Mah, che dirvi, sarà che siamo conservatori. Che facciamo parte di quel gran numero di persone che idealizzano il passato semplicemente perché erano più giovani, più appassionate. Però, a ben pensare, non si tratta di essere nostalgici, non lo siamo mai stati e abbiamo sempre combattuto contro quelle operazioni per cui un difensore medio del secolo scorso era automaticamente più forte di un ottimo centrale dei giorni nostri. Qui però sta crollando tutto: il nuovo millennio va troppo veloce e negli ultimi anni si è ampiamente dimostrato come il popolo, nel senso più nobile del termine, spesso non sia stato pronto a salire sulla giostra del progresso, ad assecondare un ritmo così accelerato e accelerante. Senza volerla buttare in politica, dal centro, dalle città, dalle fabbriche del pensiero e della moda si sono imposti nuovi linguaggi, riferimenti, stili di vita e tendenze, e non sempre la periferia è stata in grado di tenere il passo.

 

Ebbene noi siamo oggi periferia del calcio: né nostalgici né tanto meno fautori del nuovo che avanza, semplicemente spaesati, a volte disillusi, senza più punti fermi. Siamo l’Europa che rinnega il nuovo corso dell’Europa e che guarda al Sudamerica, in un disperato tentativo di ritrovare le proprie radici. Viviamo l’enorme contraddizione di essere nel centro ma sentirci in periferia; perché alla fine siamo vicini ed affini a Francia e Germania, che rinunciano al loro carattere nazionale per importare nei campi di calcio giocatori di tre, quattro, cinque etnie differenti. E allora siamo impopolari e ci ribelliamo allo Zeitgeist, allo spirito del tempo: a noi la globalizzazione calcistica non piace. Cerchiamo però di spiegarci, soprattutto in un’epoca in cui le polarità irriducibili intossicano il dibattito in una dicotomia rigida e insanabile, fondata su pregiudizi e mancanza di confronto.

L’undici francese che ha sconfitto l’Argentina: Matuidi di origini angolane, Kantè maliane, Mbappè camerunensi/algerine, Pogba guineane, Umtitì è un camerunese naturalizzato francese, Varane è di origini caraibiche (Photo di Catherine Ivill/Getty Images)

E ora che l’accusa di razzismo pende come la spada di Damocle sulle nostre teste, possiamo provare ad argomentarenon ci interessa minimamente delle origini del calciatore in sé, questo sia chiaro – come direbbero gli stessi francesi ça va sans dire – , il punto però è un altro, e riguarda la domanda essenziale. Perché a noi piace il calcio? Anzi, perché siamo disperatamente e irrazionalmente innamorati del calcio? E ancora: perché il pallone è una potenza storica, capace di trascendere il singolo, di garantire un coinvolgimento tale da superare le individualità? Ecco la questione fondamentale. Qui siamo a un bivio, e le strade legittimamente si biforcano: da un lato abbiamo il modello spettacolo, e le giovani generazioni sono liberissime di dichiararsi amanti del calcio come lo potrebbero essere dell’NBA: certo per tifare, essere coinvolti e così via, ma soprattutto per godersi lo spettacolo. E poi ci siamo noi, che viviamo questo sport come una rappresentazione sacra, come una sofferenza e una guerra continua, come una passione (nel senso etimologico del termine) che trascende il singolo e lo inserisce in una tradizione.

 

Per questo stavamo dalla parte dell’Iran, dell’Islanda, del Giappone o della Corea. Per questo stavamo dalla parte del Senegal, e ci auguravamo con tutto il cuore di assistere nuovamente a quell’atto glorioso dei Mondiali 2002, in cui la Nazionale africana sconfisse quella francese in una pagina memorabile dell’anti-imperialismo calcistico. La Francia che svuota l’Africa per rimpolpare la propria rappresentativa non è un modello di integrazione, è un modello di dis-integrazione. Stesso discorso, con accidenti diversi, per la Germania. E anche qui, il dibattito manca la questione fondamentale che non è quella della competitività, delle vittorie, ma come direbbe Tabarez del cammino: l’importante è il cammino, e aggiungiamo noi il valore. Il modo in cui si arriva a vincere e il valore della vittoria. Se anche questa grande Francia si dovesse aggiudicare il Mondiale, o se ad alzare la coppa fosse il Belgio – una nazionale senza Nazione, in cui non si sa nemmeno in che lingua comunicare – non assisteremmo a un evento storico ma ad una collezione ben riuscita, un prodotto da laboratorio, un album delle figurine finito con tutti i crismi.

Più simile ad una (grande) squadra di club che ad una nazionale (Foto di Ryan Pierse/Getty Images)

E allora lottiamo contro i mulini a vento, contro il Belgio, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Olanda. Nazioni che sradicano, inglobano e si ergono a modelli d’integrazione. Come se fossero sufficienti una bandiera o una maglia per integrare, ma qui arriviamo direttamente a una nostra storica ed enorme responsabilità. Deve essere chiaro perché, alla faccia di tutti i nazionalismi, affrontiamo un problema che viene ben prima del confronto con l’Altro. Si dà integrazione quando vi è una cultura in cui integrarsi, e proprio qui tocchiamo il tasto dolente: noi non abbiamo una cultura. Bisogna produrre uno sforzo enorme, per di più senza risultati, per capire ormai cosa ci contraddistingua come Nazioni. Il nostro unico modello – come Stati europei – è quello occidentale, dei diritti individuali e del singolo che va tutelato, prima della comunità. Questo chiamiamo libertà e questo in fin dei conti chiamiamo cultura, ovvero l’aver rinunciato a una vera e propria cultura come rappresentazione particolare.

 

In questo contesto si inserisce l’integrazione, e modifica storicamente il proprio carattere: mentre essa ha sempre ricoperto un ruolo di crescita e dialettica positiva, in cui si confrontavano (o scontravano) dei modelli che poi davano luogo ad una sintesi, ad oggi non c’è tesi né antitesi: i naturalizzati o i francesi di seconda e terza generazione non si integrano con la cultura francese bensì con la cultura occidentale, quella intrinsecamente nichilista che già da anni ha rinunciato ai popoli e alle Nazioni. In soldoni, se volessimo imitare l’Argentina o l’Uruguay facendo un video motivazionale con riferimenti condivisi, a cosa ci richiameremmo? È questo il punto, non siamo più in grado di riconoscerci in simboli, rappresentazioni, tradizioni; nulla più ci contraddistingue a livello nazionale (in Europa), e in una competizione basata sulle sfide tra Nazioni tutto ciò svuota il Mondiale del suo carattere originario.

 

L’essenza del calcio e dei Mondiali, nel video motivazionale dell’Argentina nel 2014

 

L’Occidente e il resto del mondo rappresentano due modelli ormai inconciliabili, e per questo ci sentiamo calcisticamente vicini una volta all’Africa, un’altra all’Asia ma soprattutto e sempre all’America Latina: a quelle latitudini il calcio è ancora mistica, religione laica, comunità che viene prima del singolo. Il pallone precede il lavoro, spesso la famiglia; è irrazionale ma originario, riguarda l’essenza di questo sport, al di là del bene e del male. Ci porta in uno scenario fantastico fatto di uffici e negozi chiusi a San Paolo o a Buenos Aires, ci parla attraverso le lacrime di Gimenez, in campo, prima ancora che finisca la partita con la Francia; si esprime addirittura attraverso la morte per arresto cardiaco di due tifosi colombiani, nell’estasi della vittoria contro il Senegal.

Fenomeno sorprendente, che ha il potere di avvicinare le sensibilità più diverse, di soffocare la ragione, di riunire sotto la stessa bandiera uomini in lotta tra loro, come quando gioca la nazionale e allora «si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo» (Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio)

 

Le lacrime di un popolo si manifestano nel guerriero Gimenez

Dall’altra parte invece ci siamo noi, liberi, seduti dalla parte della ragione. Noi che vinciamo senza comprendere e vivere il valore della vittoria, noi che viviamo di copertine e di propaganda. Da talmente tanto tempo stiamo dalla parte dei vincenti che abbiamo anche dimenticato l’origine di questa deformazione. E di volta in volta simpatizziamo per la nuova stella del momento, e ci perdiamo in generalizzazioni partendo da chi ce l’ha fatta. Così, proprio nei giorni in cui si prende ad esempio la Francia multietnica, e se ne loda l’immagine di integrazione patinata riassunta nella storia strappalacrime di Mbappè, a Nantes gli sconfitti, gli sradicati, gli sputati dall’integrazione, insomma quelli che non ce l’hanno fatta, mettono a ferro e fuoco la città dopo l’omicidio da parte della polizia di un ventenne.

 

Viviamo di sogni, utopie e dolci immaginari per non scontrarci con l’amara realtà, forse per non essere messi di fronte alle nostre colpe. In questo magico mondo, che continuiamo a raccontare con ipocrisia, ci conviene che la banlieue diventi il luogo di partenza della riscossa, non il ghetto in cui abbiamo rinchiuso coloro che speravamo (?) di integrare. E ci conviene che l’integrazione sia raffigurata con le immagini più vendibili, che devono essere vincenti. Vincenti perché riproducono modelli, ma vincenti anche perché richiamano la vittoria: tutto ciò che sta in mezzo, il contenuto, il valore, il cammino, viene sacrificato sull’altare delle immagini che, come riportava Roland Barthes, oggi sono più vive delle persone. E allora, in conclusione di questi pensieri sparsi, se la Francia dovesse vincere il Mondiale ci troveremmo di fronte ad un evento assolutamente irrilevante per la storia del calcio. La Francia multietnica non esiste perché la Francia, e ormai da tempo, è già morta.

 


Foto copertina di Catherine Ivill/Getty Images