La figura è di quelle controverse. Amato e mitizzato dalla gente, ma trattato quasi alla stregua del matto del paese, quella specie di figura mitologica da bar della provincia italiana, che rimane ore a catechizzare il popolo con le sue bislacche teorie. I colleghi giornalisti ne conservano un ricordo in chiaro scuro. Per molti era fin troppo vistoso e lunatico per non essere dannoso alla categoria. Maurizio Mosca era così. Sempre senza filtro e mezze misure. Nella sua immagine pubblica non ci sono scale di grigio, o lo si ama o lo si denigra apertamente.

 

Sulle pagine di questo sito, nelle settimane precedenti, abbiamo tracciato i ritratti di personaggi che hanno travalicato il loro recinto professionale, elevando il mestiere di giornalista sportivo ad un livello alto, inteso anche come peso culturale. Chiariamo subito che per Maurizio Mosca questo non può valere. A posteriori, sicuramente suo malgrado. Si faccia attenzione, però. Non stiamo parlando di uno qualunque, messo di fronte ad una telecamera a ciarlare di pallone. Mosca, prima di diventare quel Mosca, è prima di tutto un giornalista di carta stampata, precisamente della Gazzetta dello Sport. Nemmeno uno degli ultimi della fila oltretutto, in quanto fino agli anni Ottanta inoltrati, il nostro, è caporedattore della rosea, e scrive in maniera apprezzata e competente di pallone, con stile impeccabile e pulito.

 

Riunione alla Rosea. Da sinistra a destra: Gianni De Felice, Gino Palumbo, Enzo Biagi, Maurizio Mosca (foto Corriere della Sera)

 

Del resto non ci si può sorprendere di questa abilità. Maurizio Mosca viene da una famiglia dove la parola scritta è mezzo per mettere il pane in tavola ed elevarsi socialmente. Il padre, Giovanni Mosca, è un maestro elementare che in seguito si dedicherà alla scrittura e soprattutto alla satira. Negli anni Cinquanta Mosca senior è uno dei più quotati vignettisti d’Italia, e le sue taglienti illustrazioni trovano spazio sulle pagine del Corriere della sera. Oltre a questo avrà una fortunata e riconosciuta carriera anche come scrittore e drammaturgo, dirigerà riviste di umorismo e satira come “Bertoldo” e “Candido” collaborando con personaggi del calibro di Zavattini e Guareschi. Anche i fratelli Paolo e Antonello avranno una solida carriera come giornalisti e scrittori.

 

Maurizio non si discosta da questa inclinazione, ed inizia fin da subito a cimentarsi con il giornalismo sportivo diventando parte della squadra della Gazzetta dello Sport fino ad esserne direttore ad interim per due anni. Tutto è destinato però a cambiare in poche semplice righe. Più precisamente le righe che Mosca scrive sulla Gazzetta in un giorno del 1983. In Italia si sta giocando il campionato più bello del mondo, tutti i galli del pollaio pallonaro si battono ogni domenica sui fangosi rettangoli verdi del bel paese. È un’epoca d’oro, tant’è vero che una piccola squadra di provincia come l’Udinese si è potuta permettere nientemeno che Zico, eroe della nazionale brasiliana, uno dei tre migliori giocatori di quel momento. Zico è però un brasiliano atipico, niente samba sorrisi e carnevale, è considerato il terrore dei giornalisti, e da quando è giunto in Friuli ancora nessuna testata è riuscita a strappargli un’intervista.

 

Altri tempi

 

Forse tranquillizzato da questa ritrosia alle luci della ribalta, a Mosca viene la malsana idea di pubblicare un’intervista dove sostanzialmente fa dire a Zico qualcosa tipo “Platini sei finito!”, o cose simili. Il tutto dopo un paio di viaggi a vuoto verso il ritiro della squadra bianconera e qualche striminzita parola rubata al “Galinho”. Grandi applausi per quello che sembra a tutti gli effetti uno scoop tra i più riusciti della stagione. Mosca spiega come questa “bomba” sia stata possibile grazie all’amicizia che lo lega al campione brasiliano. Qualche settimana dopo, la mosca, però, salta al naso di Zico. Decide per la prima volta di essere ospite al Processo del Lunedì, la trasmissione che inchioda tutte le settimane milioni di appassionati allo schermo e frutto della fantasia di Aldo Biscardi. Tra gli ospiti in studio c’è ovviamente Maurizio Mosca.

 

Tutte le attenzioni biscardiane sono sul super-ospite Zico, credendo di metterlo a proprio agio e cercando una sponda in Mosca, Biscardi chiede al campione brasiliano come ha conosciuto il giornalista che per primo è riuscito ad intervistarlo. Zico scruta Mosca, e lo giustizia come era solito fare con i portieri: “questo signore io non lo conosco. E non ho mai concesso alcuna intervista”. Apriti cielo. Mosca viene immediatamente sospeso dalla Gazzetta, e la sospensione si tramuta poi in licenziamento.

 

Mosca e il suo celebre pendolino (foto LaPresse)

 

Ora, con il senno di poi, possiamo dire che la carriera del vero Maurizio Mosca nasce in quel momento, nella serata di quell’infausto lunedì.
Da lì in poi si dipanerà l’immagine più conosciuta e amata di Mosca. Da frequentatore occasionale dei salotti televisivi, trova il modo di riciclare la sua immagine proprio davanti alle telecamere. Ne fa in pratica il suo lavoro, e decide di dare un taglio del tutto diverso a questa sua nuova carriera. Da polemico ma comunque composto opinionista, si trasforma in teatrante e figura caratteristica di un mondo del pallone in evoluzione sempre più marcata verso lo spettacolo. Chissà quanto c’è di calcolato e quanto di naturale in questa mutazione. Le tv locali sono il suo terreno fertile, dove può proliferare tutto il suo istrionico gusto per l’esagerazione.

 

Con la definitiva esplosione del fenomeno delle tv private, soprattutto di quelle legate alla Fininvest di Silvio Berlusconi, Mosca diventa un volto conosciuto e chiacchierato. Trasporta in tv quello che è da sempre uno dei momenti più autentici del tifo nostrano: la gara a chi la spara più grossa. Quanti di noi, al bar, in ufficio, davanti agli amici, si sono lasciati trascinare in qualche argomento calcistico, infiammandosi in polemiche perlopiù inutili, ma diventando magari chiassosi, paonazzi e financo volgari.

 

Lite d’antologia Bene-Mosca al Processo del Lunedì

 

Nelle ospitate al Processo di Biscardi, Mosca inizia a dare il meglio di sé con un repertorio ampio e vario che pesca a laute manciate dal trash più puro: ad esempio i siparietti con addetti ai lavori o semplici tifosi vip, con lui che si agita, urla, strepita, si alza dalla sedia per mimare goffamente gesti tecnici o falli da rigore. Il linguaggio popolare e talvolta scadente nella volgarità, con un Biscardi che finge di abbassare i toni, ma gongola pensando allo share, completa il quadro di una commedia che pare quasi recitata, vista ad anni di distanza. La potenza di tutto questo circo sta proprio nel favore popolare: anche grazie alle scenate polemiche di Mosca il Processo diventa una trasmissione di culto, e accentua queste sue caratteristiche quando passa dalla Rai alle reti private, prima la nascente Tele+ poi Telemontecarlo.

 

Mosca dà bella mostra di sé anche in altre trasmissioni rimaste nella memoria: sulle reti Fininvest è ospite fisso di “Guida al campionato”, con trovate che rasentano e talvolta superano il ridicolo. Assieme a Piccinini, serio e compunto conduttore, Mosca s’inventa sceneggiate indimenticabili come il celebre “pendolino”, dove come una specie di stregone fa ciondolare un pendolo per stilare bislacchi pronostici sul match clou della giornata di campionato. Sono scenette senza alcun fondamento tecnico, pronostici dove spesso le partite finiscono zeppe di gol, con espulsioni a raffica e capovolgimenti di fronte assurdi. Si vanterà però di aver azzeccato l’incredibile vittoria del Camerun nella partita inaugurale di Italia 90 contro l’Argentina di Maradona campione uscente. Ben coscienti della totale inattendibilità della cosa, gli spettatori rimangono comunque rapiti ad ascoltare le bizzarre previsioni. E Mosca sembra quasi compiacersi di questa sua immagine di ciarlatano applicato al calcio.

 

Maurizio Mosca alla camera ardente di Candido Cannavò allestita presso la Sala Montanelli della Gazzetta dello Sport (foto Corriere della Sera)

 

Sempre sulle reti berlusconiane si avventura anche nella diretta concorrenza al processo biscardiano col suo “Appello del martedì” dove si presenta al pubblico bardato di toga e pronto a sentenziare su tutto quello che ruota attorno al pallone. Una trasmissione divenuta di culto per l’esasperazione continua che l’attraversava, frutto di giudizi sempre netti ed urlati, dove a vincere era sempre chi riusciva a scatenare l’ovazione popolare del pubblico in studio. Nel sottobosco delle tv private lombarde, poi, tutto questo show viene elevato all’ennesima potenza. La Gialappa’s band nel suo “Mai dire Gol” arriva a dedicare una sezione apposita per le perle di Mosca.

 

Troviamo davvero di tutto, e su Youtube si possono gustare questi siparietti che la dicono lunga sulla figura che Mosca decide di ritagliarsi in questa sua seconda carriera. Non si contano tutte le volte in cui ha annunciato l’arresto per direttissima di telespettatori che chiamavano nelle sue trasmissioni, accusandolo delle cose più assurde, o tutte le volte in cui maltrattava completamente a caso gli ospiti in collegamento producendo abbandoni di studio camuffati a fatica dal conduttore di turno. Ma in quello che era il suo cortile di casa, Mosca starnazzava come meglio credeva: lunatico, despota, esagerato e grossolano, era però l’autentica fortuna delle piccole trasmissioni delle tv private, che vivevano delle briciole lasciate dall’avvento delle pay-tv sul mondo del calcio. Un pensiero assillante, ripercorrendo la carriera di Mosca, viene però naturale. Quanto di questa immagine di eccentrico e rumoroso giullare era voluta e quanto era reale necessità? Sembrano davvero due persone diverse il Mosca giornalista della Gazzetta e quello delle super-bombe di mercato, mai azzeccate neanche per sbaglio. E chissà se nel suo intimo un uomo di cultura, come comunque almeno per formazione era Maurizio Mosca, fosse in qualche maniere sofferente di questa maschera da giullare da indossare ogni volta che la telecamera si accendeva.

 

Negli ultimi anni della sua vita

 

La banale e ritrita retorica del pagliaccio triste è forse quella che viene in aiuto più immediato confrontando le due vite del giornalista Maurizio Mosca. Chi lo conosceva da vicino giura sulle qualità professionali, e tiene a sottolinearne la validità come giornalista. Alcuni riconoscono una sua malcelata nostalgia per la carta stampata, altri parlano di scelta consapevole, che sarebbe stata comunque inevitabile anche senza l’affaire Zico. Forse davvero Mosca ha avuto come unico cruccio in carriera quello di non essere completamente riconosciuto dalla sua categoria. Quando muore a Pavia, sulla soglia dei 70 anni, consumato da una malattia che non lascia scampo, è comunque rimpianto da tutti, e nei giorni seguenti tutti i calciofili del paese stilano classifiche sulle loro perle preferite. Molti dei colleghi, soprattutto della carta stampata, non lo considerano uno di loro, trattandolo alla stregua di un guitto. Per il grande pubblico Maurizio Mosca è stato un personaggio da adorare, di cui si aspettava di vedere l’ennesima scenetta comica, che faceva sognare con i suoi colpi di mercato sballati e il cui pensiero era nonostante tutto atteso e preteso. Era però un amore ispido, mosso dalla morbosa voglia di vedere qualcuno rendersi ridicolo in diretta tv.

 

Tutto questo amore popolare, tutte le ovazioni che si meritava nelle scenate al “Processo”, servivano forse, in qualche maniera, per creare un diversivo, una fragorosa e vistosa via di fuga da una fine così drastica e traumatizzante di una carriera giornalistica. Tutto questo articolato show è stato forse una colossale messa in scena per rimanere a fare comunque l’unica cosa che voleva realmente, cioè parlare di calcio, dicendo sempre la sua in maniera tagliente e con le dovute venature ironiche che prevede quello che rimane pur sempre un gioco. Andare al di sopra delle righe era diventata probabilmente una necessità per distinguersi ed essere ricordato. Alla fine, quasi involontariamente, Maurizio Mosca si era trasformato in una caricatura di sé stesso, proprio come quelle delle vignette disegnate dal padre.