Ci sono allenatori che sono stati autentici talenti (pochi, per la verità: l’indimenticato Cruijff, Zola, Mancini, Zidane, l’unico al momento a tenere alto lo scarso prestigio della categoria); ci sono bravi allenatori che sono stati calciatori di livello superiore (per lo più centrocampisti: da Capello a Dechamps, da Conte a Guardiola, da Ancellotti a Luis Enrique, insuperato prototipo di quel giocatore universale sogno di tutti gli allenatori del mondo); ci sono allenatori altrettanto bravi la cui carriera da calciatore è finita in secondo piano (Ranieri, Allegri o Guidolin, per esempio, tanto per restare in Italia); ci sono star della panchina che sono stati modesti o più che modesti giocatori (Mourinho è certamente il più noto della categoria, ma potrei citare anche il decisamente più simpatico Klopp); e ci sono anche bravi allenatori che il calciatore non lo hanno mai fatto nemmeno per scherzo. Il caso più clamoroso è quello di Leonardo Jardim, portoghese anche se nato in Venezuela, classe 1974, attuale allenatore del Monaco. Jardim, chi è costui?, si chiederà qualcuno. In effetti, per lui, che dà l’impressione finché possibile di dar seguito al precetto gaddiano “preferisco stare nell’ombra”, si potrebbe anche pensare all’inquietante capolavoro del cinema muto firmato Tod Browning, The Unknown (lo sconosciuto). Merito suo, certo, di un carattere che non ha bisogno di facili lusinghe e effimere luminarie; e merito anche (o forse, per qualche media-dipendente, colpa) di lavorare in quell’angolo di mondo esentasse che è il Principato di Monaco, famoso un po’ per tutto meno che per il calcio: Grace Kelly, gli amori delle figlie di lei, il casinò, il tennis, il gran premio di automobilismo, i tanti artisti, sportivi e affaristi in fuga dall’erario del proprio Paese. Un piccolo dorato e molto poco popolare mondo stile Freedonia, quello dove i fratelli Marx facevano la loro guerra lampo, che quando va di lusso allo stadio riesce a racimolare al massimo 10mila spettatori (in buona parte provenienti da zone vicine). Il perché è fin troppo chiaro: dei circa 38mila residenti, solo poche migliaia sono nati e cresciuti nel Principato.

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Un indizio (panoramico) del perché nel Principato scarseggino gli autoctoni

Nel 2011, quando Dmitrij Rybolovlev, l’ennesimo miliardario arrivato con grandi ambizioni e grandi misteri da questa Russia del tutto possibile (anche in galera 10 mesi, uscito solo perché un testimone si era infine ritirato) si insedia come proprietario-presidente del club, rilevando il 66% delle quote societarie, il ricordo della finale di Champions contro il Porto di Mourinho (2004) era già bello che sbiadito. La squadra versava in pessime acque: Ligue 2 e acuta crisi finanziaria. Nell’estate del 2013, conquistata la promozione con Ranieri allenatore, il cambio di marcia. L’imprenditore russo mette mano al portafogli: prende giocatori del calibro di Radamel Falcao (45 milioni), Joao Moutinho (30 milioni) e James Rodriguez (40 milioni, trattato da Ranieri non troppo diversamente da come lo sta trattando al Real Madrid Zidane…). Il progetto è quello di riportare il Monaco “ai fasti che competono al nome di questo club”, dice il nuovo proprietario. In tutto 200 milioni in acquisti, che messi insieme fruttano un onorevole secondo posto in campionato. Eppure, quando Jardim approda in Costa Azzurra, nel 2014, il Monaco sembra già in preda alla sindrome Anzhi o anche Malaga, ovvero effetto-bolla, dopo la violenta espansione dell’anno precedente. Niente di simile. La “contrazione” monegasca ha un volto tutto privato e un nome tutto femminile, Elena, la moglie del presidente a quanto pare tradita e di sicuro più che abbondantemente ricompensata in sede legale, visti i tre miliardi di euro che il tribunale di Ginevra aveva imposto al magnate russo di versarle (l’equivalente di un terzo del patrimonio, poi “scontati” a poco più di 500milioni). Ma proprio in questo frangente, Rybolovlev dimostra di non essere né come Suleiman Kerimov, patron dell’Anzhi (al quale aveva proprio Rybolovlev aveva venduto le azioni del suo gruppo Uralkali per 5,3 miliardi di dollari!) né come lo sceicco qatariota dal nome complicato che nel 2010 aveva rilevato il Malaga per poi mollarlo nelle peste appena un paio di anni dopo.

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Abdullah bin Nasser bin Abdullah Al Ahmed Al Thani, un presidente da dimenticare fin dal nome

Fin qui, Jardim ha alle spalle una storia di gavetta in gran parte portoghese. Nell’ordine: Chaves guidato in seconda divisione, poi Beira-Mar, portato nella massima serie, quindi Braga dove chiude secondo, miglior piazzamento nella sua storia; quindi gli ottimi risultati ma anche la brusca rottura con il presidente dell’Olympiakos (primo in classifica e imbattuto: in Grecia raccontano di un flirt dell’allenatore con la moglie di lui), e infine i più recenti successi ottenuti con lo Sporting Lisbona, tornato dopo cinque anni in Champions. Da Lisbona, di punto in bianco, Jardim saluta tutti e se ne va, dopo i 3 milioni di clausola rescissoria pagati da Rybolovlev. Il suo arrivo coincide con il divorzio e il cambio di progetto tecnico: niente più nomi altisonanti, una rete di talent-scout all’estero e tanto spazio ai giovani (tra loro, Martial e Carrasco), accuditi da giocatori di esperienza come Ricardo Carvalho e Moutinho, portoghesi come lui. Jardim è uomo pratico, e parte dal più classico dei principi, modello Nereo Rocco: primo non prenderle. E se in quell’anno segna poco, è anche perché davanti a tutti è Berbatov, bulgaro elegante quanto si vuole ma ormai al capolinea di una carriera peraltro fin troppo sopravvalutata. Subasic, invece, il molto sottovalutato portiere croato, a fine campionato di gol ne avrà presi meno di tutti, 26. Il Monaco chiude al terzo posto, eliminato dalla Juventus ai quarti di finale di Champions. Quanto basta perché il contratto gli venga prolungato fino al 2019. Chi dipinge Jardim come difensivista e poco spettacolare si sbaglia di grosso. Non solo perché l’anno successivo (quello scorso) di gol la sua squadra ne incassa circa il doppio, una cinquantina (gli anni pesavano soprattutto sul regista difensivo Carvalho), ma soprattutto perché cammin facendo il Monaco sembra prendere confidenza proprio con il gol: al momento, secondo dietro il Nizza e avanti al Psg, viaggia a suon di gol, con una media di tre a partita, una ventina più dello stesso Nizza. Una valanga, dove la parte del leone la sta facendo un finalmente ritrovato Falcao, reduce da due stagioni in apnea, tra Machester Utd e Chelsea. Chi lo dipinge invece all’antica non sbaglia affatto: è modesto e quasi disarmante: quale allenatore risponderebbe “è la moda” a chi gli chiede perché abbia la barba lunga (anche in Francia non si scherza in quanto a domande!)? In più non dà in escandescenze, ride poco e non s’inventa diversivi coi giornalisti che sorridono per il suo francese lusitanizzato o le sue pronunce improbabili; vecchia scuola, agli allenamenti non fa fa mancare mai il pallone (è come lo strumento per i musicisti, dice). Un perfetto anti Mourinho, se vogliamo il normal one.

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Fase uno: non prenderle. Fase due: recuperare il centravanti

Nell’ultima sessione di mercato il club del Principato aveva ceduto Martial (80 milioni), Kondogbia (30 milioni), Kurzawa (22 milioni), Abdennour (20 milioni), Ferreira Carrasco (20 milioni), Ocampos (7,5 milioni) e scusate se è poco. In totale, circa 180 milioni di euro. Praticamente uno smantellamento. Ma lui, Jardim, non ha battuto ciglio, e anzi mai sembra aver formato un gruppo così unito nello spogliatoio e così compatto in campo come in questa stagione, che magari potrebbe anche essere quella buona…Ora l’età media della sua squadra è sotto i 25 anni. Giovani interessanti o più che interessanti come i brasiliani Fabinho, Jemerson e Boschilia, il francese di origini guadalupensi Lemar, il francese Mbappé, il connazionale Bernardo Silva, viaggiano a gonfie vele, sostenuti dall’affidabilità dei vari Moutinho, Raggi e Glick. Il suo nome ogni tanto fa capolino sulla stampa (ultimamente le solite chiacchiere giornalistiche di Natale lo hanno avvicinato alla Juve come possibile successore di Allegri), ma di sicuro lui si deve sentire più a suo agio in panchina che nelle prime pagine dei quotidiani sportivi. Un’altra cosa è molto probabile, oltre che più che comprensibile in tempi di crisi come questi: col declino di Mourinho (indicato proprio in questi giorni dall’Equipe come l’allenatore più mangia-soldi in attività) rischia di essere proprio Jardim, l’allenatore che non ha moduli preconcetti in testa, che fa sbocciare i giovani, fa giocare bene le sue squadre e che guadagna dieci volte meno di Mourinho, il portoghese-rivelazione di questo 2017.