Due cose sono infinite: l’universo e la quantità di documentari su Maradona; ma riguardo all’universo è legittimo avere dei dubbi. La parafrasi del celebre aforisma di Albert Einstein ben si presta a sintetizzare quella che è la reazione degli appassionati ogniqualvolta esce un’opera audiovisiva dedicata al mito argentino. Questo sospetto – neanche troppo celato – nasce dal fatto che negli ultimi trent’anni è stato detto, scritto e mostrato di tutto e di più, non lasciando all’immaginazione che poche briciole. È proprio il caso di dire che di Maradona si conoscono vita, morte e miracoli. Con prevalenza di quest’ultimi, s’intende.

 

Ecco perché alla difficoltà di realizzare un prodotto davvero originale si accompagna il rischio concreto di fallire nell’intento, con l’aggravante di scadere nelle ripetizioni tipiche di un’operazione mossa da ambizioni meramente commerciali. Sprezzanti del pericolo, il regista Alessio Maria Federici e gli autori Antonio Di Bonito, Cecilia Gragnani, Jvan Sica e Roberto Volpe hanno accettato la sfida e dato vita a Maradonapoli. E hanno avuto ragione.
Il documentario uscito nel 2017 in occasione del trentennale del primo scudetto del Napoli e che nei giorni scorsi ha fatto il suo esordio in tv rappresenta un unicum. Che ci crediate o meno, non vi è nessuna traccia del Maradona giocatore. Nemmeno un gol, un assist, una finta. Niente di niente.

 

Ma è proprio questa mancanza a sostanziare la differenza di Maradonapoli rispetto agli altri lungometraggi del genere e a spiazzare lo spettatore che si aspetta da un momento all’altro di imbattersi in qualche magia del Pibe de Oro. Anche se va detto che la delusione di questa aspettativa più che legittima era in qualche modo preannunciata dal titolo. Maradonapoli è una crasi felice che esprime la compenetrazione tra due entità. Il protagonista del film non è dunque Maradona. E nemmeno Napoli. È Maradonapoli stessa.

 

Ogni domenica un vessillo per non dimenticare: Diego è sempre presente (Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

 

La decliniamo al femminile perché a nostro giudizio Maradonapoli è un sinonimo di “tradizione”, sostantivo la cui etimologia (dal latino traditionis) rimanda al concetto di consegna, di trasmissione nel tempo di un patrimonio culturale. Attività, questa, preclusa anche alla tecnologia più avanzata. Che, al più, può assurgere a strumento di supporto da consultare in un secondo momento, soltanto dopo che il seme della conoscenza è stato piantato. Perché la prima parte, la semina, è una prerogativa dell’uomo.

 

Gli autori di Maradonapoli hanno scommesso proprio su questo aspetto. Ovvero, si potrebbe dire, su tutto ciò che precede la visione dei video di Maradona. Sul racconto diretto di chi ha vissuto realmente quegli anni. E che non può fare a meno di tramandare quell’esperienza ai suoi figli. Ma anche a conoscenti, passanti o turisti. Conferendo alla Storia l’inerzia necessaria per ricominciare infinite volte senza esaurirsi mai.

 

Il risultato è una narrazione collettiva cui prendono parte persone comuni esponenti della vasta varietà sociale che esprime la città. Dal venditore ambulante al pizzaiolo, dal commerciante al tatuatore, dall’archivista del Banco di Napoli all’ingegnere, dalla ristoratrice al tassista, dal medico collezionista di cimeli al pescivendolo. Attraverso un sapiente montaggio, si ha come la sensazione di trovarsi all’interno di una seduta pubblica di psicoanalisi in cui ognuno confessa la propria debolezza, la propria dipendenza da Maradona, accettando il rischio di mostrarsi vulnerabile, passatista, fanatico o pagano. Tutti ‘difetti’ irrimediabili che certificano l’amore incondizionato di questo popolo per un eroe che è andato evidentemente molto al di là del calcio.

 

Malgrado la giovane età, questo bambino ha già le idee chiare su quali studi intraprendere (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

Pur nelle loro diversità, le persone intervistate sono accomunate dal lasciarsi andare alle emozioni. Nei loro sguardi convivono allo stesso tempo passione, gioia e orgoglio. Anticorpi con cui provano a ritardare il più possibile l’avvento della nostalgia e dell’amarezza, sentimenti che reclameranno spazio non appena si prenderà coscienza dell’irripetibilità di quel periodo. Per questo danno tutti l’impressione di non voler mai smettere di raccontare e raccontarsi. Per tenere a distanza la realtà e accendere l’immaginazione di chi ascolta. Quella stessa immaginazione che porta a considerare oggi, 30 ottobre, il giorno di Natale.