Passeggiando per il centro di Belgrado ci si perde in larghe strade ordinate, con negozi, bar e ristoranti. Il parco Kalemegdan ne sembra quasi il coronamento: estremamente curato, disposto su una collina che affaccia sul Danubio, è luogo di diverse attrazioni (dalla Fortezza di Belgrado alla Statua del vincitore, dal Mausoleo ottomano alla Fontana di Mehmet Pascià, martire cristiano rapito dagli stessi ottomani). Qui si ha una cornice storica della capitale serba, e si può godere tanto della tranquillità generale quanto delle bellissime ragazze che lo frequentano. Sembra di essere nell’Europa più progredita e sviluppata, quella che magari sì, dimentica un po’ le proprie radici ma garantisce sicurezza, efficienza, soprattutto libertà. È sufficiente tuttavia spostarsi di pochi chilometri per entrare nella realtà più autenticamente serba. Su decine e decine di muri iniziano a comparire scritte in cirillico, e in particolare campeggia un numero: 1389. Quel numero sta lì a ricordare la battaglia più importante per l’identità nazionale serba, combattuta nella Piana dei Merli (odierno territorio kosovaro, anche questo è significativo) contro l’esercito ottomano, appunto nel 1389. L’esito fu catastrofico, ma questo è un dettaglio secondario per un popolo guerriero. Allo stesso modo l’orgoglio nazionale si nota osservando molti palazzi, distrutti se non addirittura squagliati; nei pressi a volte compaiono dei cartelli di divieto, con al centro raffigurata una macchinetta fotografica. Quelle costruzioni infatti, che come spettri resistono e chissà come si tengono ancora in piedi, sono le cicatrici che fieramente i Serbi portano sul proprio corpo, ma che vogliono allo stesso tempo tenere nascoste a chi non è “di casa”: al diavolo il vittimismo insomma, la Nazione all’estero non deve dare segni, o immagini, di debolezza.

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Resti di un’operazione NATO, in una delle non molte foto disponibili

Nel 1999 la NATO diede il via ai bombardamenti sulla Serbia per la questione kosovara: la solita esportazione di democrazia dell’Occidente a trazione nordamericana, prontamente sottoscritta dall’allora governo italiano presieduto da Massimo D’Alema. Novak Djokovic cresce a Belgrado in quegli anni, ed affronta l’adolescenza sotto le bombe della coalizione internazionale.

“Un boato assordante mi fece tremare il letto, e un frastuono di vetri rotti sembrò provenire da tutte le direzioni. Aprii gli occhi ma non vidi nulla: l’appartamento era immerso nel buio. Un’altra esplosione, poi scattarono le sirene antiaeree, e al loro grido la notte si fece più buia. «Nole! Nole!» gridò mio padre, chiamandomi con il soprannome di sempre. «I tuoi fratelli!» Mia madre era saltata giù dal letto alla prima esplosione, ma era scivolata all’indietro e aveva battuto la testa sul radiatore. Mio padre la sorreggeva aspettando che riprendesse coscienza. Ma dov’erano i miei fratelli? Marko aveva otto anni. Djordje quattro. Io ero il più grande e ne avevo undici, e mi consideravo responsabile della loro incolumità fin da quando le forze NATO avevano iniziato a bombardare la nostra città, Belgrado.”

Questa è la prima pagina del libro scritto da Nole quattordici anni dopo, in Italia tradotto con il titolo Il punto vincente, edito da Sperling & Kupfer. Nel capitolo iniziale, Rovesci e rifugi antiaerei (sottotitolo Non tutti i campioni di tennis nascono nei country club), Djokovic ripercorre la propria “infanzia magica”, sconvolta dall’ incontro “inatteso” con le bombe della NATO. Il suo amore per il tennis era nato vedendo alla televisione Pete Sampras trionfare a Wimbledon. In quello stesso anno, poi, il governo avevo deciso di costruire una scuola tennis a Kopaonik, vicino alla pizzeria della famiglia Djokovic: un segno del destino. Il tennis non era a quei tempi uno sport seguito né praticato in Serbia, e ad introdurre il piccolo Nole di sei anni alla pallina gialla fu Jelena Gencic, figura importantissima nella vita e nella carriera di Novak. Da allora in poi egli iniziò ad accarezzare l’idea di diventare un professionista, anzi il professionista, il numero uno al mondo. Passava le sue giornate tornando in fretta da scuola – e lasciando gli altri bambini ai loro giochi e passatempi – per allenarsi da solo ore ed ore, prima di alzare al cielo ciotole e insalatiere trovate in casa, scimmiottando le mosse del suo idolo Pete nei verdi prati della regina. Poi, d’improvviso, arrivò la guerra. Le macerie invasero le strade di Belgrado, e gli stessi campi da tennis non risultavano più agibili. Jelena aveva perso nei bombardamenti la sorella, rimasta schiacciata dal crollo di un muro; nonostante ciò lei e Nole continuarono ad allenarsi, ogni giorno in luoghi diversi e cercando anzi di andare nelle zone appena colpite, nella speranza che il fulmine non cascasse per due volte nello stesso posto. Giocavano senza rete, sul cemento sconnesso e pieno di crepe: lo stesso faceva Ana Ivanovic (futura numero 1 del ranking WTA), che utilizzava addirittura una piscina abbandonata. I genitori di Novak erano costretti ai salti mortali per assicurare ai figli un’apparenza di normalità, e lasciavano che Nole si recasse a ciò che restava del Partizan, il vecchio tennis club, particolarmente pericoloso perché situato vicino a una scuola dell’esercito (obiettivo strategico e sensibile per le forze aeree della NATO).

“Il mio amore per il tennis dettava ogni mia azione, e nonostante i rischi che correvamo mi sentivo al sicuro in quel posto. Il tennis club divenne una via di fuga, sia per me sia per molti altri tennisti. Ci allenavamo ogni giorno per quattro o cinque ore, e organizzavamo persino tornei amatoriali durante i bombardamenti. Ci sembrava bello e incredibile poter giocare a tennis durante una guerra. […] Festeggiammo il mio dodicesimo compleanno al Partizan, e mentre i miei genitori cantavano «Tanti auguri a te», le loro voci erano coperte dal rombo degli aerei che passavano sulle nostre teste”

A un certo punto della guerra però scattò qualcosa nel popolo serbo; si dice che proprio quando non si ha più nulla da perdere, solo allora si diventa liberi. Così i serbi si abituarono all’impotenza con serenità, se non addirittura con scherno. La NATO bombardava i ponti sul Danubio, e per tutta risposta sui ponti rimasti integri capitava di vedere un ragazzo con un bersaglio dipinto sul petto. Tutto questo il Djokovic tennista non poteva dimenticarlo, e non sarà un caso che Nole inizierà la propria parabola ascendente proprio a Belgrado, al termine del 2010, battendo la Francia in finale di Coppa Davis – dopo aver eliminato al primo turno gli Usa, gli incroci del destino – e dando il via a quel leggendario 2011 ribattezzato l’anno dei record.

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L’essenza serba di Djokovic, là dove tutto ebbe inizio (Belgrado, Coppa Davis 2010)

Il 2011 fu l’anno della svolta. Nel libro si affronta il motivo di questa esplosione, ricollegato ai preziosi consigli del dottor Cetojevic sull’alimentazione: semplicemente Novak era intollerante al glutine, non il massimo per un ragazzo cresciuto nella pizzeria dei genitori. Pur avendo infatti già vinto uno Slam e diversi tornei, prima di quel 2011 il talento di Djokovic era stato oscurato da stanchezza, pesantezza e poca lucidità, che altro non erano se non la risposta del fisico ad una dieta nociva. Da lì iniziarono le 43 vittorie consecutive e i trionfi a Melbourne, Dubai, Indian Wells, Miami, Belgrado, Madrid e Roma, prima di fermarsi in semifinale al Roland Garros contro sua maestà Roger Federer (battuto tre volte su quattro in quella stagione). Quello che più aveva impressionato non era tanto il numero di vittorie consecutive, già di per se comunque straordinario, quante le sconfitte rifilate a un certo Rafael Nadal. Non solo Nole lo aveva battuto nelle finali di Indian Wells e Miami – sul cemento, ci può anche stare – ma si era addirittura imposto a casa di Rafa a Madrid e soprattutto a Roma, in due roccaforti per il più grande interprete sul rosso della storia del tennis: si stava verificando, in quei primi mesi di 2011, un fatto senza precedenti (chiedere a Federer per credere, che ad ogni puntata sulla terra battuta contro Nadal usciva con le ossa rotte). Torneo dopo torneo la scena era sempre la stessa: Djokovic al centro del campo che urlava e si batteva il pugno sul petto, tanto per far capire e sentire a tutti che la musica era cambiata. La marcia trionfale del serbo fu poi parzialmente interrotta da sua maestà RF al Roland Garros, ma riprese puntualmente in quel di Wimbledon. In finale di nuovo Nadal, in palio il titolo bramato fin da bambino e la posizione #1 del ranking: ci si giocava tutto. Nonostante le 50 vittorie su 51 partite in quell’anno, e malgrado il bilancio favorevole per 4-0 con lo spagnolo, Djokovic arrivava secondo gran parte dei giornalisti a quell’incontro da sfavorito.

“Gli esperti erano tutti della stessa idea. Prima della partita John McEnroe puntò sulla vittoria di Nadal, e lo stesso fecero Bjorn Borg, Pat Cash, Tim Henmann e praticamente chiunque altro se ne intendesse di tennis. Potevo essere il numero uno dal punto di vista statistico, ma agli occhi di tutti ero ancora quel ragazzino goffo venuto dalla Serbia che nei grandi tornei crollava quando il gioco si faceva duro. E il gioco è sempre duro quando c’è Rafa dall’altra parte della rete”

In queste parole sta tutto l’orgoglio di un ventiquattrenne serbo arrivato a sfiorare la cima della montagna; la motivazione e la voglia di rivalsa lo avevano spinto fino a lì, e non aveva alcuna intenzione di fermarsi. L’urlo di Djokovic, più che espressionista, era un tentativo violento di redimere il passato ed eternizzare il presente, alla ricerca del tempo perduto. Un urlo della volontà di potenza, contro le gerarchie e l’ordine costituito, contro l’inevitabilità del duopolio Federer-Nadal, un urlo collettivo che si trascinava alle spalle un’intera Nazione. Quel goffo ragazzino venuto dalla Serbia aveva aspettato fin troppo prima di prendersi ciò che gli spettava, contro tutto e tutti. Vinse inesorabilmente anche quella partita e alzò al cielo per la prima volta il trofeo di Wimbledon; l’esultanza più contenuta in ossequio alla regina, lo sguardo ancora incredulo, le lacrime dei genitori sugli spalti: Nole ce l’aveva fatta, era arrivato in cima. Da quel giorno si trattava di non scendere, cosa forse ancora più difficile.

LONDON, ENGLAND - JULY 03: Novak Djokovic of Serbia kisses the championship trophy after winning his final round Gentlemen's match against Rafael Nadal of Spain on Day Thirteen of the Wimbledon Lawn Tennis Championships at the All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 3, 2011 in London, England. (Photo by Julian Finney/Getty Images)

Nole bacia il trofeo da sempre ambito

Quel 2011 si concluse con un altro Slam vinto, dopo l’Australian Open e appunto Wimbledon. A New York si doveva chiudere il cerchio, nella caotica cornice di Flushing Meadows: fu così che tra schiamazzi continui e odore di hot dog (gli americani hanno una cultura sportiva pari a zero, e una cultura dell’evento pari a cento) Djokovic legittimò il suo dominio. Al momento della proclamazione del vincitore la bandiera serba, finalmente, svettava su quelle statunitensi nell’Artur Ashe Stadium. La Serbia a migliaia di chilometri di distanza era in festa, l’orgoglio di un popolo era stato pacificamente saziato dall’eroe nazionale. A Belgrado una città intera, già prima di quest’ultima vittoria, si era ormai votata al culto di Djokovic: nel 2011 le persone iniziavano a radunarsi nei bar e nei locali quando giocava Nole, come succede qui per la Nazionale di calcio. Si potevano vedere per le strade numerosi murales ed enormi cartelloni che coprivano interamente le facciate di altissimi palazzi, in cui era ritratto Novak festante con accanto il linguaggio universale dei numeri: #1. A fine anno mancavano le energie anche per camminare, ma la storia era stata scritta e la volontà di potenza soddisfatta. La stagione successiva si aprì come quella precedente si era chiusa: in Australia, dopo 5 ore e 53 minuti di sangue e sudore, il cannibale di Belgrado sconfisse per la settima volta consecutiva – ed erano state sette finali – Rafael Nadal. Da quel torneo tutti capirono che il 2011 non era stato l’anno delle congiunzioni astrali favorevoli alla Serbia, ma che al contrario Nole era tornato, ancora più sicuro di se, non appagato dai trofei conquistati e pronto a dominare per gli anni successivi.

Volontà di potenza made in Srbjia (Finale Australian Open 2012)

 

Facciamo adesso un salto di 4-5 anni, e arriviamo al 2016. Djokovic nel 2015 aveva stracciato ancora una volta tutti i record, compresi i suoi dell’anno d’oro 2011. Il dominio era sempre più incontrastato e i commentatori già pensavano all’aggancio a Nadal prima e a Federer poi sul numero degli slam vinti; RoboNole sembrava inarrestabile, ma qualcosa si era invece incrinato. Pressioni, paranoie, problemi personali e un fisiologico rilassamento invasero la mente e il corpo del serbo: Novak sentiva sempre più l’esigenza di essere amato. Aveva condotto una guerra vittoriosa, ma citando Leo Longanesi “cercava la rivoluzione, e trovo l’agiatezza”. Quello stesso mondo che ne aveva bombardato l’adolescenza diventava ora sempre più seducente, e la Serbia non bastava più. Intendiamoci, il Djokovic occidentalizzato continuò a vincere e stravincere, ma era questione di tempo prima che il nichilismo occidentale lo svuotasse da dentro. La crisi iniziò nel Giugno 2016 dopo aver trionfato al Roland Garros, unico Slam non ancora presente nella bacheca del serbo e per questo inseguito quasi ossessivamente: da allora, il buio. In ordine sparso il divorzio con Boris Becker (che lo aveva seguito dal 2013, tenendone vivo l’aspetto agonistico e guerriero), il quasi divorzio – secondo la stampa più e meno gossippara – con la moglie, i ritmi di allenamento non più così intensi e molto altro, a causare un vortice di sconfitte dal quale il campione serbo non riuscirà più ad uscire. Anche l’immaginario di Djokovic era stato colonizzato: la residenza ormai da anni stabilmente trasferita a Montecarlo (dove ha aperto anche un ristorante esclusivo e vegano); la dieta sempre più stringente e salutista, totalmente estranea alla tradizione serba (ed anche oggetto di qualche piccola polemica in patria); la storica croce ortodossa, da sempre tenuta al collo ed esibita con fierezza, sostituita con un’ametista – minerale che secondo la cristalloterapia ha proprietà benefiche e di self control; le esultanze che non erano più quelle del guerriero spiritato di un tempo, ma ritraevano un giocatore bisognoso d’affetto che mandava cuori all’indirizzo del pubblico. In tutto questo il tennis per ammissione dello stesso Djokovic non era più la priorità, rappresentata invece dalla vita privata. E la rottura con Becker fu dovuta a tutti questi motivi, al calo dell’attenzione e del rendimento, oltre che all’emblematica figura di Pepe Imaz, prontamente ribattezzato dalla stampa il guru. Quest’ultimo, novello profeta secondo il vangelo di Amor y Paz, è entrato nel team di Djokovic per aiutarne la condizione mentale, e rappresenta tutte le debolezze e le paranoie dell’ex numero uno al mondo.

“La nostra filosofia è basata sul credo che attraverso l’Amore ognuno possa scoprire la vera felicità. Perciò, con questo in testa, proviamo ad applicarlo al nostro modo di insegnare tennis. Il nostro obiettivo è quello di aiutare a migliorare il tennis di un atleta attraverso lavoro tecnico, tattico e fisico. Ma diamo assoluta priorità alla persona e non al ‘giocatore’. Ciò significa che non trattiamo i giocatori come prodotti”

Così recita il sito ufficiale della scuola tennis di Pepe a Marbella, in Spagna: il messaggio dello stesso guru, tra cuori e appello ad amore e sentimenti, è un manifesto della debolezza; porta avanti una visione del mondo che scimmiotta l’Oriente ma che è al contempo profondamente occidentale. Quell’Occidente incatenato in una dicotomia tra vincenti e falliti, che quando prova ad uscirne senza cognizione di causa si copre solo di ridicolo. Quell’Occidente che ricorre agli psicologi, agli psicofarmaci e ai santoni come Pepe Imaz. Quell’Occidente schiavo di logiche vittimiste e individualiste, in cui nulla esiste di più grande del singolo, presto destinato a perire. Quello stesso Occidente che Cioran definiva un cadavere profumato, un marciume che sa di buono. Non è un caso che Nole e Pepe si siano conosciuti a causa di Marko Djokovic, caduto in depressione perché non aveva raggiunto i risultati tennistici del fratello: un modo di ragionare e vivere il mondo profondamente americano (e quindi, ahinoi, ormai occidentale), in cui l’insuccesso professionale mette in discussione la persona nella sua globalità, e in cui la cura non agisce sulla causa bensì sugli effetti.

Former Serbian tennis player and brother of Serbia's Novak Djokovic Marko Djokovic (R) and former Spanish tennis player and member of Djokovic's coaching team Pepe Imaz attend his quarter-final tennis match against Croatia's Marin Cilic at the ATP World Tour Masters 1000 indoor tournament in Paris on November 4, 2016., Image: 304779438, License: Rights-managed, Restrictions: , Model Release: no, Credit line: Profimedia, AFP

Pepe Imaz e Marco Djokovic nel box di Nole a Parigi-Bercy (4 Novembre 2016)

Da quando Pepe ha acquisito sempre più spazio nel team di Nole, il serbo ha ottenuto le più grandi umiliazioni sportive della sua carriera. Di questi giorni anche la notizia del divorzio da Mariàn Vajda – suo storico coach fin da quando era ragazzo – e da buona parte del suo staff (tutti ovviamente connazionali, amici di Nole che hanno basato la propria vita sul successo di quel goffo ragazzino serbo, ormai conquistato al nichilismo occidentale). Il tennis non è più la priorità, discorso più che comprensibile per chi ha vinto tutto e si accinge a diventare padre per la seconda volta; lo stesso incamminarsi su un sentiero spirituale è affascinante e anche giustificabile per chi, abituato a stare in cima, vive ogni giorno con le pressioni della competizione che inesorabilmente salgono dal basso. Altro però è voler coniugare un percorso intimo che mira all’imperturbabilità, o giù di lì, con una resa agonistica ai massimi livelli. Djokovic è un nietzscheano che si trova a dover fare i conti con la volontà di potenza, e sta dando retta ai predicatori di morte e dell’uguaglianza.

“Perché così parla a me la giustizia: «gli uomini non sono eguali». E neppure debbono diventarlo! Tra loro deve essere posta sempre più guerra e diseguaglianza: così mi fa parlare il mio grande amore” (Friedrich Nietzsche)

 

Questo era l’amore di cui il serbo aveva bisogno: Djokovic era reazioni rabbiose, nel bene e nel male, e racchette fracassate, nel male. Tutti comportamenti che secondo Pepe liberano “energia negativa”, che inevitabilmente si ripercuote sulla vita di tutti i giorni e mina la serenità extra-campo. La testa di Novak non è più la stessa e – come ha ripetuto più volte Boris Becker – certamente ha mollato un po’ sugli allenamenti, ma il problema è squisitamente mentale. Inoltre il serbo non è certo come Federer, che continua a giocare con la spensieratezza di un bambino; Roger è nato per fare il tennista, è un genio tennistico, riflette la leggerezza e la passione di chi si porta dietro una vocazione sincera. Djokovic al contrario sta iniziando a vivere il tennis come un lavoro. Per questo non sono casuali le voci che vogliono Andre Agassi nel box del serbo a sostituire Vajda: lo statunitense infatti – come racconta nel suo libro Open, testo imprescindibile per chi si approccia alla letteratura sportiva – fin da piccolo vedeva il tennis come una maledizione a causa del padre tiranno. Chissà che non possa far ritrovare stimoli a un giocatore svuotato e sempre più incapace di reagire; in questo senso anche la netta sconfitta maturata a Madrid contro Nadal potrebbe essere la molla per risalire, la classica goccia che fa traboccare il vaso. A patto che Djokovic riscopra le sue radici profonde, quelle che non gelano come direbbe Tolkien. Il serbo sull’argomento in passato era stato chiaro: quando era in difficoltà durante una partita, o si sentiva stanco e privo di energie, pensava al popolo serbo unito nel tifarlo, e magicamente ritrovava le forze. Adesso quella connessione sentimentale è venuta meno: in Serbia sono disposti a riaccogliere a braccia aperte Nole, con l’affetto riservato a un figlio che ha sbagliato ma si ama come e forse più di prima. Basta sapere se Novak vuole tornare a casa, o preferisce inventarsi un nuovo modo di (provare a) vincere.