Bilbao è il cuore di un’area metropolitana con più di un milione di abitanti. Situata nel territorio di Biscaglia, la città è circondata da un paesaggio fertile, con boschi, montagne, spiagge e coste scoscese che ne fanno un luogo unico al mondo. L’unicità del posto è qui accompagnata dalla storia calcistica. Bilbao ha la sua squadra, l’Athletic, intangibile gemma tradizionale nel panorama del calcio moderno, debole ormai sotto i colpi del proprio “progresso”: l’indole “indipendentista” dell’Athletic non permette ad anima spagnola o straniera di vestirne la maglia biancorossa. Solo giocatori autoctoni per il club, il cui nome tradisce comunque una venatura inglese. E’ tra i figli del proprio popolo che troviamo Aritz Aduriz, soprannominato “el zorro”, uno dei giocatori più forti e determinati dell’intera storia calcistica basca.

 

Con i suoi 37 anni l’attaccante, dotato di uno spiccato senso del gol, una foga al servizio della concretezza che ben si sposa con un talento innato, si appresta a vivere quelli che sembrano essere gli sgoccioli di una carriera da calciatore professionista a dir poco sensazionale. Un percorso al contrario, nel quale Aduriz ha dovuto lavorare duramente al fine di guadagnarsi un posto nel calcio che conta. E pensare che il bomber dal cuore basco il calciatore non lo doveva nemmeno fare. A 9 anni si è infatti laureato vice campione di Spagna nello sci di fondo e i suoi genitori partivano da San Sebastian per portarlo sulla neve dei Pirenei. Lui però ha sempre pensato al mare e alla Playa de la Concha, il suo primo campo di calcio.

Con la maglia del Valencia (foto Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

Gli inizi

Aritz Aduriz muove i suoi primi passi nell’Antiguoko, una delle tante squadre con cui l’Athletic stipula accordi di collaborazione nell’ambito della propria politica societaria, incentrata sulla ricerca di giovani talenti. Ed è proprio qui che il giovane prodigio inizia a rapportarsi con altrettanti futuri campioni: Xabi Alonso, Mikel Arteta e Andoni Iraola sono le sue stelle fisse, da dove apprendere gli aspetti fondamentali della realtà “footbalista” accademica. Nel 1999 il basco approda all’Aurrera Vitoria, che gli concede l’opportunità di toccare “con mano” i campi della seconda divisione. Otto reti segnate a fronte delle venticinque presenze complessive, questo sarà il computo a fine stagione. Prestazioni sufficienti per suscitare l’interesse dell’Athletic Bilbao, che un anno dopo decide di tesserarlo, gli offre un contratto facendogli vestire la maglia “rojoblanca”. Qui Aduriz inizia a brillare, tant’è che al termine del campionato l’attaccante viene eletto come miglior giocatore della stagione ed i “Rojoblancos” approdano in Primera Division. Con l’arrivo di Jupp Heynckes sulla panchina del club nel 2002, però, qualcosa inizia a scricchiolare: gli vengono preferiti Azkorra e Arriaga e, proprio sul procinto di iniziare l’avventura nella massima serie del campionato spagnolo, l’attaccante viene ceduto al Burgos, società con sede in un piccolo paese della Castiglia e Leòn. Il frutto, insomma, non è ancora maturo. Il periodo trascorso nella squadra allenata da Carlos Terrazas è breve perché il Valladolid è sulle sue tracce già da parecchio tempo. Con la squadra pucelana le partite ufficiali disputate sono 52, mentre i gol 22. Tra questi c’è anche la prima volta al San Mames, in un quarto di finale di coppa del re, disputato proprio contro la squadra della Biscaglia. In quella partita accade qualcosa; i dirigenti del Bilbao, spinti dal destino, decidono di riacquistarlo. Iniziano per Aduriz tre stagioni assai complicate. Nonostante le 90 presenze complessive, il club, come nelle più travagliate storie d’amore, decide nuovamente di disfarsi di lui. Non è bastato il ritorno del figliol prodigo. Il perdono e la gloria hanno da rinviarsi.

Adin onari aquit1.
(Intraprendi (solo) ciò che è ragionevole.)

La crescita

El Zorro non demorde e riparte dalle Isole Baleari, sponda Mallorca. Qui ha il durissimo compito di non far rimpiangere uno dei giocatori più amati di sempre, Daniel Guiza, trasferitosi in Turchia dopo l’europeo austriaco-svizzero del 2008. Aduriz sembra non sentire il peso dell’eredità lasciatogli sulle spalle, lavora sodo e a testa bassa. Incarna l’animo basco in tutto e per tutto. I compagni lo ricordano come il primo ad arrivare agli allenamenti. La costanza, l’impegno ed il sudore fruttano: nelle due stagioni con la maglia rossonera l’attaccante si conferma capocannoniere riuscendo a guadagnarsi la fama di uno degli attaccanti spagnoli più amati della nazione. Il vero punto di svolta arriva però in Champions League. Nell’estate del 2010 ci sono su di lui lo Stoke City e il Fenerbahce, ma l’amore per la terra natia spinge l’attaccante di San Sebastian a trasferirsi nel Valencia. In appena nove minuti Aritz segna il suo primo gol con la maglia bianconera. Nonostante il buon approccio nelle competizioni europee, il suo talento è ancora incompreso: dopo un inizio scoppiettante e a suon di reti gonfiate, gli ultimi mesi dell’annata problematici, con l’allora commissario tecnico Unai Emery che decide troppo spesso di relegarlo in panchina. A fine stagione, nonostante tutto, l’attaccante basco si piazza al primo posto della classifica dei marcatori della squadra, a pari merito con Roberto Soldado. Aritz sa aspettare.

Con la maglia che ha sempre amato, quella dell’Athletic (foto David Ramos/Getty Images)

L’esplosione

L’apice della carriera Aduriz lo raggiunge superata la soglia dei trentanni. Nel 2012, sulla pachina dell’Athletic Biblao siede Marcelo Bielsa, anche conosciuto come “El loco”. Eccola la Provvidenza che torna protagonista nella storia del nostro eroe. E’ lei a volere che il bomber basco torni là dove tutto è iniziato. Inizia la consacrazione. La sua seconda tripletta con la maglia dei “leoni” è contro il Granada, la prima risaliva al precedente periodo trascorso con l’Athletic, ma è soltanto il punto di partenza: il 27 agosto 2014 Aduriz mette a segno una doppietta contro il Napoli nella fase preliminare di Champions League, che permette alla squadra basca di qualificarsi alla fase a gironi della coppa dalle grandi orecchie dopo sedici lunghissimi anni d’assenza. Al termine della stagione 2014-2015 gli viene consegnato il primo e vero riconoscimento, il Trofeo Zarra, per essersi consacrato con i suoi 18 gol quale miglior marcatore spagnolo della Liga. Dodici mesi più tardi, il 14 agosto 2015, nella partita d’andata della Supercoppa di Spagna, mette a segno una tripletta contro il Barcellona suggellando il risultato finale di 4-0. La sua prestazione, caratterizzata dall’originalità del ruolo di falso nueve al quale è abituato, gli permette di diventare il primo calciatore da dieci anni a questa parte a segnare una tripletta contro la squadra blaugrana. Il 17 agosto nella gara di ritorno al Camp Nou firma il gol del definitivo 1-1 che pone fine alle speranze dei marziani catalani, è il tripudio “Rojoblanco”. E Aduriz ne è l’artefice.

 

Le prestazioni che riesce a sfornare in patria trovano un’importante eco anche in Europa. Il 3 novembre 2016 realizza cinque gol, tre su rigore, in una partita valida per la fase a gironi dell’Europa League vinta dall’Athletic Bilbao per 5-3 contro il Genk, aggiornando un po’ di record: quello delle 5 marcature nella competizione, appartenuto fino ad allora a Fabrizio Ravanelli e quello del pokerissimo con la maglia dell’Athletic Bilbao. A questi si aggiunge anche il titolo di giocatore più anziano a realizzare 5 gol in una partita europea, con i 33 anni del russo Eduard Markarov. Recentemente, ancora una conferma: la splendida doppietta nella gara valida per i sedicesimi di finale di Europa League disputata contro lo Spartak Mosca che, nel computo della doppia sfida, è valsa ai baschi la qualificazione agli ottavi di finale. Chissà allora che l’attaccante di San Mames non possa sorprenderci ancora. Ciò che è certo è che, con il passare del tempo e attraverso un percorso tumultuoso, Aritz Aduriz è riuscito a riprendersi dal calcio tutto ciò che gli era stato tolto, riuscendo a vincere il silenzioso nemico dell’uomo; il tempo.


Note:

1. Memorias de Garibay, p. 634.


Foto di copertina: Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images