Quarto caffè al Bar Sport, offre Allegri. La Serie A è un campionato serio. Rectius: è tornato alla serietà. Sì, perché in Europa paiono essersi allineati i pianeti. In Spagna la stampa melensa ha obbligato la garra cholista a declinarsi in bel gioco e il risultato sono tre pere dal sottomarino Villareal – prossimo sfidante della Roma in Europa – e meno dodici dai cugini monarchici: la sentenza dice Clàsico perpetuo e pop-corn davanti al Siviglia del divo Sampaoli. In Francia hanno scoperto l’ebrezza di un campionato equilibrato con i nizzardi ancora sopra la gol-machine del Monaco mentre dietro arrancano i petro-euro del PSG, in una crisi di transizione (in attesa delle folli spese promesse in estate). La Premier offre lo spettacolo migliore: in dieci punti ci sono il Turbo Chelsea di Conte e il Tottenham sclerotico con in mezzo Wenger, Klopp e Guardiola per un’annata che non sta deludendo le aspettative agostane. In questa sede ci si opporrà sempre a considerare il torneo crucco un vero campionato ma, per dovere di cronaca, si cita il giocattolo Lipsia riagganciato da un Ancelotti caricatura di sè stesso, finora, in quest’avventura bavarese: 33 punti a testa, sorpresa Hertha al terzo scalino; muscoli, intensità e miseria tattica per il resto. All’appello doveva rispondere la Serie A e lo ha fatto.

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Derby. Per un romano (o un milanese o un genovese) è complesso parlare di derby della Mole. Un cantore tramanda il racconto che a Torino son tutti granata e di juventini non ve ne sono perché albergano altrove, quindi che razza di stracittadina sarà mai? Parvenza o meno i due club sono di Torino quindi è un derby, risolto l’arcano. Possiamo immaginare quanto grandi fossero le speranze dei torinisti con una Juve apparentemente claudicante, perlomeno in relazione alle promesse estive, e un Sinisa in più a suonare la carica (grottesca la conferenza stampa con gli ultras pavoni). Lo spartito è cambiato ma non la melodia: Mihajlovic voleva offendere con un tracotante terzetto d’attaco (poi diventato quartetto), mentre la Signora rispondeva con un più accorto duo Higuain e Mandzukic il cannibale, con Cuadrado a dare profondità e Sturaro a metter legna in mezzo al campo. L’obiettivo è raggiunto perché ne esce fuori il derby più equilibrato che un millennial possa ricordare, non bello ma tatticamente spumeggiante, sofferto emotivamente da ambo i lati. Il Toro sembra uscito finalmente dall’annoso complesso di inferiorità giocando una partita viva e sincera contro un avversario che è parso temerlo per lunghi tratti di gioco. Al Gallo – con assist di Baselli, pupillo dello scrivente – e alla sua gioia di vivere ha risposto un fuoriclasse assoluto, di quelli che ne nascono ogni dieci anni. Fuori fase e sovrappeso, ancora non a suo agio, il Pipita può fare tre gol toccando due palloni. Legge universale ristabilita, ai granata resta il premio dignità e la speranza che proseguire sulla strada del coraggio un giorno premierà, dopo anni di sterile tenacia venturiana. Messaggio al monday night, e a chiunque aspirasse a detronizzare, molto chiaro: la Corona è salda.

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Governo Spalletti II. Per mutare lo stato naturale delle cose occorreva un riformatore, anche se proveniente dal passato. Se la Serie A è ancora un campionato e non si è chiuso a inizio dicembre lo si deve a Luciano da Certaldo, l’uomo del destino. Per intenderci se i sondaggisti avessero fatto il loro mestiere prima di Roma- Milan il 90% dei tifosi giallorossi, inclusi i più accaniti fan dell’ottimismo cosmico che imperversa in città, avrebbero dato la squadra di casa a X-2, fisso. Ringraziando Dio il 2016 non è l’anno dei sondaggisti. Ieri sera infatti la Roma non ha fatto la Roma. Ha riposto i fantasmi nel cassetto decidendo di diventare grande e giocarsi uno scontro diretto a Torino senza il fardello del potenziale meno nove e meno dieci. Partita modesta e povera di guizzi, decisa dall’ennesima giocata di un campione assoluto (costruzione con stop a seguire cinestetica, tiro con piede avverso balisticamente imprendibile). Una Roma fornita di inedito cinismo che gira la boa del ciclo terribile (derby, quello vero, Milan e Juve allo Stadium) col pieno di punti a disposizione. Incredibile anche a pensarsi. Senza Salah davanti mancano le bollicine e la formazione del contropiede perde in scenografia ma da qualche gara la difesa è granitica (eccetto l’erroraccio che regala un rigore non trasformato dal borioso Niang) e le geometrie sono più pragmatiche che belle. Secondo posto issato e testa allo spauracchio Stadium. Per il Milan rimane l’impressione che questo formato proletario sia un parossismo storico: Montella non ha ancora dato scuola ai suoi che restano sì pugnaci ma tecnicamente ineffabili. Se le gambe non reggeranno il girone di ritorno potrà riappianare quanto di buono visto finora perché la coperta è troppo corta quando mancano i titolarissimi. Si salvano l’educato Suso e un po’ di retroguardia dove Paletta redivivo e Romagnoli non sfigurano.

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Le altre. Se salta il Diavolo è pronto il Napoli, che maramaldeggia a Cagliari: Sarri ha ritrovato la trama sintattica e in attesa di Milik, e del mercato, la squadra macina reti non subendone. Bella notizia una doppia sfida con il Real, vera prova di maturità. Bentornati. La Lazio rialza la testa andando a vincere, e giocando bene, una bella gara a Genova mentre la Fiorentina ritrova in Kalinic i gol che le occorrono per uscire dalla stagflazione. Per l’Inter servono poche parole e tanti fatti. A Bologna vincono noia e paura di farsi male. Sul Palermo e su Zamparini andrebbero scritti trattati di neuropsichiatria; addolora pensare che qualcuno di poco stabile ha scientemente deciso di distruggere una squadra (menzione speciale per i 100 in A di Sergio Pellissier, signore silenzioso in un calcio di strilli). Nei bassissimi fondi il Crotone più che i tre punti vince la gara per l’onore: in un match dalla disarmante povertà tecnica – il Pescara ha una fase difensiva da Promozione – i pitagorici dimostrano che con questo carattere il destino non è segnato. Anche perché se Angelino Alfano è ministro degli Affari Esteri non vediamo il perché il Crotone non debba salvarsi. La Serie A è un bel campionato e chi non la pensa così può rincuorarsi con le otto reti segnate in Germania questo fine settimana (senza contare la manita rifilata al Wolfsburg dal Monaco).

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Postilla Champions. Alla lista delle certezze della vita, dopo morte e tasse, va addizionato l’ottavo di finale tra Arsenal e Bayern. Non fare dietrologie sui sorteggi è davvero difficile.

 

PS. Il pallone d’oro va immediatamente abolito e sostituito con il “Premio Contrasti” che premierà etica ed estetica. Spoiler: nel 2016 lo vince Antoine Griezmann, eroe di guerre europee (con club e nazionali), in un mondo che ama solo i vincenti e mai i perdenti, che loda l’oro e mai gli allori, che odia gli sconfitti. Che noi invece amiamo.