Non vogliamo annoiarvi con la solita sfilata di affermazioni ovvie e pronostici dati a poco. Ecco perché quel “ma” di inizio titolo deve suonare in tutto il suo significato avversativo. E’ vero, con la Juve non c’è storia. Ma quelle che seguono potrebbero quantomeno provarci. E invece, proprio come ogni altra stagione, e forse ancora peggio di ogni altra stagione, la Juventus sembra davvero non avere rivali. Tre partite giocate male, possiamo dirlo, dai bianconeri. O meglio, giocate per giocarle, appunto; a ritmi bassi, con una circolazione palla sempre lenta, da Verona a Parma, passando per il successo interno con la Lazio, ma ottenendo infine sempre quello schiacciante risultato dei tre punti, che fanno nove punti totali, e che indirizzano il campionato già solamente a inizio settembre.

 

L’esultanza di Cutrone, nell’anticipo di venerdì sera tra Milan e Roma

 

La Juventus non convince, ma vince. A differenza dello scorso anno, Allegri può permettersi addirittura di giocare col fuoco, perché sa che girandosi in panchina troverà gente come Douglas (sempre subentrato) e Dybala (appena dieci minuti col Parma, per la Joya), due giocatori che la nostra più fervida immaginazione non riuscirebbe comunque a vedere in panchina non solo in nessun altra squadra di Serie A, ma forse anche d’Europa. Quel modo di vincere di Allegri, quella mentalità totalizzante, diremmo hegeliana, che sempre va al di là dei giocatori e degli schemi, e che volge il proprio sguardo alle situazioni di gioco, tutto questo permette d’essere vincenti senza faticare. Per Allegri conta sempre e solo il risultato.

 

E il Napoli? C’è poco da dire. Le due partite in cui tutto era girato per mister Carlo Ancelotti, si sono come magicamente ribaltate in poco più di novanta minuti. Al termine di Sampdoria-Napoli il punteggio dice 3 per i doriani e 0 per i partenopei. Tornano alla memoria gli schemi sarriani, nel bene (per la Samp) e nel male (per il Napoli). Giampaolo degno erede di un vero maestro di calcio, l’ormai britannico Maurizio Sarri, incapace come altri di togliere lo scettro alla Juventus, ma capace, più di altri, di saper portare una novità rilevante (pare, ora, anche in Premier…) in un campionato dalla calma piatta (sotto il profilo tattico e di idee calcistiche nuove). Novità che Ancelotti deve ancora bene interpretare. Perché è giusto il rispetto per il gioco del predecessore, ma se ti chiami Ancelotti sei tu la novitàE nascondersi dietro ai triangoli in stile Sarri senza proporre alcunché rischia, alla lunga, di nauseare. E di costar caro. E’ già successo d’altronde. Con una Juventus così, che gioca a fare il gatto col topo ad ogni occasione utile, ritrovarsi a meno tre dopo tre giornate è già durissima.

 

Nel frattempo, però, brava Samp. E bravo Fabio Quagliarella:

 

Karma che ha colpito anche la Roma. Dopo due partite discutibili, salvate per il rotto della cuffia (allo scadere da Dzeko col Toro, e in rimonta contro l’Atalanta all’Olimpico), è arrivata la punizione amara del gol di Cutrone al 95′ contro il Milan. Una squadra che appare costruita male, che ha venduto due lottatori autentici, due “romanisti” d’adozione come Strootman (a mercato chiuso) e Nainggolan, e che infatti a centrocampo fatica da matti, con De Rossi e N’Zonzi apparsi in difficoltà (se fosse fisica, non ci sarebbe da preoccuparsi. Il problema sembra essere tattico); con una difesa che non gioca più il pallone come lo scorso anno, perché dietro ha i piedi tutt’altro che educati di Olsen, e che, soprattutto, ha già preso cinque gol in tre partite. Una squadra che davanti deve ancora trovare la quadra ma che al momento risulta sfilacciata e confusionaria. Bel problema per Di Francesco. Ma la sosta non poteva capitare in un momento migliore.

 

Discorso simile, ma non uguale, per la Lazio di Inzaghi, che invece la pausa potrebbe maledirla. Dopo due sconfitte contro Napoli e Juventus, è arrivata una vittoria sofferta (ed è tutto dire) contro il Frosinone del collega e amico Longo. La Lazio, lei sì, sembra portarsi dietro nella corsa e nelle gesta dei singoli la ferita, mai rimarginata, del gol di Vecino. La Champions sfumata, l’addio di De Vrij e Felipe Anderson, ma anche alcuni innesti di qualità. Il migliore è senz’altro Acerbi, certezza lì dietro e non solo lì dietro; lo vedi partire dalla difesa e spingersi fino a centrocampo, lo vedi impostare e ripartire con qualità; lo vedi prendere un palo clamoroso contro il Napoli al 90′, che poteva dire, ora, Lazio a 4 punti. E invece i punti sono 3. Pochi, è vero. Ma l’inizio di campionato è stato tenace, a livello di avversari. Certo, è la voce del pessimista a parlare, anche e soprattutto in queste occasioni: zero punti contro due forze della Serie A raccontano una Lazio che faticherà da matti a ripetere la scorsa stagione. Ci mancherebbe altro. Miracolo sfiorato e non raggiunto è ancor più difficilmente riproponibile. Certo è che se i nuovi sembrano essersi ben ambientati (escluso Berisha, ancora out, tanti minuti per Badelj, Correa, che tutti aspettano, e Durmisi, che però difficilmente toglierà il posto a Lulic), tutt’altro si deve dire per i vecchi, su tutti Milinkovic e Immobile, in difficoltà fisica ma anche (così pare) mentale. Meglio Luis Alberto, che ieri si è sbloccato. Aspettiamo anche qui, però, a dare giudizi definitivi.

 

L’inchino di Nainggolan, dopo il gol del vantaggio nerazzurro al Dall’Ara

 

Finiamo con le milanesi. Perché se il Nord Italia, al momento, guida la classifica (oltre alla Juventus, Sassuolo e SPAL sugli scudi) e se c’è una squadra del centro Italia, giovane e motivata, che farà grandi cose (è la Fiorentina del trio d’attacco Pjaca-Simeone-Chiesa, e del finalmente pronto Benassi), troviamo l’altra grande del Nord, l’Inter, al settimo posto. Dietro ancora, ma con una partita in meno, il Milan di Gattuso, che ha già affrontato Napoli e Roma. Del Milan,difficile parlare. Ma ciò che salta agli occhi di ogni spettatore è la qualità del gioco dei rossoneri. Rino sembra migliorare giornata dopo giornata, e la sensazione è che se il Pipita ingrana e lì dietro, magari con Caldara, si aggiustano i meccanismi, il Milan può dar fastidio alle grandi d’Italia. Dall’Inter, invece, è lecito aspettarsi sempre di più. Il 0-3 col Bologna (che quest’anno rischia davvero) è un segnale forte, ma isolato. E’ vero, è tornato Nainggolan, e ha già fatto gol. E’ vero, è tornato al gol Candreva, dopo più di cinquecento giorni. Ma i punti, dopo tre partite, sono quattro. E il calendario, fino ad ora, è stato tutt’altro che ostico. Ma si sa, l’Inter è Internazionale. Magari è l’odore d’Europa l’antidoto ad ogni problema.