Me lo chiedono spesso tanti miei colleghi ed amici in gruppo. «Michè, ma perché non vieni anche tu a vivere in Svizzera o a Montecarlo o vicino ai grandi laghi del Nord Italia ? Ci si allena alla grande, sei a due passi da dove si svolgono le corse più importanti e poi sono posti meravigliosi» mi ripetono una volta si e l’altra pure Vincenzo, Pippo e Damiano.

 

Mi spiace ragazzi. Io abito già nel posto più bello del mondo. E non mettetevi a ridere! Non è una delle mie solite battute. Lo penso davvero. Filottrano è il mio paese e i suoi borghi, le sue strade di campagna e le colline qui intorno per me sono il Paradiso. Io è qua che sono cresciuto, e qua ci ho portato Anna, l’amore della mia vita che dal suo bellissimo Veneto ha deciso di seguirmi fin qui per vivere con me e mettere su famiglia. Ci siamo sposati e poi 5 anni fa mi ha regalato due capolavori, Tommaso e Giacomo, i nostri due scatenati e meravigliosi gemelli. Ed è qua che riposerò quando arriverà il giorno di smettere di andare su e giù per le strade d’Europa con la mia bicicletta. Non manca molto. A settembre di quest’anno saranno 38 primavere sul groppone. Ad una simile età non siamo rimasti in molti nel gruppo.

 

Uno di questi è Samuel Sanchez, lo spagnolo ex-campione olimpico. Quando ci ritroviamo alla partenza di una gara ci guardiamo, ci salutiamo e poi, immancabilmente, scoppiamo a ridere. «Ciao vecchio! Cosa fai ancora qui?» chiedo ogni volta a Samu. «Vecchio sarai tu Scarpa! Guardati. Con le rughe che hai in faccia non ti basta una crema. Ci vuole una smerigliatrice!». Poi però in corsa ci accorgiamo che sono ancora in tanti, ma proprio tanti, i ragazzotti con 10 o magari 15 anni in meno di noi due che non ce la fanno proprio a tenere il nostro passo, soprattutto in salita e in discesa dove Samu ed io siamo ancora tra i più forti. Per cui, calma e gesso. Non c’è nessuna fretta di attaccare la bicicletta al chiodo. Saranno la strada, le gambe e soprattutto la testa a dirmi quando sarà arrivato il momento di dire basta. Per adesso ho tante cose molto più importanti a cui pensare. Come ad esempio il prossimo Giro d’Italia dove all’Astana, dopo il guaio capitato a Fabio Aru, hanno ritenuto che nonostante la carta d’identità (e le rughe) possa ancora mettere i gradi di capitano della squadra in una grande corsa a tappe. Mica una corsa qualsiasi amici miei! Il GIRO D’ITALIA.

 

Uno sguardo che vale più di mille parole.

 

Michele Scarponi non correrà quel Giro d’Italia (in cui avrebbe dovuto essere il capitano del Team Astana) E’ la mattina del 22 aprile del 2017. Michele Scarponi, “l’aquila di Filottrano” come ormai da tutti è chiamato in gruppo, è uscito presto ad allenarsi. E’ nelle sue abitudini inforcare la bici ed uscire di prima mattina per allenarsi sulle sue strade, quelle nei dintorni della sua Filottrano. In mezzo alla campagna, su e giù per quelle colline che Michele conosce come le sue tasche. E’ uscito anche stamattina nonostante il giorno prima avesse corso l’ultima tappa del “Tour des Alps”, 200 km competitivi e durissimi dalle parti di Trento dove le salite sono dure davvero e dove la primavera arriva dopo che altrove. E nonostante i tanti km percorsi in macchina per arrivare in tarda serata nella sua Filottrano. Saranno in tanti i colleghi che si stupiranno di questa scelta. «Ma come ? Dopo una corsa del genere il giorno dopo c’è scarico, un bel massaggio e magari una “sgambata” nelle ore più calde!». Programma buono per tanti ma non per Michele Scarponi. La fatica è la compagna più fedele di un ciclista. Perché quella c’è sempre e non ti abbandona mai. In allenamento, in gara, nei continui spostamenti in aereo o in automobile. Per Michele è così da quando a 17 anni ha trionfato nel Campionato Italiano Juniores e ha capito che lui per la bici e per la fatica ci era nato.

 

Ma oggi, 22 aprile del 2017, Michele la fatica la sente ancora meno del solito. Non solo perché alle porte c’è la corsa che ama di più in assoluto e non solo perché dopo tanti anni da “spalla”, da “luogotenente” di un capitano stavolta il capitano sarà proprio lui. Ma c’è dell’altro, c’è molto di più. Solo cinque giorni prima, il 17 di aprile, Michele Scarponi ha tagliato per primo il traguardo di una corsa. E’ successo proprio al Tour des Alps, nella prima tappa, quando ha messo la sua ruota davanti a ciclisti di primissimo piano come Geraint Thomas o Thibaut Pinot e a ben quattro anni di distanza dalla sua ultima vittoria individuale. Non è una vittoria “normale”. E’ la prima vittoria che i suoi due adorati “cuccioli” Giacomo e Tommaso sono stati in grado di vedere, capire e di gioirne insieme alla bellissima mamma Anna, ex-ciclista pure lei. Erano mesi e mesi che tampinavano il loro babbo «papà ma tu non vinci mai?» gli chiedevano inesorabilmente al termine di ogni gara. Come fare a spiegare loro che il papà doveva spesso aiutare qualcun altro a vincere, che il loro papà non ha lo spunto veloce di tanti suoi colleghi ma che per vincere il loro papà quasi sempre deve staccare tutti gli altri e arrivare da solo. Ecco, in quella maledetta mattina del 22 aprile quelli erano con ogni probabilità i pensieri di un uomo orgoglioso, di un professionista determinato e forte. E di un marito e di un padre felice. Tutte cose che il povero operaio alla guida di quel maledetto camioncino non poteva sapere.

 

Come non poteva sapere che Michele Scarponi, di Filottrano come lui e che ovviamente conosceva di nome e di vista perché a Filottrano si conoscono tutti, sarebbe passato di lì proprio in quel momento, all’uscita di quella curva e che abbagliato da quel maledetto raggio di sole non aveva potuto vedere Michele. La sua simpatia contagiosa, i suoi sorrisi e la sua disponibilità assoluta giù dalla bici che diventavano concentrazione, grinta e spirito indomito non appena sulla bici ci saliva. Qualcuno dice che la traccia che lasciamo negli altri dopo che ce ne siamo andati racconta veramente chi siamo. Beh, se questo è vero quella di Michele Scarponi non verrà scalfita ne del vento, nè dalla pioggia e neppure dal tempo.

 

Lacrime.

Ma questa è una storia maledetta che non finisce con la sua morte. Al povero operaio piastrellista che investì e uccise con il suo furgone Michele Scarponi, pochi mesi dopo viene riscontrato il cancro. Non si era mai dato pace per quanto accaduto quella mattina. Non solo conosceva Michele (a Filottrano si conoscono tutti) ma ne era anche un suo tifoso. Nel febbraio di questo 2018 perderà la vita. I suoi amici più stretti diranno che non ce la faceva a lottare, che non reagiva alle cure, che si è lasciato morire.
E poi c’è il fedele pappagallo Frankie, amico inseparabile di Michele nelle sue uscite di allenamento e reso famoso dagli stessi video che Michele pubblicava delle sue pedalate con Frankie posato sulla spalla. Ancora oggi Frankie ha due appuntamenti fissi: quello di andare ad attendere i due gemellini di Michele e Anna all’uscita della scuola e quella di andarsi a posare sul cartello stradale posizionato sull’incrocio dove avvenne l’incidente.

 

Di Filottrano come Michele sono due fratelli musicisti, Marino e Sandro Severini, i “Gang” per chi ha dimestichezza con il folk-rock italiano. Pochi mesi prima della morte di Michele, i Gang hanno girato un video di una loro (bella) canzone che si chiama “Nel mio giardino”, girata percorrendo le vie, i borghi e le strade della campagna di Filottrano, le stesse su cui Michele amava allenarsi. Ad un certo punto nel video arriva un ciclista, con la sua maglia celeste. Si ferma e sorride alla telecamera. E’ proprio lui, è Michele. In quel “giardino” che racconta dell’amore per la propria terra c’è anche lui, Michele Scarponi, che da quella terra non ha mai voluto andarsene.