“Sappiamo che mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo. Il potere è un mezzo non un fine”. Leggendo questo pensiero di Orwell, espresso in 1984, ci è subito venuta in mente la situazione attuale, e non quella prettamente politica bensì quella della politica sportiva. Infatti nelle ultime settimane è diventata legge la nuova riforma dello sport voluta dal governo gialloverde, nonostante il pesante dissenso del numero uno del Coni Giovanni Malagò. Si chiude il capitolo Coni Servizi ed inizia l’era della nuova società governativa Sport e Salute. Una nuova s.p.a. che si occuperà dei finanziamenti governativi alle federazioni sportive italiane, depotenziando così il ruolo del Coni e dello stesso Malagò, il quale adesso dovrà amministrare una minima parte del patrimonio economico dello sport italiano.

 

Fino ad ora infatti il sistema si è retto sul Coni e sulla società satellite Coni Servizi, che distribuiva fra le varie federazioni i fondi necessari per le attività sportive. Il presidente Malagò in questi cinque anni di potere ha gestito, fino al 23 dicembre 2018, i 410 mln annui necessari per la sopravvivenza dello sport italiano, decidendo autonomamente a chi spettassero questi fondi e applicando nelle scelte criteri più o meno oggettivi, basati sulla “rilevanza della disciplina e la posizione competitiva”. Per dirla in parole povere, è un mix tra i risultati ottenuti e l’importanza dello sport in questione. Questo spiega perché una disciplina relativamente di nicchia come la scherma, tradizionalmente serbatoio importante di medaglie a livello olimpico, possa collocarsi tra i primi posti della classifica contributiva.

Gerek Meinhardt (USA) compete contro Giorgio Avola (Italy) durante le Olimpiadi di Rio 2016 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Tutto ciò si può controllare leggendo i dati messi a disposizione sul sito del Coni: nella tabella vengono evidenziate le cifre corrisposte alle singole federazioni, seguendo il principio dei risultati ottenuti e rilevanza dello sport. Dal documento si evince come la Figc nel 2019 percepirà 36.156.859 euro, risultando (ovviamente) la federazione con più fondi a disposizione; segue il Nuoto (Fin) con 11.493.433 euro, e sul gradino più basso del podio troviamo l’atletica leggera con 10.700.559 euro. Tutti questi fondi erano finora elargiti direttamente dal Coni, quindi da Malagò, che da buon padre di famiglia li redistribuiva fra le varie federazioni in maniera equa e giusta, a patto che alle prossime elezioni ci si ricordasse della gentil mano. È questo che si vuol evitare con la riforma, la dipendenza dal numero uno del CONI.

“Da anni al Coni una sola persona decide tutto: non è il governo ad occupare lo sport ma, con la norma proposta, tentiamo di liberare lo sport da una monarchia” (Guido Guidesi, sottosegretario ai rapporti con il parlamento)

Con la riforma appena introdotta, Sport e Salute spa avrà il compito di provvedere al sostegno degli organismi sportivi, i quali non dovranno votarne il cda ma solo ed esclusivamente la figura di presidente del Coni, spogliato delle sue vesti dorate. Il Cda di Sport e Salute spa, al contrario, avrà il presidente nominato dall’esecutivo ed altri due membri nominati dal Ministro della Salute e dal Ministro dell’Istruzione. Inoltre, ci sarà l’incompatibilità tra gli incarichi di vertice del Coni e della nuova società, nella volontà di separarne totalmente le gestioni.

Da Giuseppe Conte a Giancarlo Giorgetti, passando per i due vicepremier: i gialloverdi hanno messo all’angolo Malagò

Già dal contratto di Governo 5 Stelle e Lega si erano presi l’impegno di modificare il sistema sportivo in maniera incisiva, intanto con il potenziamento delle strutture sportive e l’istituzione di un’anagrafe che raccogliesse tutte quelle esistenti nei territori, poi con la vera e propria riforma del CONI:

“Occorre intervenire anche su aspetti che possano migliorare il funzionamento degli organi sportivi. (…) Pur ritenendo necessario garantire al mondo sportivo un’adeguata autonomia, risulta altrettanto importante che il Governo assuma, con maggior attenzione, il ruolo di controllore delle modalità di assegnazione e di spesa delle risorse destinate al CONI. Allo stesso tempo è al Governo che spetta il compito di emanare le linee guida fondamentali relative al sistema sport e alla pratica motoria nel loro complesso. In altre parole, fatta salva l’autonomia e la discrezionalità delle scelte di natura tecnico – sportiva, che rimangono in capo al CONI, è necessario che il Governo sia compartecipe delle modalità con le quali vengono spesi e destinati i contributi pubblici assegnati al CONI e trasmessi, poi, alle Federazioni.”

Nello specifico la legge di bilancio modifica il meccanismo di finanziamento delle attività da parte dello Stato. Si prevede che le risorse destinate a Sport e Salute Spa siano pari al 32% delle entrate statali nei settori relativi alla gestione d’impianti sportivi, con una cifra complessiva di 410 milioni di euro (mai inferiore). Di questo denaro solo 40 milioni andrebbero al Coni, destinati alla preparazione olimpica; una cifra pari a 260 mln di euro sarebbe invece destinata, dalla neonata società, alle federazioni dell’universo Coni; il restante infine alla promozione sportiva, ai gruppi sportivi militari e ai corpi civili dello Stato. Si aggiunge la volontà, da parte del governo, di recuperare i fondi non assegnati o non utilizzati per la riqualifica degli impianti sportivi, e destinarli al fondo “Sport e Periferie”.

Il Presidente del CONI Giovanni Malagò al Foro Italico parla al Comitato Elettorale (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Particolare attenzione dal governo è stata dedicata anche alla ripartizione dei diritti televisivi del campionato di Serie A, a partire dalla stagione 2021/2022. La distribuzione dei fondi avverrà secondo alcuni criteri ben precisi: il 50% dei diritti verrà diviso e distribuito in parti uguali tra tutte le società che partecipano al campionato di calcio della massima serie; il 30% verrà erogato in base ai risultati sportivi conseguiti ed il restante 20% verrà suddiviso in base al radicamento sociale sul territorio del club, dato condizionato anche dalla presenza di giovani calciatori in rosa di età compresa tra 15 e 23 anni, formati nei settori giovanili italiani e tesserati da almeno 36 mesi ininterrotti per la società presso la quale prestano l’attività sportiva (comprendendo nel computo eventuali periodi di cessione a titolo temporaneo a favore di altre società dei campionati di serie A o di serie B, o delle seconde squadre in serie C). 

 

L’accesso a questi fondi, tuttavia, non sarà automatico, e volendo evitare situazioni complesse – per non dire spiacevoli – come quelle dell’estate passata e non solo, sono previste delle garanzie affinché il club possa usufruirne: le società dovranno infatti passare da un iter severo di verifica, e sottoporre i propri bilanci ad una società di revisione iscritta al registro dei revisori contabili.

Roma 11 maggio 2017, seggio elettorale CONI (© foto di Simone Ferraro)

Questa riforma in ogni caso parte da un ragionamento che viene da lontano, basato sullo stato dei fatti: l’obiettivo è intervenire sul sistema sportivo invertendo il trend assunto negli ultimi anni dal sistema sportivo italiano, evidenziato dal crollo dell’ultimo decennio sia a livello di risultati, sia a livello di promozione territoriale, con un Italia sempre più divisa anche sotto il profilo delle strutture sportive. Se il presidente Malagò ha inquadrato la riforma in una “occupazione del CONI da parte della politica, come neanche il fascismo aveva osato fare”, quel che si può ricavare è l’esatto contrario: è la volontà di affidare il finanziamento dello sport italiano ad una struttura esterna e non concentrare il potere nelle mani di un singolo, con la differenza sostanziale che i voti necessari per l’elezione alla presidenza del CONI devono basarsi su programmi e non su logiche clientelari, che hanno portato al collasso dello sport italiano sotto tutti i punti di vista.

 “Non ero ottimista quando è arrivato questo provvedimento, lo sono invece oggi perché gli impegni presi sono importanti. Sarebbe una forma di autolesionismo se poi non avessero riscontro nella pratica”

Proprio negli ultimi giorni, per concludere, è arrivato un dietrofront di Giovanni Malagò dopo tante parole al veleno delle settimane precedenti. Ma come, non era in corso un’occupazione come neanche il fascismo aveva osato fare? Evidentemente il numero uno del CONI si è reso conto di essere solo, senza più il potere detenuto in precedenza né alleati pronti a scendere in campo al suo fianco. Lo stesso neo-eletto Gravina ha tentato di riportarlo a più miti consigli dichiarando in una intervista alla Gazzetta dello Sport:

“Malagò ha spiegato troppe volte perché questa riforma non gli andava bene. Adesso che è diventata legge e siamo nella fase di attuazione, non è più utile quell’atteggiamento critico. Proprio ora il mondo dello sport dovrebbe essere compatto e intelligente in modo che la riforma venga attuata nel modo più funzionale possibile”

Una sconfitta a tutti gli effetti dunque quella di Malagò, che in pochi mesi ha visto crollare un sistema sapientemente costruito in anni e anni. Egli è infine rimasto solo, accerchiato, scavalcato, esautorato. Mentre il mondo fuori stava cambiando il monarca del CONI pensava di essere un intoccabile, protetto da un sistema ben oliato e soprattutto da amicizie e rapporti decennali. Al governo si possono rimproverare tante cose, ma questa non è materia per noi: quel che conta è che finalmente si sia iniziato a mettere mano allo sport, malgrado ci sia ancora tantissimo da fare. Per adesso – e chi se lo sarebbe mai aspettato – abbiamo scoperto che il re, in realtà, è nudo.