La cronaca di un esonero annunciato non significa che sia arrivato l’autunno del patriarca. Sarebbe piaciuto, uno come José Mourinho, a Gabriel García Márquez. Gli avrebbe trovato un posto a Macondo, non fosse altro che per quel cipiglio che gli permette di nascondere la malinconia che è un tratto distintivo dei portoghesi, gente di terra, affacciata sull’oceano. C’è, nel modo di fare calcio di Mou, una sorta di realismo magico che “Gabo” avrebbe adorato. Il suo addio al Manchester United, avvenuto poche settimane fa, non è stato solamente un fatto di cronaca sportiva, peraltro aleggiante da mesi attorno alla ieratica panchina su cui sedeva lo Special One, che sarà meno one, ma che special lo è rimasto eccome. Luca Giannelli, su queste pagine, nel 2016, scriveva: «Si porta dietro un soprannome che ammazzerebbe un toro ma che su di lui ha l’effetto di un afrodisiaco». Qualcosa è cambiato, da allora? Mourinho è il Jack Nicholson del calcio, per la sua mimica facciale, la burbera presenza scenica, la genialità dei gesti. La freddezza con cui seduce. Eppure sì, niente è per sempre. Neppure lui. O, perlomeno, lo Special One as we knew him, quello che abbiamo conosciuto, capace di spezzare le coscienze degli appassionati: lo ami o lo odi? Per un insolito gioco filosofico, con Mourinho i sentimenti sono compatibili, ma anche per lui è arrivato il rintocco della campana: non sarà mai l’ultimo, però essere primo gli risulterà più difficile.

 

Il passato che non torna più?

 

Sign of the Times, cantava Prince nel 1987. Il segno dei tempi ha ingigantito anche le rughe di Mou. Non tanto quelle di un volto che resta iconico – i capelli brizzolati, il sorriso mariuolo, il mento aguzzo che si ammorbidisce in una curva sottile –, bensì il tracciato di un calcio, il suo, che è invecchiato. Non è avvenuto per questioni tattiche, o per un’incapacità del Grande Portoghese di aggiornarsi sulle evoluzioni di un pallone che è una centrifuga di idee: mente sapendo di mentire chi dice che ormai non s’inventa più nulla. Basta seguire un paio di allenamenti di una qualunque squadra della B italiana per accorgersi del cambiamento delle metodologie. No, Mourinho non è rimasto “indietro”, da questo lato, anzi. A superarlo è stato il costume con cui il calcio veicola se stesso. L’enorme bolla di mercato che è cresciuta negli ultimi dieci anni, gonfiata dall’ingresso sulla scena di potentati di nuovo corso (il Paris Saint-Germain), dal ritorno poderoso di club che erano stati esclusi dalla precedente crescita (la Juventus) e dall’impatto dei mega-procuratori (Jorge Mendes e Pini Zahavi sono burattinai di un business in cui le regole economiche sono eccezioni) non ha fatto altro che andare in consonanza con il definitivo boom del calciatore-azienda. Pasquale Foggia, già buon giocatore alla Lazio, al Cagliari e alla Sampdoria, adesso d.s. del Benevento, in una recente intervista rilasciata al “Corriere dello Sport” ha detto: «Sappiamo benissimo che se le cose vanno male il direttore è scarso e va a casa, il tecnico idem. Bastano due partite a far saltare tutto, fa parte del mestiere. E’ importante tenere su un unico binario tutto il personale, gestire le competenze, avere a che fare con venticinque giocatori, venticinque procuratori, tante mogli e mamme che twittano. Forse servirebbero più persone per tutto questo lavoro. Ma poi tutti parlerebbero di calcio e finiremmo come al bar». Il social-ismo ha rivoluzionato il mondo. A farne le spese è, tra l’altro, la credibilità professionale. E così anche un sensei quale José Mourinho può vedersi delegittimato. Da lì parte la sua sconfitta.

 

Mou è un campione dell’antimoderno. Ha elevato il conservatorismo del calcistico a religione laica. Trasformando Samuel Eto’o in attaccante-mediano-terzino, nella leggendaria Inter del Triplete, ha riunito le convinzioni di una Trimurti che va da Bela Guttman a Nereo Rocco, per culminare nella figura metafisica di Helenio Herrera. Non un difensivista, attenzione, ma un artigiano della cultura del sacrificio. Non c’era spazio per i “cinguettii”, nel mourinhismo, né per i dissidenti. Giusto o sbagliato? Di sicuro, del tutto fuori dalla logica degli spogliatoi di oggi, volendosi rapportare alla dimensione dei club che si sono sempre ritenuti da “Mou”. Non controlli più un Paul Pogba, imperatore di Francia, al Manchester United. Gli basta uno scatto pubblicato sull’account che più gli accomoda per far capire a milioni di followers che il re ha perso il diritto a tenere la corona. Un richiamo in allenamento fa saltare la mosca al naso a mezza squadra? La posta pneumatica del web fa da cassa di risonanza ai malumori. Perdi ai rigori una partita di Coppa di Lega con il Derby County (è accaduto, sissignori)? La tua autorità sarà presa a bersaglio da coach improvvisati, da manager che hanno appena vinto il campionato a “Top Eleven” e che, per questa ragione, sono certi di poter insegnare a un allenatore con due Coppe dei Campioni e qualche decina di titoli nel palmarès che cosa fare o non fare, bombardando pagine e pagine di Facebook con commenti assertivi e talmente inaciditi da indurti a chiedere se il british humour sia finito con le ultime puntate di “Mister Bean”.

 

La frustrazione di Josè

 

Sono arrivati gli haters, i teorici e pratici dell’uno vale uno pallonaro. Così il potere carismatico di Mourinho si è eroso. Lui, uomo di opposizione per eccellenza, ha dovuto confrontarsi con un governo che schiaccia i guerriglieri con un click. Ha riflettuto, sul Mou che sarà, Tommaso Pellizzari, in un’analisi pubblicata dal “Corriere della Sera: «Per ripartire non gli resta che una strada: accettare la sua vocazione anti-istituzionale, tornare a essere quello che dà l’assalto al Palazzo. Per poi non entrarci mai. I posti non mancano: Marsiglia, Lione o Monaco (ad esempio), per divertirsi a dar fastidio alla corazzata Psg. Ma il suo vero posto ideale sarebbe un altro: l’Atletico Madrid, ovvero i guastatori per eccellenza in quanto doppi guastatori, del potere blanco e dell’estetica blaugrana». Lo Special One come lo conosceremo sarà diverso. Ricordiamoci, però, che nei suoi anni al Man U, con l’ombra imponente di Sir Alex Ferguson al di là della parete, José Mourinho ha vinto, in due anni e mezzo, un’Europa League e una Community Shield. Nello stesso periodo, gli allenatori della new wave, social-isti per immagine, emblemi del calcio (a ragione) che ingolosisce i Millennials della Generazione Y, Mauricio Pochettino e Jürgen Klopp, molto sono piaciuti, ma si sono fermati più indietro, ovvero al classico “zero tituli”: un altro come Mou ancora non c’è.