Facciamo l’appello, un appello coram populo. Alzi la mano il calciofilo (soprattutto) e appassionato di sport tout court (anche), lettore vorace e verace di fogli a contenuto sportivo – a qualsiasi tiratura: quotidiano, rivista, rotocalco, settimanale, periodico –, che non abbia mai letto, neppure una letta fugace e di passaggio?, un numero, una rubrica, un reportage, un’intervista, un corsivo del GS. Dove GS è l’acronimo di Guerin Sportivo, che sta per Guerin, altrimenti vezzeggiato in Guerino. Ce n’è uno fra di voi che si sia macchiato di un siffatto reato? Azzardiamo: nessuno, zero. Il leggendario Guerin Sportivo ha attraversato un secolo di vita, l’intero Novecento, sopravvivendo a due guerre mondiali, ai totalitarismi, alle democrazie (costa dirlo, han vinto le plutocrazie). Centocinque anni fa, era il 4 gennaio 1912, ricevette il battesimo in un mezzanino di via XX Settembre, dalle parti di Torino. Giulio Corradino Corradini e altri cinque suoi coevi, ispirandosi alle esperienze felici di Auto e L’Écho des sports, due testate giornalistiche d’Oltralpe che mietevano copie e successi, promisero di dare alla luce «un giornale leggibile da tutti, e da capo a fondo, senza pretese ma battagliero e divertente, con articoli polemici e brillanti». Il Guerino, appunto, dalle pagine color verde stinto, inconfondibili nella loro essenziale semplicità. Il Guerino, nome mutuato dall’opera del trovatore toscano Andrea Barberino, il Guerrin Meschino, e affiancato a un logo dal tratto icastico, opera di Eugenio Colmo: un guerriero medioevale, in armatura e canotta ginnica, che impugna una penna stilografica a mo’ di lancia. Il messaggio e il fine, improntati alla kalokagathìa. Il Guerino è la più antica rivista sportiva al mondo e, ancor prima nella scala degli scopi precipui, è stato il megafono della coscienza critica del calcio italiano.

Il logo del Guerin Sportivo

Il logo del Guerin Sportivo.

Tre sedi e tre mutazioni. Prima Torino (1912), poi Milano (1945), indi Bologna (1974). Prima un foglio di non più di cinque o sei pagine, basato su una linea editoriale sfrontata quanto polemica, condita con una prosa lisergica: il frontman visivo fu il vignettista e caricaturista Carlin, l’inventore – i malati di calcio confermeranno, nevvero? – degli stemmi delle squadre italiane. Poi, alla metà del Novecento, il quotidiano si amplia e si compone di otto pagine. Stesso stile, stessi princìpi, stesso obiettivo. Alberto Rognoni, personaggio pirotecnico e picaresco (a lui si deve, per dire, l’invenzione dei diritti televisivi), ne diventa nuovo patron e Giuan fu Carlo Brera assume su di sé il fardello dell’essere punto di riferimento, sia pure circondato da fior fior di intellettuali, penne intinte nel cianuro e più taglienti di una lama. Infine, nella Bologna di metà anni Settanta, sotto la guida di Luciano Conti, l’allora presidente dei Felsinei, e la direzione di Italo Cucci, avviene il passaggio di consegne dal giornale al magazine. È la fase dell’internazionalizzazione, il Muro di Berlino mostra già le prime crepe. Messo in panchina il tradizionale color verde, trattenuti l’humour e l’amore del paradosso e per la cultura, vengono ingaggiate alcune novità succulente: i risultati e i commenti sui campionati esteri, a partire da Inghilterra e Spagna. Al Mundial dell’82, mentre Causio, Zoff, Bearzot e il presidente Pertini si sfidano a scopone, con la Coppa del Mondo lucidata d’oro e in bella mostra a guardarli, la rivista registra il picco assoluto di copie vendute. Trecentomila. Tu chiamalo, se vuoi, miracolo editoriale.

La guida al Mundial dell'82 del GS

La guida al Mundial dell’82 del GS.

Negli ultimi lustri – dieci, quindici anni? – il Guerin ha imboccato la via del tramonto. Servito al prezzo di un toccasana, tuttalpiù conteneva, e contiene tutt’oggi, le proprietà organolettiche di un frappè inacidito. È vero, va dato atto a Matteo Marani di essere riuscito, seppur dando la stura a una gestione da curatore fallimentare, ad allungarne la fragranza, mischiando sapori e odori, emendando l’emendabile e salvando il salvabile. E questo fin quando a subentrargli, a marzo 2016, è stato Alessandro Vocalelli. L’agonia, a quel punto, si è fatta acuta e stazionaria. Con l’approdo del direttore del Corriere dello Sport, il (fu) giornale che seppe suscitare le attenzioni di Paolo VI («Il Guerin Sportivo è come Giovenale, che castigat ridendo mores», ebbe a dire Papa Montini, lettore habitué ma esigente) ha subìto una trasfigurazione violenta, una sorta di paralisi esiziale. Oltremodo abbruttito e reso illeggibile. Dall’agonia all’encefalogramma piatto, il passo è costato un amen. Kaputt. Le cause? Non tanto per la veste grafica, che di per sé non fa la monaca, quanto nella qualità dei contenuti, che sul piano giornalistico sono, o dovrebbero essere, tutto (o quasi). Il GS è divenuto ormai, volente o obtorto collo, la succursale del CdS. Prova ne sia il palese travaso, una cooptazione nel vero senso della parola, di firme e firme da un compartimento all’altro, in un andirivieni alimentato da articoletti che viaggiano anemici dal quotidiano al mensile e dal mensile al quotidiano. Onore alle ciance e bando al merito, chioserebbe Totò. Firme anonime, stantie, naftaliniche. Firme che paiono uscite da una convention organizzata da Ciriaco De Mita e Cirino Pomicino. Firme da grand commis con licenza di uccidere la lingua di Dante. Firme lontane dal polemismo radicale e provocatorio di un Luciano Bianciardi (Il fuorigioco mi sta antipatico, una raccolta inedita delle sue risposte ai lettori sui temi più disparati e apparse sulla terza pagina del Guerin Sportivo dal 1969 al 1971, merita un posto di riguardo nelle nostre librerie), dall’irriverenza e dalla competenza di un Gianni Brera, dalla prosa corrosiva di un Idro Montatelli (nom de plume, s’intende, dell’Indro illustre), dalla stravaganza umoristica di uno Stefano Benni, dal crescendo voyeuristico del passionario Pier Paolo Pasolini. Firme il cui massimo sforzo produrrebbe – anzi, to’, produce – una qualità di scrittura degna dell’Asilo Mariuccia. Firme, quelle odierne, che hanno da esprimere poco e da scrivere meno. Firme più politicamente corrette di un editoriale di Massimo Gramellini. Firme ad uso confessionale, malgrado l’encomiabile resistenza di Roberto Beccantini (Gianni Mura, appena colta l’occasione, si è dato alla macchia) e altri due o tre nomi. Firme-imbrattacarte.

Il nuovo GS, uscito nell'Aprile del 2016. Inguardabile già solo per "Melissa Satta si racconta". E' la Vocalelli's revolution.

Il nuovo GS, uscito nell’aprile del 2016. Improponibile già solo per la rubrica «L’altra metà».

Inutile dire che siamo contrari all’accanimento terapeutico. Perché contravviene alla logica delle leggi con cui la Natura si autoregola da milioni di anni. Va da sé che essa non è né giusta né ingiusta, né maligna né benigna, né morale né immorale: è amorale. Lo spiegava bene Francesco Bacone, tutto fuorché un talebano irrazionale: «L’uomo è il ministro della Natura, ma alla Natura si comanda solo obbedendo ad essa». Così è (anche se non vi pare). Riteniamo perciò che per conto di quel vecchio canuto del Guerin Sportivo non ci sia altra soluzione alla morte. (Qualcuno potrebbe obiettare, nel solco della disputa morte versus vita, che la morte – come scrisse Samuel Johnson al reverendo Thomas Whenton – non ascolta le nostre suppliche, né tiene in alcun conto le scadenze dei mortali. Certo: e infatti noi chiediamo che si compia un atto innaturale, estremo e voluto. Qualcun altro potrebbe citare magari L.P. Hartley in L’età incerta: «Il passato è un paese straniero dove le cose si fanno in un altro modo». Ci sta. Ma la replica di Marcel Proust nella Recherche sarebbe d’uopo: i veri paradisi sono i paradisi che si sono perduti). Non ha più senso tenerlo in vita, l’amato Guerino. Non serve a granché ricorrere a mirabolanti tecniche di camouflage maquillage, a siti web congegnati in ragione del futuro, a reductio ad spheram, ai brodini allungati con vin ordinaire. Se non ha più niente da dire e da dare, e si dimostri il contrario, il Guerin Sportivo eviti perlomeno di trascinarsi in questo declino mesto, indecoroso e patetico. Scelga il gesto alto del suicidio, faccia harakiri (à la Yukio Mishima): si infligga la morte e poi, se del caso, risorga. La scelta, sia per sé che per la tradizione, è oramai improcrastinabile. La invocano, e i numeri non mentono, i lettori. Che non sono soltanto avviliti di assistere a una fine così ingloriosa. Sono anche stanchi di vedersi rifilare stront sotto forma di cioccolata Bellion.