È successo. Il record è stato battuto. Un ragazzo della Brianza ma dal sangue sardo ha scritto il suo nome in cima alla lista degli italiani più veloci di sempre. È Filippo Tortu, ha 20 anni appena compiuti, corre per il Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, ed è il terzo atleta bianco a scendere sotto i 10″ nei 100m piani, dopo Christoph Lemaitre (FRA, 9″92) e Ramil Gulyev (TUR-AZR, 9″97).

La prima, giusta e immediata reazione è quella dell’euforia, dell’esultanza, della gioia più pura. Non serve nemmeno spiegare perché, né una spiegazione logica: c’è un tempo da battere → un uomo ce la fa → siamo contenti. Se poi è la distanza regina, l’apoteosi atletica, il simbolo dello sport puro, ci esaltiamo. Ma noi siamo fatti così, cerchiamo di non essere solo dei bruti che si limitano al godimento, e andiamo oltre, per assistere a un accadimento Storico e renderlo tale fin da subito. Quello che ha fatto Tortu a Madrid venerdì 22 giugno 2018 non è solo un atto di meraviglia, un qualcosa per noi talmente alto da sfuggire alla completa comprensione, ma è anche un evento che segnerà chiunque nutra un minimo legame con lo sport. Ciò porta con sé molte considerazioni, e tra le tante ne prendiamo tre. Innanzitutto il paragone continuo con il vecchio detentore del record, il corridore per eccellenza, il prototipo dell’atleta: Pietro Mennea. Poi una questione di percezione del Tempo (in senso assoluto), relativa al tempo (in senso specifico, quello del record). E infine un problema sulla dimensione italiana di questa prestazione, perché abbiamo tra le mani e sotto gli occhi un vero campione, costruito sul talento e sulla sua gestione, e questo è un problema grandissimo, se sei italiano.

 

Andando con ordine, il mantra dell’aver battuto Mennea sarà ripetuto ancora per molto: ed è giusto così. Non è un paragone scomodo, come accade con Maradona nel calcio e con Pantani nel ciclismo, fatto apposta per affossare il campioncino di turno. Non lo è intanto perché c’è il cronometro a parlare, e 9″99 < 10″01, e quindi dal punto di vista strettamente cronometrico Tortu è migliore di Mennea, almeno sui 100m. Ma non lo è soprattutto perché Pietro da Barletta ha scritto la storia di un Paese che era ancora disposto a farsi educare dallo Sport, un Popolo che viveva nel gesto atletico una palpitazione talmente forte da trasformare quel nome in un’Idea, divenuta il riferimento per la velocità di qualsiasi entità, anche fuori scala. “È veloce come Mennea!”, o “Uno scatto alla Mennea!” viene detto di qualsiasi cosa si muova con velocità su una linea retta. Perché Pietro è un’azione, Pietro è una cometa da guardare a San Lorenzo, Pietro è un graffio sulla Storia. Al giovane Filippo non deve importare niente di tutto questo, perché il mondo è cambiato e non ci sono più le condizioni (e forse, a malincuore, la necessità) perché tutto questo accada ancora. Mennea era una risposta a una domanda tipicamente italiana che oggi, se c’è, ha cambiato forma; una risposta che non ha alcun senso rincorrere. I piani sono dunque nettamente separati, senza contare il divario stilistico: Filippo è ben più bello da vedere di Mennea: agile e grazioso, se non si irrigidisce sul lanciato non avremo solo un campione di corsa ma anche di eleganza. Perché se in comune restano la specialità e quell’asciutto rapporto tempo-spazio, noi sappiamo che lo Sport è molto più della gara in sé.

 

In quinta corsia (con le scarpe gialle). Ammiriamolo tutti.

 

 

Riguardo al cronometro, invece, la questione è presto detta: 9″99. Tre numeri invece di quattro. Il discrimine per tutti. È un confine tutto ideale, tutto d’immagine emotiva ma non per questo meno importante, anzi. Il suo miglior tempo nel 2016 era 10″19, abbassato a 10″15 l’anno successivo. Un anno dopo, sono crollati quei sedici centesimi che segnano il confine tra un velocista e un campione.  Una palpebra impiega tra i 3 e i 4 decimi di secondo per chiudersi e tornare in posizione. In un tempo inferiore alla metà di quello che ci mette un occhio per inumidirsi, noi inseriamo la differenza tra un eroe nazionale e un corridore di passaggio. Quanto avrebbe valso pareggiare solo il tempo del record, e quando bello sarebbe stato portarlo a 10″ netti? Ma ora è lì, sotto quella soglia che si definisce distrattamente muro: è un muro tanto ideale quanto solido, perché una volta abbattuto si ricostruisce immediatamente dietro allo cronoclasta. Il cronometro dipinge questa immagine: superata la barriera, quegli stessi mattoni si ri-assemblano alle mie spalle. Ora, chi scrive è convinto che non sarà così, ma ammettiamo che per tutta la sua carriera Tortu non riesca più a eguagliarsi, fermandosi sempre a 10″00 o più. Quel centesimo fa di lui un fallito? Un bollito? Ovvio che no, anzi. Quindi attenzione tutti, adesso. Non chiediamo a questo giovane atleta quello che noi stessi non sappiamo – in cose ben più banali – spesso dare: più del massimo.

 

La pista azzurra di Bydgoszcz è un mare da solcare, in rimonta fino all’argento mondiale under 20.

 

Concludendo, si pone il Problema dei Problemi, se sei un giovane promettente atleta italiano: la tua gestione. Il nostro movimento negli ultimi decenni ha fatto scuola per la capacità di distruggere qualsiasi futuro campione, erodendo da subito grosse fette di talento per non saper gestire, coordinare, organizzare il suo percorso e soprattutto per non aver responsabilizzato chi curava quell’atleta. È un problema innanzitutto federale, “Federazione” come entità non solo istituzionale – e quindi politica – ma come struttura complessa di gerarchia che impone la sottomissione ad alcuni centri di potere, più o meno giustificati. Da anni ormai si critica il basso livello tecnico italiano (come dimostrano le passerelle a medagliere praticamente vuoto negli ultimi Mondiali di Londra o alle Olimpiadi), ma le soluzioni “apportate” dalle diverse dirigenze non sono all’altezza. Come il funzionamento dei Gruppi Sportivi Militari, per esempio: fondamentali nel nostro sistema ma spesso fonti di grosse, grossissime criticità.

 

Al Golden G>ala di Roma, arriverà 3° dietro Baker e Vicaut, in 10″04. Foto ©ALFREDO FALCONE

 

Ora Tortu non esce fuori a caso: chi ha seguito l’atletica nazionale negli ultimi anni sa benissimo di chi stiamo parlando, e sa benissimo di quanto timore ci fosse a lucidare questo diamante grezzo. Il suo palmares è già prestigioso: con l’argento ai Mondiali u20 a Bydgoszcz (Polonia) nel 2016 e l‘oro agli Europei u20 2017 di Grosseto, Filippo si è mostrato a tutti come il nostro “futuro”, e ancora lo è perché, pur incarnando uno splendido presente, non è ancora uscito dalle “categorie giovanili”. Ma queste categorie giovanili sono per quasi la totalità del fiore atletico nazionale una sabbia mobile da cui non si esce. Magari una fiammata tra gli adulti, poi l’arruolamento in GSM, qualche gara buona e…puff: o ci si barcamena tra mezzi rendimenti, o si scompare. Un infortunio o qualsiasi cosa sia, poi, si tiene nascosto: nessuno sa più niente e si esce dai radar. O si ha la fortuna di essere particolarmente mediatici (per vari motivi, ma noi continuiamo a preferire le prestazioni) e allora la questione può essere diversa, mail risultato è lo stesso. Una gestione tecnica tanto assurda quanto estrema è stata la causa della distruzione di due dei talenti azzurri più fulgidi, per fare due esempi. Andrew Howe, da un lato, seguito da un entourage federal-materno evidentemente impreparato a dir poco, o al contrario Alex Schwazer, distrutto prima come uomo e poi come atleta, lasciato solo da sempre, “tanto si arrangia“. E sappiamo tutti com’è finita.

 

Ci auguriamo di cuore che Filippo sia più tutelato degli altri prima di lui. Che questo record, che non dà nulla al movimento per ora, sia un pretesto per cambiare atteggiamento e imitare invece la pianificazione oculatissima di Filippo e del padre Salvino che lo allena. Siamo davanti a un cambiamento epocale per noi, perché potrebbe davvero consistere non in chiacchiere ma in risultati. Abbiamo goduto di qualcosa di incredibile, di alto, altissimo. Di meraviglioso. Non lo sprechiamo.

 

 

In copertina foto di Giancarlo Colombo/A.G.Giancarlo Colombo