“Cosa vedi Ares?”

“Vedo la terra che gli uomini d’ Ellade ancora non conoscono, Hermes”.

“Eppure il saggio Ipparco, chino sulle sue carte, ha capito prima di tutti la sua esistenza, apprendendo i racconti dei naviganti, studiando le stelle e i flussi delle correnti, Ipparco ha capito che al di là delle fantasiose colonne esiste un continente.”

“Così è, e vedo un uomo che porterà il mio elmo e il mio scudo”

“Donerai le tue armi a un mortale?”

“No, Hermes, quando sarà il momento, quando l’Olimpo cederà il suo potere e tutto rotolerà giù come una gigantesca frana di pietre, tu dovrai portare l’ultimo messaggio.”

“A chi potente Ares?”

“Agli uomini che si fregeranno di scolpirmi nel loro cuore”

“Sei imperscrutabile Ares ma ti sono amico, lo sono stato anche quando tutti gli altri ridevano di te, quando i sensi ti fusero con Afrodite ed Efesto, quello storpio geloso, vi colse in trappola.”

“Lo so Hermes, ascolta, c’è un uomo che mi renderà onore indossando la mia effige, ecco, ora lo vedi anche tu?”

“Si, Ares, sarai esaudito.”

 

Ares, il Dio della guerra.

 

L’ arte nobile dicono. Un termine efficace, edulcorato a dovere. Negli Stati Uniti diventa una scusa adoperata dalla fascia di popolazione più povera, o addirittura discriminata, per far emergere il livore verso un destino avverso. “L’ America” delle valige di cartone poggia le basi del proprio divenire contando le navi attraccate sul molo di Long Island e in molti, nel dopolavoro, cercano all’ombra delle prime ossature di grattacielo o dentro ammuffite cantine adibite a palestra uno spiraglio di vita differente praticando il pugilato perché il codice non scritto di un paio di pugni in faccia rende uguali anche i connotati dei ricchi e se sei bravo arrivano soldi e fama. C’è una coppia di sposini, Geórgios e Stella Georgalis, che sono partiti dall’isola di Rodi finendo a New York ad inseguire il sogno americano.

 

Ad Union City, sul lato indigente dell’Hudson, nel 1957 mettono al mondo Nikos e non appena il fisico supporta il ragazzo il padre, da grande appassionato di boxe, lo fa salire sul ring contro i coetanei del quartiere. Ma la madre Stella, apprensiva e soprattutto snervata di disinfettare e incerottare il volto pieno di lividi del figlio, una sera a cena schiude la rabbia fin troppo soppressa e scoppia in un furioso litigio con il marito. Vola qualche piatto ma la donna la spunta. Eccolo il messaggio di Hermes: Nikos Galis cestina i guantoni e comincia a frequentare i campi di pallacanestro. Diventerà il più grande cestista greco di sempre ma dobbiamo mettere la puntina del giradischi al punto giusto del vinile. Union State High School intanto significa una borsa di studio per meriti sportivi che gli apre le porte del Liceo di Seton Hall: 27.5 punti di media con i “pirati”, terzo miglior marcatore NCAA dietro a Lawrence Butler e a un biondino che gioca per Indiana State che, toh, si chiama Larry Bird. Il basket collegiale, se sei uno che ha futuro nelle mani, significa draft.

 

Con il simbolo dell’Hellas cucito sul cuore.

 

E’ il 1979, gli Stati Uniti si muovono al ritmo di “My Sharona” dei The Knack e “Bad Girls” di Donna Summer mentre Jimmy Carter è nel pieno del suo mandato presidenziale alla Casa Bianca. Per Nikos arriva una chiamata particolare perché i Celtics spendono la loro quarta scelta per lui dopo che si sono subito aggiudicati il talento di Bird. E’ fatta. Ma Galis si infortuna seriamente al training camp voluto da Red Auerbach. Perchè? Hermes ha parlato? Ha tradito l’amico Ares? uno screzio con Zeus? No, semplicemente Ananke, dea del destino, della necessità inalterabile e del fato sta solo facendo la volontà di Ares. Nikos Galis recede dalla carriera americana e approda nel luogo che lo chiama, in quel favoloso bisticcio culturale che è Salonicco o “Thessaloniki”, lassù verso i confini della Macedonia, nel porto che ha visto navi issanti bandiere bizantine e ottomane, ha incensato comunità ebraiche e cristiane, avvolte nel sapore di bougatsa e gyros. E se a Salonicco l’Iraklis è dedicata a Hercules, dei dissidenti nel 1914 fondano l’altra faccia sportiva cittadina in tributo a Ares e nasce l’Aris dai colori gialloneri e recante il Dio della guerra stampato sul petto. E Galis ne diventerà l’eletto. Nella bolgia dell’Alexandreio Melathron, Galis inizia a mettere a referto un trentello ogni sera, per ogni stagione, portando la sua squadra otto volte al titolo nazionale.

 

Un pastore d’Arcadia, moro, energico, istintivo, un marcatore e un costruttore di gioco. Nikos è una guardia completa, per lui infilare la palla nella retina appare un piacere naturale, un azione ordinaria, omologata, slegata dai doveri del tecnicismo, dagli obblighi del gioco, e lo dimostra collezionando cifre da capogiro insieme al suo fido compagno Panagiotis Yannakis. In Europa raggiunge quattro Final Four, tre con l’Aris ed una con il Panathinaikos (dove arriva quasi a fine corsa e con gli occhi ancora gonfi di lacrime dopo i tredici anni passati a Salonicco) ma nessun successo. Eppure Galis troverà la gloria con la Nazionale e chiude con quasi 40 punti di media l’europeo del 1987 quello in cui la Grecia è inserita in un girone terribile che la mette a confronto con Urss, Jugoslavia e Spagna, le tre principali pretendenti al trofeo più l’emergente Francia di Ostrowski e Dacoury, oltre alla cenerentola Romania che tiene a battesimo i greci nella sfida di apertura del 3 giugno: Galis è immarcabile, segna 44 punti mettendo la sua firma sul 109-77 che serve ad avvampare il palazzo del Pireo. Hellas! Hellas!

 

Il prescelto investito di gloria insieme a Panagiotis Yannakis.

 

Anche Drazen Petrovic e la sua Jugoslavia soccombono 84-78 seppelliti ancora incredibilmente da 44 punti di Galis. Solo la Spagna e la fortissima Unione Sovietica tarpano le ali alle Grecia prima della sfida decisiva con la Francia. Ad Atene il caldo è opprimente e il pubblico assordante: la Francia tiene un tempo poi si arrende 82-69 e Nikos Galis dice 34. L’Italia di coach Valerio Bianchini sarà l’avversaria al turno successivo. La Grecia passa, Galis ne mette 38, Yannakis 22, il goffo Kambouris 14, gli azzurri nonostante le buone prestazione di Riva, Magnifico e Tonut, si inchinano 90-78. In semifinale si ritrovano le quattro squadre del gruppo A. La Jugoslavia vuole vendicare la sconfitta della fase a giorni e guadagnarsi la finale contro i sovietici ma la difesa impostata da Kostas Politis gli nega ancora la gioia della vittoria. Su tutti un monumentale Christodoulou che spalleggia Galis e la Grecia vince 81-77 nel tripudio di bandiere a strisce bianco-azzurre con la croce greco-ortodossa.

 

Il 14 giugno 1987 ci sono sedicimila imballati nel Palazzo del Pireo e fuori un paese intero, dalla Tracia alla Tessaglia, al Peloponneso, alle isole dell’Egeo, davanti al televisore per l’atto conclusivo. Sarà il giorno in cui Galis, 40 punti, si siede finalmente al fianco di Ares. Di lì a pochi anni sarebbe cambiato il mondo e pure il basket ma intanto la nazionale ellenica cambia la sua storia. La sfida è nervosa, punto a punto, Valters e Marciulionis sono campioni veri ciò nonostante l’Urss non prende mai il largo, la Grecia ribatte e rimane incollata trascinando la gara al supplementare dove a quattro secondi dal termine Kambouris realizza i due liberi del 103 a 101. La Grecia, alle falde dell’Olimpo, è campione d’Europa. Oggi la maglia giallonera numero 6 di Nikos Galis è appesa al soffitto dell’Arena di Salonicco, monito e tesi di greco per chiunque voglia sfidare i figli del prescelto di Ares.

Ευχαριστώ!