

Incuriositi da quest’avventura europea, culminata dal premio della Panchina d’oro 2018 per gli allenatori connazionali all’estero, abbiamo intervistato Roberto Bordin, approfondendo il rapporto fra il calcio e la popolazione della Transnistria in occasione della prima partita del campionato 2018, contro il Petroclub.

In Italia la sua esperienza d’allenatore si è sviluppata ed accresciuta insieme a Mandorlini, condividendo esperienze come Bologna, Siena, Sassuolo, Verona e Cluj. Da due anni invece guida lo Sheriff Tiraspol, squadra moldava. Quali sono le differenze fra il calcio italiano e quello dell’est Europa?

Beh, le differenze sono nette. Già la lunghezza del campionato ed il numero di squadre partecipanti la dice lunga, almeno per il calcio moldavo. Quest’anno siamo solo otto squadre a partecipare al campionato di massima serie, o meglio nel campionato breve del 2018, in quanto in quello del 2017 – giocato da luglio a novembre – eravamo dieci squadre, e lo abbiamo vinto. Il tutto è dovuto sia alle difficoltà economiche del Paese sia al duro clima che non permette di giocare. Lo Sheriff è attrezzato per queste evenienze, possedendo un campo da calcio indoor, il Malaja Sportivanaja Arena, e lo Sheriff Stadium in erba; non è così tuttavia per le restanti squadre, e non riesco a capire come possa esser vietato dalla federazione il campo in erba sintetica, che aiuterebbe a superare questa problematica.

Lo Sheriff Tiraspol è una squadra dalla recentissima storia, fondata appena nel 1997: nel 2000 vince il primo di 16 scudetti, quest’ultimo vinto proprio da lei al quale si aggiunge la coppa di Moldavia, ed un terzo posto nel girone di Europa League a pari punti col Copenaghen. Cosa ha pensato quando ha ricevuto la chiamata da Tiraspol? come nasce il rapporto?

Avevo già conoscenza del club, e quando ho ricevuto la chiamata sono ugualmente rimasto incuriosito sia dall’interesse che dal progetto che hanno sviluppato nel corso degli anni. Il legame con Leonid Istrati – procuratore – e la mia esperienza passata al Club Cluj hanno fatto sì che fossi il profilo più adatto alla guida del club. Una volta che mi hanno presentato il progetto, dove ho visto enormi margini di crescita, ho subito accettato. Il presidente ha creato un grande club, un ottimo complesso sportivo, dando molta fiducia a me ed ai calciatori.

Il momento della firma

Damascan firmerà per il Torino, la vostra squadra è dotata di un centro sportivo all’avanguardia, con otto campi d’allenamento, campi sintetici, e strutture interne d’allenamento all’avanguardia. Il Tiraspol che progetto ha di crescita dei giovani? L’obbligo di 4 calciatori moldavi e 2 under migliora la crescita di giovani? É possibile attuare questa politica in Italia o le regole dello show business impongono altro?

Sicuramente ha un impatto molto positivo sul calcio moldavo, che permette così la valorizzazione dei calciatori che possono crescere all’interno del club con giocatori stranieri di gran talento. Il connubio fa si, o almeno si spera, che in futuro la qualità dei giocatori migliori sempre più. Per quanto riguarda l’Italia posso dire che in Serie D vi è già questa regola che sicuramente porta i suoi risultati, ma a categorie superiori vi è comunque un discorso economico alla base ed una competitività maggiore.

La storia del club è strettamente legata anche a quella del territorio, fondata da ex membri del KGB con interessi nel petrolio e nei media, e lo Sheriff è il simbolo della Transnistria. Che aria si respira intorno a questa squadra e a questi tifosi, che si considerano autonomi?

Quando sono arrivato sono rimasto molto colpito dalla città, che considero affascinante tanto da essermi trasferito in centro per vivere di più la realtà del posto. Ci sono delle differenze sociali, come in qualsiasi posto al mondo, ma una volta concepito il modo di vivere ci si trova bene. Sicuramente l’astio fra le tifoserie si fa sentire anche perché lo Sheriff è una delle squadre più forti, la squadra da battere, che ha conquistato negli ultimi anni molti trofei. Diciamo che c’è un fattore d’invidia verso di noi.

Tiraspol, una città ferma nel tempo, dove l’URSS non sembra esser scomparsa guardando i monumenti e le bandiere. Lo stato di separatismo si percepisce, il calcio come si pone in tutto ciò? Diventa un mezzo per superare la storia passata o diviene mezzo per acuire le differenze?

Percepisco la tensione sociale ma non voglio espormi perché è realmente complicato comprendere le dinamiche che si vivono qui in Transnistria. Nei campi da gioco si avverte questo stato, la politica potrebbe venir incontro nel tentativo di risolvere ogni questione, sono pur sempre vicini di casa, ma ripeto non è il mio campo questo. Aggiungo che sono originario della Libia, sono nato li, a Zawija, nella Tripolitania, ma conservo pochi ricordi di quando vivevo li, ricordo di scappare. Non auguro a nessun popolo mai di vivere un’esperienza simile.

 

Questo colloquio con Roberto Bordin ci è servito da spunto per approfondire il rapporto fra i tifosi dello Sheriff e l’indipendentismo della Transnistria. Gli Ultras dello Sheriff si sono mostrati socievoli e disponibili al dialogo, spiegandoci le differenze che intercorrono con il resto del popolo moldavo. Fattori culturali e storici che dividono questo giovane stato, che dal 1989 non riesce ad unificarsi effettivamente.

 

«Noi siamo il popolo di Pridnestrovie, non siamo considerati cittadini della Moldavia nonostante il doppio passaporto. Abbiamo principi molto diversi, una direzione diversa, abbiamo fatto delle scelte diverse. Noi nel 1992 abbiamo scelto la strada dell’indipendentismo, quando le autorità moldave volevano eliminare ogni traccia della nostra cultura per tentare il ricongiungimento con la Romania. Non abbiamo permesso loro di farlo! Per quanto riguarda la nostra squadra di calcio, non ci piace giocare sotto la bandiera della Moldavia, vogliamo agire sotto la nostra, almeno con priorità neutrali in ambito sportivo».

 

Gli ultras dello Sheriff Tiraspol in azione

Approfondendo il discorso, gli Ultras Sheriff Tiraspol hanno rivendicato una volta di più la loro esigenza storica e sociale di indipendenza, condivisa a grande maggioranza dai cittadini della repubblica: «Quasi l’intera popolazione della Transnistria si considera indipendente dalla Moldavia, non penso che il nostro stato voglia ricongiungersi con la Moldavia nel prossimo futuro, è un dato di fatto».

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Le differenze culturali, ci dicono, si avvertono soprattutto quando seguono la propria squadra in trasferta, superando i controlli di frontiera imposti dal governo di Tiraspol: «Ci sono stati casi in cui siamo andati in città moldave venendo accolti con ostilità, sia dai tifosi delle altre squadre che dai residenti ordinari. Pensano che proveniamo da un altro pianeta, non sviluppato, arretrato, e questo è inquietante. Durante le partite ci sono state occasioni in cui hanno sollevato simboli diversi contro di noi, contro Pridnestrovie, e questo ci colpisce nell’orgoglio. Tuttavia sappiamo chi siamo e qual è la nostra identità: nessuno potrò farci cambiare idea».

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NDR: Roberto Bordin nel frattempo il 24 Aprile 2018 ha rassegnato le dimissioni dalla guida dello Sheriff Tiraspol per motivi familiari, gli facciamo i nostri migliori auguri.