Luciano Moggi è stato uno dei personaggi più influenti nel panorama calcistico italiano tra la fine degli anni ’80 e il 2006, anno sciagurato in cui lo scandalo di Calciopoli risucchiò l’allora dg della Juve come tutto o quasi il nostro sistema calcio in un turbine nero di denunce, captazioni telefoniche e soprattutto polemiche. Che nemmeno le statuizioni giudiziali sono riuscite a silenziare. Un uomo di potere, un carattere controverso dalla storia ancor più intrigante, ma senz’altro un grande conoscitore di calcio. Con Moggi, quest’oggi, abbiamo parlato soprattutto di calcio.

 

Partiamo dall’attualità (l’intervista è stata realizzata il 3 novembre 2017, ndr). Vorrei un suo giudizio su Napoli-Manchester City e sul Napoli in generale.

La prima mezzora del Napoli è stata importante. Il resto della partita meno. Perché contro una squadra come il City è inammissibile che si subiscano reti in maniera impropria marcando a zona sulle palle inattive. Con giocatori di quella stazza e di quel livello la marcatura a uomo è necessaria. Nel complesso, a parte questa critica, devo dire che il Napoli sta facendo bene. E sicuramente rientra tra le squadre, insieme alla Juventus e all’Inter, che possono vincere il campionato. Un torneo quest’anno sicuramente più combattuto rispetto agli ultimi anni in cui dominava solo una squadra.

Lei ha una grandissima esperienza e ha attraversato diverse epoche calcistiche. Secondo lei oggi è ancora possibile vincere con le idee o alla fine è sempre il fatturato a fare la differenza?

Il fatturato è una roba che piace a Sarri. Per fare il fatturato bisogna vincere. Perché se tu arrivi in finale di Champions League incassi 80 milioni. Queste sono cose che probabilmente andrebbero spiegate. La Juventus costruisce il fatturato con il suo ciclo di vittorie e con due finali di Champions raggiunte. Non esiste fatturato senza merito sportivo.

Moggi alla Roma nell'estate 1978 assieme ai neoacquisti Luciano Spinosi e Roberto Pruzzo

Moggi alla Roma nell’estate 1978 assieme ai neoacquisti Luciano Spinosi e Roberto Pruzzo

Nel calcio attuale, dominato dai grandi capitali esteri e dai super agenti, Luciano Moggi avrebbe la stessa influenza?

Mah, io credo che il fatto che ci siano proprietà straniere – penso al Milan –, che non sappiano operare sul mercato vuol dire che c’è sempre la necessità di affidarsi non a Moggi ma a dirigenti competenti.

A questo proposito, Berlusconi ha dichiarato che sarebbe stato meglio acquistare tre giocatori top piuttosto che prenderne otto di medio livello. Lei è d’accordo? Come avrebbe gestito la situazione se fosse stato al posto di Fassone e Mirabelli?

Avrei fatto quello che ha detto Berlusconi. Avrei preso pochi giocatori, ma di qualità. Ma soprattutto avrei scelto giocatori che ben potevano adattarsi a quelli che già c’erano in rosa.

Quali sono le qualità che deve avere un buon dirigente sportivo?

Deve capire di calcio e conoscere i giocatori. Per essere un buon dirigente bisogna saper amministrare bene sia a livello umano che a livello economico. E poi bisogna conoscere i giocatori e seguirli sempre. Oggi i dirigenti migliori sono senza dubbio Marotta e Paratici. Formano una coppia perfetta, perché sanno di calcio e di economia.

Ai tempi del Napoli lei è stato alle prese con le bizze di Maradona, il quale non ha mai negato di trovarsi meglio con lei che con Ferlaino. Qual era il segreto per gestirlo?

Maradona era un soggetto difficile da gestire. Però è stato gestito nella maniera migliore, anche perché basta vedere quello che ha fatto a Napoli. Durante la settimana, con gli allenamenti saltati, era sempre un punto interrogativo. Ma poi quando andava in campo vinceva le partite da solo.

E cosa risponde a coloro che considerano Messi più grande?

Che non capiscono nulla di calcio.

Luciano Moggi a colloquio con Diego Armando Maradona

Luciano Moggi a colloquio con Diego Armando Maradona

Lei rassegnò le dimissioni dal club azzurro nel 1991 praticamente in concomitanza con la squalifica di Maradona per doping. Fu solo una coincidenza o presagì che quello era un punto di non ritorno per il Napoli?

No, io diedi le dimissioni perché semplicemente volevo andare via dal Napoli. Non c’erano altri motivi, le due cose non sono legate. Se uno dà le dimissioni vuol dire che non intende stare più in quel posto e che quindi vuole provare nuove esperienze.

Sono sei anni che la Juventus vince lo scudetto e anche quest’anno è la favorita. Ma quando lei arrivò a Torino, nel ‘94, i bianconeri non vincevano il campionato da otto anni. Che situazione trovò e cosa portò per invertire la tendenza praticamente subito?

Io ho inseguito questo sogno sin da giovane. Quando poi sono riuscito a prendere in mano la squadra ho mandato via calciatori non funzionali al progetto. Ne ho acquistati pochi ma giusti, e ho puntato su un allenatore emergente come Lippi. Da lì è partito tutto. Abbiamo costruito un grande ciclo vincente fatto di scudetti, una Coppa Campioni e anche una Coppa Intercontinentale, che era la coppa del mondo per club.

In una recente intervista ha dichiarato che se nel 2006 fossero stati in vita Giovanni e Umberto Agnelli per lei le cose sarebbero andate diversamente. Che intendeva dire?

Lo confermo. E lo ha detto pure Carraro, l’allora presidente della Federazione, sul Corriere della Sera. Il quale ha detto che Calciopoli era basata sul nulla. Lo dice l’allora presidente della Federazione, non io. Per quanto riguarda invece la mia radiazione, sono in attesa del giudizio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

E nel caso in cui nemmeno la Corte Europea dovesse riabilitarla?

Ripeto, attendo il giudizio della Corte. Nel caso in cui… vedremo nel caso in cui.