E’ da quando avevo all’incirca otto anni che, in periodi “morti” della vita (per esempio la sera, prima di addormentarmi, quando la mente si costella di pensieri sparsi), ripenso alla potenza dei proverbi. E’ incredibile come frasi brevi e concise, senza un’apparente logica, riescano a segnare in modo così netto il significato di una determinata situazione. Nei vicoli e nelle campagne del paesino dove sono cresciuto, l’incantevole borgo medievale di Santa Severina, in provincia di Crotone, si vive di proverbi, rigorosamente in dialetto. Uno dei più comuni è il seguente: “Dammi tiampu ca ti cupu, c’ha dittu u surici ara nuci” (“Dammi tempo che ti buco, disse il topo alla noce”). Un antico proverbio che nasconde l’essenza dello spirito meridionale: davanti a me c’è qualcosa di più forte, di duro (come il guscio della noce), difficile da superare, ma a me serve solo del tempo e alla fine vedrai che vincerò io. E’ questo che deve aver pensato Davide Nicola durante tutto l’arco del campionato di Serie A alla guida del Crotone nella sua prima apparizione nella massima serie. L’ha pensato da sempre, il “topo” Nicola. Dal primo momento in cui fu chiamato dalla famiglia Vrenna per cercare di fare un campionato dignitoso, e deve averlo pensato ancora di più alla fine del girone d’andata, quando il Crotone stagnava immobile in fondo alla classifica dopo aver racimolato solo 9 punti in 19 giornate.

Davide Nicola portato in trionfo dai suoi ragazzi

Davide Nicola portato in trionfo

Diversi sono stati i problemi riscontrati dalla società rossoblu: dallo stadio “Ezio Scida” inizialmente non a norma e quindi partite casalinghe che “in casa” non erano (si è giocato all’Adriatico di Pescara, 563 km di distanza e stadio praticamente vuoto), ai punti persi negli ultimi istanti dovuti, molto probabilmente, all’inesperienza nella massima serie; passando per l’addio di Palladino (uno degli artefici della cavalcata che ha portato alla promozione in A e leader tecnico) e l’abbandono in corsa del presidente Raffaele Vrenna. Tutto, ma proprio tutto, sembrava vertere al peggio e, chiaramente, tutta l’Italia calcistica (che nel frattempo ha maturato una certa simpatia per la causa crotonese), si era rassegnata alla retrocessione del Crotone e alla salvezza dell’Empoli. L’Empoli di Giovanni Martusciello, figliol prodigo di Maurizio Sarri, che ha disputato un campionato in assoluta tranquillità, forte dei punti di vantaggio accumulati nel girone di andata, che ha sottovalutato – anche con un pizzico di presunzione (dopo Roma-Empoli 3-0, alla domanda su un’eventuale retrocessione, il tecnico empolese disse “siamo tranquilli“) – i ragazzi di Nicola. Come detto, è proprio quest’ultimo il principale artefice del miracolo, non solo a livello emotivo (in ogni conferenza ha sempre ribadito di crederci fino all’ultimo, avanzando, alla vigilia di Crotone-Inter, una scommessa: “se ci salviamo vado a Torino in bicicletta“), ma anche a livello tecnico-tattico, riuscendo a dare un’importante solidità difensiva alla squadra (tanto per fare un esempio: il Torino, nona forza del campionato, ha incassato 66 gol, ben 8 in più del Crotone) e una discreta fase offensiva (34 gol fatti) che ha visto in Diego Falcinelli (senza dubbio il migliore della stagione insieme al portiere Alex Cordaz, di cui si è parlato troppo poco) la punta di diamante con ben 13 gol segnati.

Alex Cordaz in lacrime, accerchiato dai compagni a salvezza ottenuta

Alex Cordaz in lacrime, accerchiato dai compagni a salvezza ottenuta

Dalla fine del girone d’andata all’ultima giornata di campionato molte cose sono cambiate. Il Crotone, dato per retrocesso già ad agosto, è stato autore di una cavalcata irrazionale che l’ha resa capace di ottenere 20 punti nelle ultime nove giornate (unica sconfitta con la Juventus nel giorno dello scudetto) che gli hanno permesso di presentarsi alle calcagna dell’Empoli, avanti di un solo punto e con gli scontri diretti a sfavore. Il calendario era tutto dalla parte dei toscani, impegnati contro il Palermo (già in B), con il Crotone che era pronto a vedersela contro una Lazio speranzosa (anche se in crisi) per il quarto posto. Oltre a questi discorsi di classifica, ce n’era uno che ha fatto pensar male non poche persone in merito ad un probabile “biscotto” fra Empoli e Palermo; la nuova politica sul cosiddetto “paracadute” economico in caso di retrocessione. Facciamo un breve excursus per chiarirne il meccanismo. Per le tre squadre che retrocedono in serie B è previsto un compenso finanziario che ammonta a 60 milioni di Euro totali da dividere in base all’anzianità: il Palermo, di diritto, incasserà 25 milioni perché ha alle spalle tre anni in A, mentre il Pescara solo 10 in quanto neopromosso. La situazione cambiava in base al nome della terza squadra retrocessa: all’Empoli 25 milioni, al Crotone invece 10. Quindi, il Palermo apparentemente aveva tutte le buone ragioni per “far vincere” i toscani. Però c’è un però: se a scendere nella serie cadetta fosse stato il Crotone, i 15 milioni rimasti in ballo sarebbero entrati nelle casse palermitane solo nel caso in cui la società dell’ex presidente Zamparini non fosse riuscita ad ottenere un’immediata promozione in A. Il risultato è stato che un Palermo già retrocesso ha salvato l’onore sconfiggendo l’Empoli per 2 a 1 e facendo esplodere non il proprio stadio (che ironicamente intonava la celebre canzone di Jovanotti “Ti porto via con me” agli empolesi), ma quello sulla costa ionica crotonese.

La festa dei giocatori del Crotone sotto la propria Curva

La festa dei giocatori del Crotone sotto la propria Curva

Quella di ieri sera è stata la vittoria non solo di una squadra, ma di un’intera città che vive di calcio e poco altro, in cui le problematiche sono numerose ed aumentano in continuazione. Una città vittima di politiche scellerate che l’hanno relegata nei meandri del Belpaese, città che ha un aeroporto chiuso da mesi sul quale si spendono parole ma non fatti, in cui la stazione ferroviaria è abbandonata a sé stessa e ormai funge da riparo ai senzatetto, una città martoriata da un drammatico aumento della percentuale di tumori, che alla sua entrata presenta i macabri scheletri delle fabbriche ormai abbandonate che riversano nel mare e nell’aria metalli pesanti. Crotone è la città con la più bassa qualità della vita d’Italia, denominata da molti quotidiani come “città dei veleni“. Una situazione grave, forse irreversibile, che non toglie il sorriso e la felicità ai crotonesi, soprattutto in serate come quella di ieri, in cui l’antica colonia greca Kroton ha visto un’esplosione di colori rossoblu per le vie del centro, dal lungomare fino a Piazza Pitagora. «Salutate la Magna Grecia», gridavano i tifosi. Ma Il cielo è sempre più blu, colonna sonora della squadra, riecheggiava per tutto lo Stadio. Mescolandosi a queste immagini, viene da pensare a ciò che cantava il grande Rino Gaetano, crotonese: “Chi vive in Calabria, vive d’amore“.