E’ la capitale europea più occidentale di tutte nonché l’unica affacciata sull’Atlantico. È un polivalente centro che tiene ben saldi al suo interno migliaia di microcosmi. Deve la sua origine ad un fiume e sette colli ma non si tratta di Roma. Lisbona, alias quell’indolente e malinconica capitale che come la stragrande maggioranza delle città di mare vive di nostalgia, è immediatamente avvicinabile ad un gigantesco melting-pot di storia, di cultura, di passione mista a tradizione, di ampie praças e mozzafiato miradouros. Non ci sono solo piazze e belvedere, chiaro, ma mille anime racchiuse in uno scheletro che solo a stento riesce a tenerle unite tutte: Bairro Alto è il quartiere benestante e pullula di divertimento, la Baixa rappresenta il cuore pulsante della città, il Chiado mette in evidenza l’orgoglio di un quartiere rinato dalle fiamme che avrebbe poi ispirato i leggiadri versi di Pessoa. Per queste strade la gente viveva le giornate a ritmo di fado: ma non quello di Coimbra, che si ritiene praticato da personaggi di estrazione colta tra cui gli studenti universitari su tutti, bensì quello, appunto, di Lisbona. Quello della gente, del popolo, quello che potete sentire mentre vi state rifocillando in una delle tante osterie, le tascas, che proliferano in questa capitale dal cuore fragile. Sedetevi dunque, prendetevi un caffè (magari accompagnatelo con le tipiche Pastéis De Nata, quelle del quartiere di Belém dicono siano le migliori della città) ed io nel frattempo vi racconto una storia.

Blue Hour, Lisbon Skyline, National Pantheon, Vasco da Gama Bridge, Lisbon, Portugal

Uno sguardo serale su Lisbona

Essendo così grande, Lisbona è stata divisa in freguesias. O meglio, con tale termine si può intendere quello che in italiano chiamiamo “frazione”. Il concetto è che nella São Domingos de Benfica, il 28 febbraio 1904, la gente era tranquillamente nelle sue faccende affaccendata quando Cosme Damião decide di creare un mito, prima ancora che una squadra di calcio. Il suo simbolo era l’aquila, il motto quello che ancora oggi campeggia ovunque: E pluribus unum. “Out of many, one” in salsa americana, sebbene la paternità dell’aforisma sia da attribuire a Virgilio e al Moretum. Il discorso potrebbe assumere toni spassosi, sicché tale poema descrive una ricetta a base di formaggio e l’espressione e pluribus unum indica semplicemente l’amalgamarsi di vari colori durante la sua preparazione. Ma non sia mai. Torniamo immediatamente seri, di colpo, perché nel 1906 verrà fondato un altro club che finirà per unirsi con quello precedente. Quest’ultimo aveva come simbolo una ruota di bicicletta. Come la logica suggerisce, nacque lo Sport Lisboa e Benfica: data di nascita, colori sociali, motto e stemma provengono dalla prima società, mentre dalla seconda ecco la ruota di bicicletta che trova ancor oggi posto sul fondo dello stemma. Stemma che è dominato dall’aquila ovviamente, sicché ancora oggi il lemma aguias è sinonimo di benfiquistas. Vi garantisco che non conosco il portoghese, ma ho capito comunque cosa volesse dire.

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L’aquila, la ruota di bicicletta e il motto della squadra: nello stemma del Benfica è racchiusa la sua storia

Comprensibile, dunque, che si parli di mistica. Ma urge subito una precisazione: siamo in Portogallo e l’84.3% delle persone si definisce cristiano (di cui l’81% cattolico). Sebbene sia chiaro come la sfera religiosa si trovi una spanna sopra quella calcistica per importanza, e Lisbona non si erge di certo ad eccezione, è altrettanto lampante come molti aspetti siano presi in prestito dalla contemplazione del divino e inseriti in un altro contesto: quello calcistico. Di mistica si parla, ma A Catedral non è una chiesa: è lo stadio del Benfica, l‘Estádio da Luz (ma il nome ufficiale è Estádio do Sport Lisboa e Benfica, volendo esser precisi), luogo di culto per 66147 persone al massimo. Ma suvvia. Il Benfica ha 197 milioni di soci, è la prima squadra al mondo in questa classifica e i suoi tifosi, come disse nel 2014 Trapattoni, “sono unici al mondo”. E pluribus unum, per l’appunto: tra tante squadre, devoti solamente ad una. Nel calderone di varie sfumature del nostro Moretum di Virgilio, una sola è quella prediletta. Quella rossa, encarnada. Colore della passione, non è difficile cercarne il significato in quell’immensa sfera che è la simbologia. Si evince immediatamente come il rosso sia un colore primario, sintomo di una personalità forte e di una fiducia in sé stessi oltre i limiti. Alcuni scienziati sostengono sia la tinta che prima delle altre attira lo sguardo dell’uomo, altri vedono in esso una sfumatura guerresca identificabile con una smisurata brama di potere. Le controindicazioni, naturalmente, poi dietro l’angolo: presunzione, irascibilità e irrequietezza sono i mali a cui far attenzione.

La passione incarnata: giocatori e tifosi festeggiano il 35esimo titolo portoghese

Vincere aiuta a vincere, ma negli ultimi tempi al Da Luz non vedono più i campioni di una volta. Colpa di una crisi economica, quella globale, che ha colpito anche il Banco Espirito Santo: non sarebbe un problema se il BES non fosse anche il principale azionista privato dello SLB, così come non importerebbe a nessuno il Benfica Stars Fund, fondo d’investimento che la banca ha costretto il club a chiudere per gettare nuovo denaro nei sofferenti conti del BES. Come frenare quest’emorragia? Vendendo il vendibile. Certo, non tutti i giocatori della rosa attuale sono di primissimo pelo e negli anni recenti qualche Benito o Derley c’è stato, ma si può dire che i vari Markovic, André Gomes, Gaitan, Lindelof, Ederson e compagnia bella siano tutti parte di un progetto che viene portato avanti con lo scopo di ottenere succose plusvalenze per sopravvivere. Perché vi sto dicendo tutte queste cose? Perché nonostante i migliori vadano via, e al loro posto ci si trovi spesso con meteore sudamericane di dubbie qualità, il popolo benfiquista NON contesta. Lo scrivo maiuscolo. Certo, magari non saranno tutti pienamente d’accordo, ma di certo non osano infrangere la separazione tra sacro e profano. Il motivo? La mistica. Non posso spiegarvi cosa sia, non posso darvi una definizione di cosa voglia dire, posso solo dirvi che esiste. Come un dogma, come un assioma, non lo si può prendere e confutare. O lo si accetta, o niente. Prendere o lasciare. E poi, giusto per concludere questa lunga parentesi, la competizione, lo spirito che nell’antica Grecia veniva chiamato ἀγών, è ancora fortemente presente. Sarà mica per questo che come attaccante titolare hanno preso il puntero ellenico Kostas Mitroglou?

Benfica's supporters display a giant banner depicting an eagle holding the Champions League cup and reading "Let's win for us" as the players enter on the pitch moments before the UEFA Champions League round of 16 first leg football match SL Benfica vs Borussia Dortmund at the Luz stadium in Lisbon on February 14, 2017. / AFP / PATRICIA DE MELO MOREIRA (Photo credit should read PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

La fede è spesso irrazionale e al Da Luz ci si augura ancora la Coppa dalle grandi orecchie, proprio come un tempo

L’unica spiegazione possibile alla mistica del Benfica fu data nientemeno che Béla Guttmann, uno di cui avevamo già parlato:

 “Piove? Fa freddo? Fa caldo? Che importa? Anche se la partita fosse durante la fine del Mondo, tra le nevi del monte o in mezzo alle fiamme dell’inferno, per terra, per mare o per aria, loro, i tifosi del Benfica, vanno lì, appresso alla loro squadra. Grande, incomparabile, straordinaria massa associativa! …Solo chi fa parte del Benfica può capire cosa sia la mística. Io invece avevo sentito parlare della mística, ma scrollavo le spalle. Non sapevo cosa fosse. Francamente, avevo anche pensato che non esistesse, che non fosse nulla più di una parola semplice e vuota. Adesso, però, che l’ho incontrata, sentita e vissuta, vi dico che esiste. Non vi è club al mondo che abbia mística uguale a quella del Benfica. E questo è, dopo tutto, uno dei grandi segreti dei loro successi e della loro forza”.

Sentita in porgtoghese fa decisamente più effetto, ve lo garantisco, e per darvene prova riporto la prima frase. Immaginatela pronunciata da Eusébio, se volete: só quem está lá dentro do Benfica é que pode saber o que é a mística. 
Già, Eusébio. Lo dico dall’inizio: è impossibile tracciare un confine tra sacro e profano, perché per quanto le due dimensioni si intersechino inevitabilmente l’un nell’altra, i portoghesi le tengono saldamente distinte. La Pantera Negra ad esempio era devotissimamente cattolica, eppure oggi non si può entrare al Da Luz senza prima essersi recati quasi in pellegrinaggio dinanzi alla statua bronzea che lo raffigura. Non so se abbiate studiato l’architettura classica, ma mi avvalgo di questo esempio per spiegare il concetto: negli antichi templi greci, c’era una parte che si trovava esattamente davanti alla cella templare. Si chiama prònao, ed era il porticato oltre il quale si poteva accedere al vero tempio. La statua di Eusébio è un po’ la versione moderna di questa roba. E comunque, le mie sono solo parole dette al vento che spinge sul Tago. Credete alla mistica del Benfica? Non ci credete? Affari vostri. Ma se vi dico che Eusébio si è recato a pregare presso la tomba di Béla Guttmann affinché ottenesse la fine anticipata della maledizione, questo non potete contestarlo. Ci sono le foto. E giusto per dirne ancora una, lo sapete come si chiama a revista oficial do Benfica? Mística Magazine. Sorpresi? Io no.