Maurizio Cavalli è la voce di riferimento dello Snooker in Italia. Grazie alla diffusione di Eurosport ormai da diversi anni è entrato nelle nostre case commentando questo sport. Con la sapienza forgiata dalla pratica e dallo studio incessante, ha costruito attorno a uno sport di nicchia un vero movimento di tifosi e seguaci, grazie a una conoscenza pressoché enciclopedica delle discipline biliardistiche e di altri sport che lo appassionano, come il basket e il tennis, in cui sarebbe davvero bello sentirlo commentare. Da ragazzo gioca a discreti livelli prima a calcio e poi a tennis, ma solo a 19 anni si avvicina al biliardo. La Padova tra gli anni Sessanta e Settanta sembra il momento adatto per emergere, ma si rende subito conto di quanto quello sport sia più complesso del previsto, e forse lì nasce la passione per il tavolo verde, passione che lo porta a diventare da organizzatore di eventi dentro e fuori la nazione a essere l’oratore che oggi tutti conosciamo: sapiente, rispettoso, elegante.

Andiamo subito in medias res: un commento sulla finale mondiale al Crucible

 Sembrava dovesse essere una finale “buca”, una di quelle partite che nascono morte, e di colpo invece è cresciuta perché è cresciuto Higgins; Williams ha tenuto ed è diventata una partita che oggi può già figurare tra le all time classics, di sicuro tra le più grandi finali degli ultimi 15 anni. Ho cominciato a commentare lo snooker nel ‘98, e ad un German Master Williams e Parrot si sfidarono in finale (con vittoria di Parrot, l’ultimo suo torneo importante vinto), ma la vera escalation di Williams inizia proprio in quell’anno, con la vittoria al Masters di Londra su Hendry arrivata al frame decisivo sulla nera di spareggio. Poi la consacrazione con le vittorie al Mondiale del 2000 e del 2003, che portano il mancino gallese al vertice della classifica mondiale. Da lì Williams è stato il più altalenante dei tre gemelli rispetto a Higgins e O’Sullivan, però nel 2010 è tornato in auge, salendo a n.1 nel 2011. Da allora un lungo periodo di crisi fino alla rinascita nella stagione 2017-2018, che l’avrebbe portato a vincere il suo terzo titolo mondiale. Il titolo è arrivato anche grazie a un completo cambio di registro con l’ingresso in un uovo team, la Sight Right, con un nuovo allenatore e con la moglie Joanne come motivatrice speciale. Selby resta il n° 1 dal 2012 e il riferimento per tutti, ma i tre gemelli sono ancora lì, a indicare che oltre i 35 anni (limite nato dal pregiudizio post boom dello snooker anni ’80, con una valanga di giovani in campo) si può ancora giocare. Nella carambola a 3 sponde i migliori giocatori sono attorno ai 50-55 anni, mentre nei birilli è dimostrato che si può giocare bene fino ai 60 anni. Perché nello snooker no? È certamente più complesso e impegnativo, anche per il circuito mondiale ininterrotto che dura tutto l’anno. Non è uno sport facile, totalizzante nella vita, ma ci si può arrivare. La classe, se c’è, emerge.

 

Uno scatto della finale del 7 maggio 2018 al Crucible di Sheffield: Mark J. Williams (Galles) contro John Higgins (Scozia), e in mezzo il tavolo verde da snooker in tutta la sua magnificente imponenza. Foto di Linnea Rheborg/Getty Images

Qualche giovane pronto per soverchiare il regime?

 Difficile da dire, non c’è nessuno così forte da scalzare un Selby dal trono, per dire. Sicuramente molto promettente è il belga Brecel –  di origine italiana, tra l’altro – che è un bel talento ma discontinuo. Ha vinto il primo torneo full ranking in Cina, anche se nella seconda parte della stagione è crollato. Nel Regno Unito, al momento, non vedo nomi particolari, mentre ci sono i cinesi che sono in tanti e stanno facendo le cose seriamente. Probabilmente da lì arriveranno i futuri campionissimi, però i cinesi hanno il problema che devono trasferirsi nel Regno Unito, e molti pagano lo scotto per i diversi ritmi di vita e una lingua da imparare.

Nel Regno Unito lo snooker è culturalmente radicato, quindi l’avvicinamento dei giovani è molto più facile. In Italia la cultura è sempre stata presente ma avvicinare dei ragazzini oggi sembra molto più complesso.

Il biliardo sta vivendo sì una crisi un po’ generalizzata, anche nel Regno Unito: negli anni ’80 lo snooker era superiore al calcio negli indici di ascolto e gradimento televisivi inglesi. Poi c’è stato un calo fisiologico ma si parla di uno sport con costi di gestione molto alti quindi sono gli appassionati stessi a garantirne il mantenimento. Un gioco di manualità sofisticata che richiede tanti anni di pratica non è così facile da portare fuori dai circoli. In Italia, invece, la cosa è diversa: quando mi sono avvicinato al biliardo io, alla fine degli anni ’60, da noi ogni bar aveva almeno un tavolo. Nel mio quartiere in 100 metri quadrati c’erano 5 bar con un tavolo ciascuno, e si passava il proprio tempo a guardare gli altri, poi a giocare. Gradualmente è nato il fenomeno culturale, perché inizialmente non si potevano raccogliere informazioni, ma quando qualcuno si appassiona crea terreno fertile: circoli, federazione, riviste, libri, così è nato un movimento.

E parlare di uno sport con un sostrato culturale non tanto ridotto quando relativo a una nicchia non è semplice, soprattutto in televisione

Un aneddoto. Nel 1992, in una gara del mondiale Pro – l’epoca del maggior successo del biliardo in Italia – del 5 birilli, commentavo una gara a Montecatini con Marcello Lotti (lo “Scuro” del film “Io, Chiara e lo Scuro”) e Alfio Liotta. A un certo punto si parlava di biliardo femminile, che in Italia praticamente non esisteva, e io che seguivo il biliardo internazionale mi sono buttato in un discorso sulle giocatrici inglesi, straniando i miei colleghi al commento. Lotti, da buon guascone, se ne è uscito con una battuta nel suo accento toscanaccio: “Ovvia, ma alla fine te-tu-dici cose che virtualmente le sai soltanto te!”, come dire che sono cose che non sappiamo noi commentatori, cosa vuoi che sappia il pubblico.

Mentre commenti, senza confronto, sei vox clamantis in deserto, ma se non dici mai niente non si crea cultura, perché la cultura si fa un po’ alla volta. All’epoca eravamo molto indietro, ma solo nel 2000 con Eurosport sono iniziate ad arrivare informazioni via internet. Ed oggi siamo a dialogare in diretta con il pubblico che chiede sempre più dettagli ed a un certo punto è probabile che non saremo più in grado di rispondere a tante e specifiche richieste. È l’informazione: prima o poi ti travolge.

Anche per uno come lei che è considerato la memoria storica del biliardo, e viene definito spesso come una “enciclopedia vivente”, molte volte può attingere a ricordi e dettagli che sfuggono anche all’onniscienza della rete

Non posso sottrarmi a certe definizioni, perché ho più di quarant’anni di esperienza professionale e anche di più di esperienza umana al servizio dello sport, anni in cui ho consolidato la capacità di ricordare moltissimi dettagli. Ho una notevole memoria fotografica: quello che vedo mi resta bene in testa. Una memoria addirittura “imbarazzante” (ridendo, nda) perché alle volte mi capita di parlare anche di cose che non sempre mi competono, ma lo faccio da appassionato di sport in generale. Da tifoso e lettore viscerale di NBA, posso citare un episodio, per non parlare sempre di biliardo, relativo al campionato più bello del mondo che è arrivato al culmine qualche giorno fa. Molti, per non dire tutti i più importanti personaggi di riferimento del basket americano in Italia, sostengono che per la prima volta l’NBA fu trasmessa nel nostro Paese il 31 gennaio del 1981, quando io ho invece un ricordo nitidissimo dell’All Star Game del 1969. Al commento c’era un certo Aldo Giordani. Frequentavo la quinta liceo e verso le 11 di sera vidi quelle immagini, anche qualitativamente diverse da quelle a cui ero abituato, più nitide, seppur in bianco e nero. La stessa trasmissione portò sugli schermi qualche mese dopo, a giugno, Gara7 di finale tra Boston Celtics e L.A. Lakers: l’ultima partita – con infortunio –  di Chamberlain, quella del canestro “mistico” di Don Nelson. Lo ricordo perfettamente e sono disposto a parlarne con chiunque lo desideri, perché penso non sia giusto avere una storia selettiva degli eventi, quando il grandissimo Aldo Giordani diede voce a uno spettacolo ignoto a noi italiani 12 anni prima di quello che si pensa.***

Allora forse aveva ragione Lotti: sono cose che “virtualmente le sa soltanto lei”, per citarlo. Condensare ipllole di questo tipo in tv non è semplice, perché la telecronaca resta comunque il veicolo primo e principale di commento allo sport

Sì, è così, però in questo momento è di moda il commento demenziale. Parlo in generale: ci sono due scatenati che parlano di tutto e di più senza far respirare le immagini, quelle immagini che sono il soggetto della telecronaca, mentre le immagini sembrano ora diventate il pretesto per parlare di altro. Una volta ho visto alla TV una partita di tennis durante le Olimpiadi di Londra in cui il commentatore parlava di tutto tranne che di tennis. Saranno stati gli altri sport in contemporanea ad invadere la telecronaca, ma insomma…

Anche se sono di un’altra epoca mi considero moderno, tutt’altro che refrattario alle innovazioni, ma in ogni caso sono più per un commento pulito e per seguire le immagini che a fare troppi discorsi. Vengo da 40 anni di esperienza e sono convinto che il commento demenziale rovini lo sport, anche se purtroppo ho l’impressione che stia andando per la maggiore quello, di questi tempi.

 

“Io, Chiara e lo Scuro” è un film del 1982 diretto da Maurizio Ponzi, con Francesco Nuti e Giuliana De Sio, ambientato nel mondo dei giocatori di biliardo all’italiana. Francesco Nuti, che è un appassionato di questa disciplina, eseguì realmente molti dei colpi nel film che portò sullo schermo una fetta di quell’Italia che non tramonta mai, fatta di gioco e scommessa.

Cosa può dirci sullo stato di salute del biliardo in Italia?

 La passione in Italia c’è, ce n’è ancora e ce n’è tanta: sia coi 5 birilli che con lo snooker. Nei birilli ci sono gare anche con 2000 giocatori, come a Saint-Vincent al Gran Premio di Goriziana, sempre contando che non ci sono più i biliardi nei bar. Negli anni ’70 c’erano qualcosa come centomila biliardi in Italia, e con un’organizzazione sportiva ancora in fase di crescita. Ora si gioca solo nei circoli e nelle grosse sale, ma si gioca ancora molto. Negli anni ‘70-‘80 non c’era nessuno che non avesse mai giocato a biliardo, stecca o boccette: il biliardo era un passatempo. Ora è più da appassionati con una buona cultura, ma i praticanti sono comunque molti, mentre prima i giocatori non erano agonisti. Si gioca tantissimo a birilli, a pool e a boccette, come a carambola: lo snooker deve ritagliarsi degli spazi anche fisici, perché le sale sono più piccole e lo snooker ha i tavoli più grandi, ma si sta allargando. Il biliardo è il gioco più bello e più difficile del mondo, e faccio una previsione: andrà sempre avanti, non sarà certo di massa ma non si fermerà. Anche grazie alla tv che è un grande volano. Il gioco è avvincente, e andrà sempre avanti anche perché si tratta di uno sport affascinante che buca letteralmente il video. Con la World Snooker (la organizzazione mondiale a livello professionistico) Eurosport ha ancora una decina d’anni di contratto, quindi continueremo a parlarne per molto tempo. Speriamo noi della vecchia scuola di esserci ancora.

Lo speriamo anche noi perché il vostro resta l’atteggiamento migliore, che è quello “storico”

Certamente! Mi ritengo, a modo mio, uno storico. Sempre rivolto al Futuro ma con salde le certezze che ti può dare solo la Storia, che è il Passato. Su quel Passato si costruisce il ponte del Presente, ma è un ponte viscido e traballante, che va attraversato con una certa cautela. Purtroppo la Storia vive nel Presente solo grazie alla pazienza messa nell’apprenderla. Proprio come accade nel biliardo.

 

 

***Dato che l’autore dell’intervista ha svolto tutte le indagini possibili secondo i suoi mezzi e non ha trovato i riscontri necessari riguardo alla trasmissione Rai citata, Maurizio Cavalli si rende disponibile ad approfondire l’argomento della prima trasmissione italiana di NBA con chiunque voglia tramite il nostro sito, alla mail info@rivistacontrasti.it.

 

In copertina, Maurizio Cavalli in una foto di Davide Coltro