Era sembrato tutto (fin troppo) facile. Erano bastati appena nove minuti, alla Juventus, per portarsi sul 2-0, in casa, contro il “solito” Tottenham, spavaldo magari, con proposte di gioco intriganti, senz’altro, ma pur sempre giocherellone. Lo stesso fattore agonistico, caratteristico delle squadre inglesi, sembrava appartenere alla Juventus, in una notte di calcio che tuttavia era appena iniziata. Pronti-via, la Juve passa in vantaggio. Una punizione conquistata grazie alla tecnica di Pjanic aveva prodotto, dagli stessi piedi del bosniaco, una palla scodellata in area di rigore, che Higuain, maestro in questo, era riuscito a schiaffeggiare sul palo opposto, senza lasciare scampo all’incolpevole Lloris. Festa grande, avvio ideale, ma la Juve non si ferma. Su una ripartenza guidata dal trio Alex Sandro-Douglas Costa-Mandzukic arriva l’episodio del due a zero; ingenuità clamorosa (è il solito Tottenham…) di Davies, che stende Bernardeschi in area di rigore. Dal dischetto va Higuain, ed è raddoppio (col brivido del tocco del portiere francese). La qualificazione, oltre che la partita, sembra in cassaforte.

Il sole prima della tempesta (foto Valerio Pennicino / Getty Images)

Il sole prima della tempesta (foto Valerio Pennicino / Getty Images)

Ma la beata gioventù del Tottenham non ci sta, e alla consueta spavalderia aggiunge un tocco di menefreghismo necessario a rimanere in partita sotto di due gol, all’Allianz Stadium, in un ottavo di finale di Champions League. Perché attenzione, il Tottenham da questa qualificazione non aveva solo da guadagnarci. Se le pressioni sulla Juventus sono infatti lecite, quasi scontate, quelle sul Tottenham rimandano al curriculum vitae della squadra di Pochettino, bella da vedere, coraggiosa e piena di idee, ma sempre arrestatasi, storicamente, ad un passo dalla gloria. Era successo due anni fa col Leicester (se non lo vinci in quella stagione, il titolo, quando?), lo scorso anno in Champions, sconfitta in terra accidentalmente amica (il Wembley Stadium, non proprio “la casa” degli Spurs). Ma ora, a quattro anni da quando Pochettino l’ha allevata, la formazione del nord di Londra inizia a sentire il peso della squadra forte. Perché le eterne promesse del Tottenham, ieri sera, questo ci hanno dimostrato: di essere maturate, pronte per il grande salto. Perché il Tottenham, ieri sera, ha annichilito la Juventus.

“Loro hanno vinto tutto. Noi siamo ancora giovani”.

Esordiva così, nella conferenza stampa prima della partita, Mauricio Pochettino. Lui, originario di Torino per parte di nonni, non sembrava troppo impaurito da questa Juve. Quasi sembrava conoscerla. Certo è che la presentazione ufficiale, dopo i primi nove minuti, diceva tutt’altro. Eppure eccolo il Tottenham, bello ma non solo; di più, efficacissimo. Ed ecco anche, di rimando, un bel segnale che da Londra, passando per Torino, può finire nei vicoli di Partenope. Un grido estetico che non lasci a se stesso l’inizio e la fine dell’opera, ma che, futuristicamente, esalti «il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Non si è arreso, il Tottenham di Pochettino. Per i successivi settanta minuti (negli ultimi dieci, sonnolenti, i pugili sfiniti si son arresi a se stessi) è stato un dominio inglese. Dominio territoriale, dominio di gioco, dominio di mentalità (e questo è, a nostro avviso, l’allarme che più di ogni altro deve preoccupare Allegri). Perché parliamoci chiaro: che la Juve non abbia un gioco, né lo abbia mai cercato, è cosa nota. Che Allegri badi alla difesa, per farne il miglior attacco, è anch’essa cosa nota. Ma che la Juventus subisca in questa maniera, prendendo schiaffi e pugni non solo estetici ma ancor più empirici (prima con Harry Kane e poi, grazie al gentile contributo del beneamato Gigi Buffon, con la punizione di Eriksen), questa è cosa tutt’altro che nota. Specie per noi, poveri italioti, abituati a vedere una Ferrari che, almeno in Serie A, va alla velocità di una Panda.

Pazienza, idee, perseveranza (foto Michael Regan / Getty Images)

Pazienza, idee, perseveranza (foto Michael Regan / Getty Images)

Un cenno in particolare al centrocampo del Tottenham, che ha surclassato in lungo e in largo il duo juventino composto da Pjanic e Khedira (quanto manca Matuidi!). Su tutti, Dembélé. Fisico imponente, tecnica e intelligenza tattica. Il belga, con l’appoggio del fido Dier, ha verticalizzato almeno dieci volte, trovando un Lamela diverso da quello che avevamo conosciuto a Roma e un Eriksen che, se ce ne fosse ancora bisogno, ha dimostrato di essere un autentico fuoriclasse. Per il danese è una consacrazione a tutti gli effetti, contro una grande squadra, dopo aver giocato un calcio di un livello superiore. Meno possiamo dire di Alli, che se ha fornito l’assist del primo gol firmato Kane, non ha ancora espresso tutto il suo potenziale (tremi la Juve per il ritorno). Certo è che nel calcio, come spesso capita, anche gli episodi, fulminei e voraci, influenzano l’andamento di una partita. Nella quasi perfezione degli Spurs è da sottolineare in matita blu, oltre al già citato errore di Davies, l’intervento (che folle è dire poco) di Aurier su Douglas Costa, al termine del primo tempo, all’interno dell’area di rigore. Accelerazione del brasiliano da paura (ce ne sarà un’altra nella ripresa) e ancora Higuain dal dischetto. Questa volta ci sentiamo di dire che il “chissà se” (avesse segnato quel rigore) non fa testo; il Tottenham meritava la rimonta, e se l’è presa con le idee e la fisicità di un sensazionale mix tra calcio inglese e garra argentina, sintesi perfetta che ha come genitore e capostipite Mauricio Pochettino. Certo, non è finita qui. Ma il 2-2 sorride al Tottenham. E la Juventus, ad absurdum, può dirsi soddisfatta.


In copertina: foto da Michael Regan / Getty Images