I calci di rigore. Confine labile tra vittoria e sconfitta, tra gloria e dramma. Giudice spietato che spezza l’equilibrio. I tiri dal dischetto sono fonte di storie che si intrecciano, di destini decisi da una irrisoria distanza di undici metri. Undici metri, sembrano chilometri. La distanza aumenta, per chi si trova a doverli calciare. Il portiere avversario sembra un gigante, la porta si rimpicciolisce, fino a diventare minuscola.

 

È la consapevolezza che l’esito del rigore potrà essere decisivo ai fini del risultato finale. È il peso di una nazione intera che spera che la palla gonfi la rete. Poche alternative: condurre i compagni di squadra (e se stessi) alla giusta ricompensa dopo 120 minuti di lotta e di sudore, o vanificare incolpevolmente tutti gli sforzi. Senza mezze misure.

 

Immagine divenuta cult. Baggio sbaglia il rigore, Taffarel è l’eroe del Brasile ad USA94. Per il Divin Codino e tutta l’Italia è un dramma da cui sarà difficile riprendersi (foto Shaun Botterill/Getty Images)

I calci di rigore sono una costante del calcio moderno. Introdotti nei primi anni settanta, erano stati preceduti dal “brutale” metodo della monetina. Un banale “testa o croce” per stabilire l’esito di un match conclusosi in parità. La nazionale italiana ne beneficiò nella semifinale dei Campionati Europei del 1968: lancio della monetina al termine della partita e Unione Sovietica sconfitta nonostante lo zero a zero dei tempi regolamentari. Un metodo impietoso, quello della monetina, perché affidava la sorte ad un semplice oggetto metallico. Serviva qualcosa che potesse riporre il destino unicamente nelle mani (o nei piedi) dei calciatori.

 

Ci sono nazionali che hanno legato ai tiri dal dischetto le più grandi gioie ed i più brucianti dispiaceri. L’Italia ha avuto un approccio “tragico” ai calci di rigore: 3 eliminazioni consecutive ai mondiali (1990, 1994, 1998) sono giunte con questa modalità. Ma ai calci di rigore si lega anche il ricordo più dolce della nostra storia recente: Grosso, il cielo azzurro sopra Berlino, il titolo mondiale del 2006. Le più cocenti delusioni, e la vittoria più bella. Eventi apparentemente distanti anni luce per tipologie di emozioni, ma accomunati dal filo conduttore degli undici metri.

 

Non servono molte parole (foto Mike Hewitt/Getty Images)

 

Ben tre degli ottavi del Mondiale che si sta svolgendo in questi giorni sono terminati ai calci di rigore. Non è un caso: la storia dei mondiali è ricca di epiloghi all’ultimo respiro dal dischetto. Una serie di emozioni al cardiopalma che non poteva non avere un inizio più simbolico di Francia-Germania Ovest, semifinale del Campionato del mondo di Spagna 82.

 

8 Luglio 1982: la nazionale italiana, trascinata da una doppietta di “Pablito Rossi”, ha battuto la Polonia nella prima delle due semifinali, guadagnandosi l’accesso alla finale. Due ore dopo la vittoria azzurra, scendono in campo Francia e Germania Ovest. Si gioca a Siviglia, stadio Sànchez-Pizjuàn, 70.000 spettatori. Sono le nove di sera in una calda estate spagnola. Si affrontano due squadre agli antipodi per storia e per modo di intendere il calcio.

 

I francesi

La nazionale francese è nel punto più alto della sua esistenza da 24 anni a questa parte. Un passato avaro di soddisfazioni e di risultati di prestigio: un terzo posto al Mondiale del 1958, e nulla più. Eliminazioni al primo turno e mancate qualificazioni alle competizioni più importanti fino al 1976: fallito l’approdo agli Europei di quello stesso anno, viene esonerato il commissario tecnico Kovacs. La panchina viene affidata a Michel Hidalgo, giovane allenatore. Appena 43 anni, ma idee chiarissime. La rivoluzione ha inizio. Hidalgo cambia immediatamente pelle alla squadra, affidandosi sin dalle prime partite a un nucleo di giocatori molto giovani, inesperti, ma pieni di talento.

 

Alle loro grandi capacità, il tecnico applica una disciplina armoniosa: tattica offensiva e possesso palla. È il “calcio champagne”. Gli esteti sono in visibilio: è un gioco rapido, frizzante, spregiudicato ma con raziocinio. Ma come ogni champagne, anche la giovanissima nazionale di Hidalgo ha bisogno di “invecchiare” per dare il suo meglio. Così, fino al 1982 la Francia raccoglie consensi di pubblico e di critica ma pochi risultati di rilievo. Per il Mondiale di Spagna, la maturazione è ormai a buon punto: i vari Bossis, Six, Tigana, Genghini e Giresse sono tra i più forti in Europa nel loro ruolo. E poi, con la maglia numero 10 c’è “Le Roi”, Michel Platini. Si tratta di una squadra formidabile, il cui apice sarà la conquista degli Europei nel 1984.

 

Platini venerato dai compagni dopo aver segnato in finale contro la Spagna (foto Trevor Jones/Getty Images)

Di contro, la nazionale tedesca non è affatto nuova a risultati di prestigio. È sempre lì, tra le migliori. Una costanza di rendimento che dura da decenni, e un ricambio generazionale che non stenta a fornire nuove efficaci soluzioni. La Germania Ovest è solita arrivare in fondo nelle competizioni più importanti, pur senza proporre un gioco innovativo o piacevole, o pur non disponendo di fenomeni assoluti alla Platini in squadra.

 

Per la squadra teutonica non conta entusiasmare: il risultato è l’unico obiettivo. Solidità e pragmatismo: se la Francia è uno champagne, la Germania Ovest è un rosso corposo che non risalta particolari sapori al palato, ma che si fa sentire. E poi, i tedeschi non mollano mai, anche quando la situazione sembra ormai compromessa. “22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vince la Germania”, disse il capitano della nazionale inglese Gary Lineker.

 

I tedeschi

 

Pur nella loro totale diversità, entrambe le squadre giungono in semifinale a fatica. Entrambe hanno perso la prima partita, ed entrambe sono approdate tra le prime quattro del torneo con risultati non entusiasmanti. Con un cammino così simile, la partita si preannuncia equilibrata. E con due stili di gioco così diversi, di spazio, per lo spettacolo, sembra essercene parecchio.

 

I tedeschi dell’Ovest sono abituati alle semifinali mondiali, i francesi no. Così, nei primi minuti la Germania la fa da padrone. La Francia è timida, timorosa, stranamente rinunciataria. La tensione di un match così importante annebbia la mente di Platini e compagni. Tanto talento messo momentaneamente in soffitta. In questo modo, il primo gol è dei tedeschi: Breitner sfrutta un buco a centrocampo e avanza fino a servire Fischer sul lato destro dell’area, tentativo respinto in uscita dal portiere francese Ettori e palla vagante spedita in rete da Littbarski. La dinamica del gol è anche una dimostrazione delle peculiarità del gioco della Germania: accelerazioni e cambi di ritmo, occupazione degli spazi liberi e ricerca immediata del tiro. Insomma, poca manovra e tanto dinamismo.

 

Gerard Janvion e Klaus Fischer in azione (foto Steve Powell/Getty Images)

Il vantaggio tedesco è un cazzotto che ridesta la Francia dal torpore iniziale. I Blues cominciano a macinare possesso palla, chiudendo gli avversari nella propria metà del campo. La Germania è solida, sa ben chiudersi per poi rendersi pericolosa in ripartenza, ma la Francia insiste. E la pressione porta dei frutti: poco dopo la metà del primo tempo, Rocheteau viene atterrato in area di rigore, e l’arbitro concede il penalty. Dal dischetto, Platini non sbaglia: è 1-1.

 

L’azione francese continua a crescere, in qualità e in intensità, con il passare dei minuti, fino al massimo splendore raggiunto nel secondo tempo. Il “quadrato magico”, ovvero il centrocampo di assoluta qualità formato da Genghini, Giresse, Tigana e Platini, funziona a meraviglia. I tedeschi sono alle corde, rintanati ma pronti a colpire in contropiede. E proprio per arginare i contropiedi tedeschi, Hidalgo compie una mossa tattica corretta sulla carta ma che si rivelerà un boomerang: fuori Genghini, dentro Battiston, un difensore. Pochi minuti dopo il suo ingresso in campo, Battiston approfitta di un varco lasciato dalla difesa tedesca e si inserisce scattando sul filo del fuorigioco.

 

Il terribile infortunio incorso a Battiston (foto Steve Powell/Getty Images)

 

Platini vede il compagno e lo serve con un lancio millimetrico. Il portiere tedesco Schumacher esce dalla propria porta ma in ritardo, Battiston lo anticipa e colpisce il pallone senza riuscire ad indirizzarlo in porta. Schumacher, in uscita di pugno, colpisce il difensore francese in pieno volto. È una botta fortissima. Battiston perde i sensi e viene accompagnato fuori dal campo in barella. “Se la caverà” con due giorni di coma e due denti rotti. Hidalgo è costretto ad un nuovo, disatteso cambio. È l’ultimo a disposizione per la Francia (all’epoca, il numero limite di sostituzioni era 2). In una partita che durerà 120 minuti, non è una cosa di poco conto.

 

La Francia, nonostante le avversità degli eventi, continua a macinare gioco. Lo spettro dei supplementari è troppo ingombrante per una nazionale non abituata ai grandi eventi. E poi, più tempo passa, più la Germania resiste, più i favoriti diventano i tedeschi. Nei minuti finali, l’assalto per evitare di prolungare le ostilità: Amoros tenta un tiro da fuori area, ne nasce un bolide che colpisce in pieno la traversa. I tedeschi sono ancora vivi, e nell’azione successiva Breitner sfiora il gol della vittoria. Si va ai supplementari, dove la partita si fa stupenda.

 

Jean Tigana e Paul Breitner in uno dei tanti duelli (foto Keystone/Getty Images)

Nel primo tempo supplementare, la Francia segna due gol nel giro di sei minuti: 3-1. Sembra fatta. È soltanto un’illusione. La Germania è ancora in buona salute sul piano atletico, ed inizia ad attaccare alla disperata. I francesi godono del doppio vantaggio, ma sono tremendamente stanchi. Per loro le sostituzioni sono terminate, mentre i tedeschi hanno ancora un cambio a disposizione. E infatti, un minuto prima del terzo gol francese, entra Rumenigge per Briegel: è una mossa decisiva.

 

Dopo il 3-1, i transalpini commettono un errore da principianti: si lasciano ingolosire dagli spazi lasciati da una Germania totalmente riversata in avanti, invece di rimanere compatti e gestire il pallone. Cercano di riprodurre gli stessi punti di forza degli avversari, invece di persistere con l’impostazione tattica di sempre. Sarà la scarsa lucidità, ma, forse, sarà soprattutto l’inesperienza nel giocare una semifinale mondiale. Così, saltano gli schemi e la partita diventa un continuo ribaltamento di fronte. La Francia non riesce a gestire il vantaggio, si disunisce in preda alla stanchezza e alla voglia di strafare. I tedeschi ne approfittano, e trovano l’ormai insperato pareggio: colpiscono prima il neo entrato Rumenigge, poi Fischer. È 3-3. Si va ai calci di rigore, per la prima volta nella storia dei mondiali.

 

Il primo rigore di Alain Giresse (foto Steve Powell/Getty Images)

La sorte concede un’ultima possibilità ai francesi: nella terza serie dei rigori, Stielike fallisce, consegnando alla Francia la chance di passare in vantaggio. Six la spreca, lasciandosi ipnotizzare da Schumacher, il quale para un tiro debole e poco angolato. Si rimane in perfetta parità, al punto che cinque serie non bastano a decretare il vincitore. Si arriva alla sesta serie: Bossis sbaglia, Hrubesch segna. La Germania ha vinto, 8-7 dopo i calci di rigore. “La notte di Siviglia” si è conclusa.

 

Se è vero che i calci di rigore al termine delle partite dei mondiali sono un concentrato di tensioni e di emozioni che non ha eguali nel gioco del calcio, è giusto che tutto questo abbia avuto inizio da una delle partite più belle e memorabili della storia.

 


(Photo by Keystone/Getty Images)